Sudan, le ferite di Khartoum a tre anni dall'inizio della guerra
Valerio Palombaro - Città del Vaticano
Nelle strade di Khartoum tutto parla della disastrosa guerra che da tre anni lacera il Sudan e affligge il suo popolo. La capitale sudanese da un anno è tornata sotto il pieno controllo dell’esercito del generale Abdel Fattah al-Burhan. Circa il 75 per cento dei suoi abitanti sono rientrati in città e, mentre riaprono le sedi dei ministeri e gli uffici delle organizzazioni internazionali, si cerca di riprendere la quotidianità perduta il 15 aprile 2023, quando i primi colpi di mortaio su Khartoum sancirono la fine della transizione democratica e l’inizio di un sanguinoso scontro di potere tra l’esercito di Al-Burhan e le forze di supporto rapido (Rsf) di Mohamed Hamdan Dagalo.
I pericoli delle mine antiuomo
«Tutto il centro della città mostra grossi segni del conflitto: edifici incendiati, finestre rotte e strade inaccessibili», racconta ai media vaticani Francesca Matarazzi, operatrice umanitaria della onlus italiana Cesvi. «Cinque/sei grandi strade principali — spiega — sono state aperte per potersi muovere con la macchina, ma tutte le altre sono bloccate in quanto non sono ancora state liberate del tutto dagli ordigni esplosivi rimasti inesplosi e sono troppo pericolose». Khartoum, in ogni caso, ora non è più inaccessibile e sulla capitale sono stati riattivati i voli interni e quelli delle Nazioni Unite. Ma la guerra in Medio Oriente sta dando un nuovo colpo a questo Paese martoriato: a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz a Khartoum i prezzi del sorgo sono saliti del 300 per cento, mentre il Programma alimentare mondiale ha sospeso la distribuzione di aiuti nel Darfur per via della carenza di carburante. «Gli spostamenti in auto continuano a essere una grande sfida per il Sudan a causa delle enormi distanze», conferma l’operatrice di Cesvi.
I bisogni di ricostruzione sono enormi: «Dalle infrastrutture ai servizi essenziali, come i sistemi idrici e le strutture sanitarie, ma anche tutte le scuole che sono state danneggiate e non sono ancora riaperte». «Una delle sfide più grandi è posta dai residui bellici che non sono ancora stati ripuliti — sottolinea Francesca Matarazzi —. Anche nel centro città al momento i negozi sono chiusi, i servizi sono minimi e quei pochi che hanno riaperto non sono ancora capaci di poter far fronte al numero di persone che stanno tornando».
Gli sfollati e la guerra che continua
Gli sfollati che rientrano a Khartoum, per ora, sono soltanto gli stessi abitanti che avevano lasciato la capitale quando questa era epicentro del conflitto. Cesvi in questi mesi, come altre ong e come fatto tra l’altro anche dai missionari comboniani, sta ritornando ad operare in città, mentre dal 2024 lavora costantemente a Port Sudan. In questa città sulle coste del Mar Rosso vengono accolti tanti profughi di quella che l’Onu ha più volte definito “la più grave crisi umanitaria al mondo”: in Sudan si contano infatti 9 milioni e mezzo di sfollati interni e 4 milioni e mezzo di persone fuggite nei Paesi limitrofi, mentre il confitto continua a seminare panico e distruzione soprattutto nel Kordofan meridionale e nel Darfur. E mercoledì 31 marzo a Nyala, nel Darfur meridionale, l’ennesimo attacco ha colpito un ospedale: secondo Medici Senza Frontiere almeno una persona è morta e cinque sono state ferite.
I bisogni umanitari dei più vulnerabili
«Si stima — dichiara Matarazzi — che circa 33 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria, più o meno due terzi della popolazione di tutto il Sudan, e più della metà sono donne o bambini». Proprio queste categorie “vulnerabili” sono al centro delle attività di Cesvi a Port Sudan. «Lavoriamo in spazi protetti per offrire servizi a misura di donne e bambini. Tra questi principalmente supporto psicologico, gestione dei casi di violenze, specialmente di genere, ma anche con assistenza materiale per poter dare loro elementi di base nelle loro case o supporto monetario in modo che possano fare fronte alle necessità più urgenti». Questo stesso approccio viene ora replicato da Cesvi a Khartoum, dove sono aperti 24 ore su 24 spazi sicuri in cui donne e ragazze possono chiedere aiuto per superare i traumi subiti. «Un’altra nostra attività in Sudan è volta a insegnare alle donne dei piccoli mestieri piuttosto che delle attività tradizionali per poi poter lasciare loro un kit con del materiale o dei piccoli contributi monetari. Lo scopo finale è che possano far partire la loro attività o avere un primo accesso al mercato per poi vendere i loro prodotti e autosostenersi».
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