Iran, si valuta una parziale apertura dello Stretto di Hormuz
Guglielmo Gallone - Città del Vaticano
L’Iran potrebbe sta valutando la possibilità di consentire la libera navigazione delle navi dal lato omanita dello Stretto di Hormuz. La proposta, trapelata nelle ultime ore dalle principali cancellerie internazionali, sarebbe legata a un eventuale accordo più ampio con gli Stati Uniti e rappresenterebbe un primo segnale di de-escalation su uno snodo strategico da cui transita circa il 20% dei flussi globali di petrolio e gas.
Ma la tensione resta alta
Il dossier resta però altamente instabile. Da Teheran, un consigliere della Guida Suprema ha accusato il presidente americano, Donald Trump, di voler “fare il poliziotto” nello Stretto, avvertendo che le navi statunitensi attualmente impiegate nel blocco alle navi potrebbero diventare bersagli in caso di escalation. Fa discutere anche la notizia, riportata dal Financial Times ma smentita da Pechino, secondo cui l'Iran avrebbe utilizzato mezzi militari cinesi per colpire gli Stati Uniti: si tratterebbe di un satellite spia, il TEE-01B, che secondo le ricostruzioni sarebbe stato acquistato nel 2024 dalla Forza aerospaziale del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (IRGC) per circa 250 milioni di renminbi (36,6 milioni di dollari), dopo il suo lancio nello spazio dalla Cina. Dall'altro lato, secondo il Washington Post, gli Usa potrebbero invece inviare in Medio Oriente altri 10.000 soldati - in aggiunta ai 50.000 già stanziati in Medio Oriente - a ridosso della scadenza del cessate-il-fuoco di due settimane, che terminerà il prossimo 22 aprile. Oggi il Wall Street Journal ha anche menzionato la possibilità che l’amministrazione Trump recluti le case automobilistiche e altri produttori statunitensi per affidare loro un ruolo più ampio nella produzione di armamenti, richiamando una pratica utilizzata durante la Seconda guerra mondiale. Alti funzionari della Difesa, secondo il quotidiano statunitense di stampo conservatore, avrebbero discusso della produzione di armi e di altre forniture militari con gli amministratori delegati di diversi gruppi manifatturieri statunitensi, tra cui Mary Barra di GM e Jim Farley di Ford Motor.
Gli appelli internazionali
Mentre l'assetto militare non fa ben sperare per un prolungamento della tregua e dunque una riapertura del commercio, un invito all'apertura dello Stretto arriva dalla Cina, con il ministro degli Esteri, Wang Yi, che ha sottolineato l’interesse globale alla stabilità dello stretto e la necessità di evitare ulteriori ripercussioni sulle catene di approvvigionamento energetico. Anche i Paesi del G7, riuniti oggi a Washington, stanno discutendo l’impatto economico del conflitto, tra aumento dei prezzi dell’energia e rischi per la crescita globale. La guerra tra Iran, Usa e Israele sta colpendo la regione più ricca di energia al mondo. L’Arabia Saudita, primo esportatore mondiale di petrolio, ha dichiarato di aver subito danni significativi alla propria capacità produttiva. Il Qatar, tra i maggiori produttori globali di gas naturale liquefatto, ha perso quasi un quinto della produzione, e serviranno anni per recuperarla. Alcune delle più grandi raffinerie al mondo, fondamentali per trasformare il greggio della regione nei carburanti che alimentano l’economia globale, sono state colpite ripetutamente: si stima che fino a 2,4 milioni di barili al giorno di capacità siano attualmente fuori servizio. Circa il 10% della produzione mondiale di petrolio resta bloccato. In Europa, intanto, si prepara una risposta coordinata. Domani a Parigi si terrà un vertice tra la presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, il presidente francese, Emmanuel Macron, il primo ministro britannico, Keir Starmer, e il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, dedicato proprio alla sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz e alle possibili iniziative per la sua riapertura.
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