Cerca

Una donna a Tawila in Darfur (foto: Cindy Gonzalez, Msf) Una donna a Tawila in Darfur (foto: Cindy Gonzalez, Msf)

Sudan, Msf denuncia l'uso della violenza sessuale come arma di guerra

In un report presentato il 31 marzo, l'ong riporta dati e testimonianze di sopravvissute agli abusi nelle aree di combattimento in Darfur, ma anche lungo le rotte di fuga e all’interno dei campi di accoglienza. L'appello dell'operatrice di Medici senza frontiere: "Si smetta di usare il corpo delle donne per combattere questa guerra"

Beatrice Guarrera - Città del Vaticano

La violenza sessuale è diventata una componente pervasiva del conflitto in Sudan tra le Forze armate sudanesi (Saf) e le Forze di supporto rapido (Rsf), colpendo donne e ragazze non solo nelle aree di combattimento, ma anche lungo le rotte di fuga e all’interno di comunità già in lotta per la sopravvivenza. È quanto denuncia l’ong Medici senza frontiere (Msf), nel rapporto presentato oggi, 31 marzo, e intitolato C’è qualcosa che voglio dirti. Sopravvivere alla violenza sessuale nel Darfur, che con dati e testimonianze riferisce di violenze sessuali sistematiche usate come arma di guerra. Le voci raccolte descrivono aggressioni compiute da più persone, spesso davanti ai familiari, e attacchi mirati contro le comunità non arabe, utilizzati come strumento di umiliazione e intimidazione. Il contesto entro cui si sviluppano queste violenze è la guerra in Sudan, che ad aprile entra nel suo quarto anno. Un conflitto che stanno pagando a caro prezzo i civili in diverse parti del Paese con uccisioni di massa, tortura, detenzione e distruzione di case, ospedali e infrastrutture essenziali.

In fuga dalle violenze 

A Tawila, nel Darfur settentrionale, lo scenario è profondamente mutato dall’inizio della guerra nel 2023. Lì, infatti, sono giunte numerose ondate di persone  alla ricerca di sicurezza da tutta la regione. Afflussi massicci si sono registrati in aprile, agosto e nuovamente nel novembre 2025, dopo la caduta di El Fasher il 26 ottobre. Campi come quello di Daba Naira continuano, dunque, a espandersi all’arrivo di nuove famiglie. Molte persone giungono a Tawila dopo aver camminato per giorni e aver affrontato gravi pericoli. Proprio lì Msf ha deciso di allestire uno spazio protetto per parlare di salute mentale e violenza sessuale, per fornire informazioni, ridurre lo stigma e incoraggiare le vittime a cercare assistenza. 

97% delle persone abusate sono donne e bambine

Tra gennaio 2024 e novembre 2025 sono 3.396 le persone che si sono rivolte alle strutture supportate da Msf, dopo aver subito violenza sessuale. Il 97% di loro sono donne, ragazze e bambine, che riferiscono di aver subito abusi da uomini armati (95% nel Darfur settentrionale e 68% nel Darfur meridionale). Msf ha rilevato, inoltre, che una percentuale significativa di sopravvissuti è costituita da minori: nel Darfur meridionale il 20% aveva meno di 18 anni, compresi 41 bambini e bambine sotto i 5 anni. Un dato agghiacciante, che rileva il grado della violenza che dilaga nel Paese. Lo stesso sgomento suscitano le testimonianze delle sopravvissute contenute nel rapporto dell’ong: Ci hanno portate in uno spiazzo. Il primo uomo mi ha violentata due volte, il secondo una volta, il terzo quattro volte. Oltre agli stupri, ci hanno picchiate con dei bastoni e mi hanno puntato le armi alla testa». 

La presentazione del rapporto a Nairobi
La presentazione del rapporto a Nairobi

La richiesta che finisce l'impunità

Per le donne e le ragazze del Darfur, gli spostamenti quotidiani comportano un elevato rischio di violenza sessuale e si calcola che più del 90% di loro, nel Darfur settentrionale, l’abbia subita, mentre si spostava tra le città in cerca di sicurezza. Anche all’interno dei campi profughi, i rischi non scompaiono. I rifugi sovraffollati offrono poca privacy o sicurezza, mentre i punti di approvvigionamento idrico distanti, le aree per l’igiene limitate e i servizi igienici insufficienti costringono donne e ragazze a muoversi.  Le conseguenze delle violenze sono devastanti e dunque aumenta sempre di più il bisogno di assistenza medica e psicologica. «Le sopravvissute e le attiviste — riferisce Msf — hanno ripetutamente chiesto un accesso urgente a cure mediche, meccanismi di protezione più forti, spazi sicuri e la fine dell’impunità che permette alla violenza sessuale di continuare».

Infinite storie di dolore

Gloria Endreo, ostetrica di Msf che ha lavorato a Tawila, dove sono arrivati i feriti dell’assedio di El Fasher, conosce infinite storie di dolore di donne abusate. Alla presentazione del report, a Nairobi, ha spiegato che ci sono anche casi di uomini che hanno subito violenza, ma per loro è molto difficile parlarne. Per tutti, in ogni caso rimane uno stigma, che li segna profondamente. «Nella comunità  — spiega Endreo — potrebbero essere isolati per ciò che è successo. Alcuni vengono rigettati dai familiari, mentre molte donne vengono abbandonate dai mariti». Ascoltare le loro testimonianze può risultare duro a volte, ma «il nostro supporto — afferma l’ostetrica — è la loro unica speranza».  «Abbiamo visto donne violentate davanti alle madri, nonne davanti ai nipoti — denuncia  Andrêza Trajano, responsabile del programma di Msf contro la violenza sessuale —. La mia domanda è: cosa fa il mondo, davanti al fatto che si continua a usare la violenza sessuale come arma di guerra?». In un contesto in cui la maggioranza delle cliniche e molte delle infrastrutture sono state distrutte, la popolazione civile ha sempre più bisogno di sostegno. Da lì l’appello conclusivo di Myriam Laaroussi, già responsabile di Msf per l’emergenza Darfur: «Si smetta di usare il corpo delle donne per combattere questa guerra».

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui

31 marzo 2026, 15:47