La storia che non passa, l'Argentina a cinquant'anni dal golpe del 24 marzo 1976
Silvina Pérez - Città del Vaticano
Il 24 marzo 1976 è una data che in Argentina non diventa mai del tutto passato. Non resta chiusa nei manuali di storia. Riemerge nello spazio pubblico, nei libri, nei film, nei tribunali, nelle università, nelle piazze. Cambia il linguaggio con cui viene evocata, cambia la distanza delle generazioni, cambiano le priorità politiche. Ma ritorna sempre. A cinquant’anni dal colpo di Stato che inaugurò la dittatura militare, la questione non riguarda più soltanto ciò che accadde tra il 1976 e il 1983. Riguarda soprattutto il modo in cui l’Argentina ha costruito, decennio dopo decennio, il racconto di quella storia. Quel racconto non è nato in una sola volta. Si è formato per strati successivi, prima la verità, poi la giustizia, quindi una memoria collettiva che continua a essere discussa, contesa, rielaborata. Con il ritorno della democrazia, nel 1983, la nuova fase politica nasce con una priorità molto chiara, sapere che cosa era successo. Prima ancora di ricostruire la normalità istituzionale, occorreva dare un nome al buio lasciato dal regime.
Non può esserci riconciliazione senza verità
Per questo viene istituita la Conadep, la Commissione nazionale sulla scomparsa delle persone. Non è soltanto un organismo investigativo. È il primo tentativo dello Stato democratico di trasformare testimonianze sparse, sospetti, frammenti di verità e dolore privato in una verità pubblica. La commissione raccoglie centinaia di storie, documenta i centri clandestini di detenzione, ricostruisce il sistema delle sparizioni forzate. Il suo rapporto finale, Nunca Más, diventa il primo grande atto pubblico di accusa contro il terrorismo di Stato. Ma soprattutto stabilisce un principio destinato a segnare la democrazia argentina, non può esserci riconciliazione senza verità. E tuttavia la verità, da sola, non basta.
Il processo alle giunte militari
Nel 1985 l’Argentina compie un passo ancora più radicale avvia il processo alle giunte militari. I comandanti della dittatura siedono davanti ai giudici di una democrazia appena nata. È un fatto quasi senza precedenti nella storia contemporanea, pochi Paesi hanno processato i responsabili del proprio regime repressivo così presto, e con tanta esposizione pubblica, dopo la sua caduta.
Tra i giovani magistrati che partecipano a quel processo c’è Luis Moreno Ocampo, destinato anni dopo a diventare il primo procuratore della Corte penale internazionale. L’esperienza argentina avrebbe mostrato, anche oltre i suoi confini, che persino i crimini commessi dallo Stato possono essere sottratti all’impunità e riportati dentro il perimetro della legge. Per una democrazia fragile, quella scelta diventa decisiva. La giustizia non è soltanto una risposta al passato, è una condizione di solidità per il presente democratico. Accanto a questo percorso istituzionale si sviluppa, nello stesso tempo, un altro livello del racconto.
Il lavoro della Chiesa e il grido delle Madres
Anche la Chiesa argentina, nel corso degli anni, attraversa un proprio processo di riflessione sulla dittatura, cercando di fare luce su responsabilità, ambiguità e gesti di protezione che segnarono quel periodo. Non in modo lineare né univoco, ma come parte di un più vasto confronto nazionale con la verità. Nella società civile, intanto, alcune donne avevano cominciato a camminare ogni settimana attorno alla Plaza de Mayo. Cercavano i figli scomparsi. Con il tempo sarebbero diventate note come le Madres de Plaza de Mayo.
La loro domanda, dove sono i nostri figli?, introduce nel lessico politico argentino una parola destinata a segnare un’epoca, i desaparecidos. Non morti riconosciuti, non prigionieri registrati, ma persone cancellate dallo Stato. Attorno a quella domanda cresce lentamente una rete di associazioni, avvocati, giornalisti, sacerdoti, militanti per i diritti umani. Una trama civile che sopravvive alla dittatura e accompagna negli anni il lavoro della giustizia, impedendo che il passato venga archiviato come una parentesi chiusa.
La cultura elabora la storia
Parallelamente, anche la cultura elabora quella storia. Non arriva dopo, come semplice commento. Accompagna i processi istituzionali, li traduce, li sintetizza, li rende intelligibili. Cinema, letteratura e giornalismo diventano il luogo in cui il paese prova non solo a raccontare la dittatura, ma a capirla, a trasmetterla, a renderla pensabile per chi non l’ha vissuta. Nel 1985 il film La historia oficial di Luis Puenzo porta dentro le case della classe media argentina una delle ferite più profonde del regime, i bambini sottratti ai desaparecidos e affidati ad altre famiglie. È una storia privata, quasi domestica. Ma dietro quella vicenda familiare c’è un Paese che comincia a riconoscere il proprio trauma. La vittoria dell’Oscar al miglior film straniero, l’anno successivo, porta quel racconto ben oltre l’Argentina e lo consegna all’immaginario internazionale.
Una "nuova fase"
Negli anni Novanta il registro cambia. La politica cerca una via verso la normalità. Gli indulti concessi ai militari e ai guerriglieri provano a chiudere il conflitto con il passato. Il Paese guarda avanti, stabilizzazione economica, apertura internazionale, modernizzazione. La dittatura non scompare dal racconto nazionale, ma arretra. La memoria resta viva nelle università, nelle organizzazioni per i diritti umani, nella cultura. La politica, invece, preferisce parlare di futuro. Ma in Argentina il passato raramente resta ai margini troppo a lungo. All’inizio degli anni Duemila torna al centro della scena pubblica. I processi vengono riaperti, le leggi di amnistia annullate, i luoghi della repressione trasformati in spazi di memoria. L’ex centro clandestino di detenzione della Esma diventa il simbolo di questa nuova fase, non più luogo di occultamento, ma luogo di esposizione pubblica del trauma. Anche la cultura accompagna questa riemersione. Nel 2022 il film Argentina, 1985, presentato alla Mostra del cinema di Venezia, riporta sullo schermo il processo alle giunte e il lavoro dei magistrati che lo resero possibile. Non è soltanto una ricostruzione storica. È il racconto di una democrazia che decide di fondarsi non sull’oblio, ma sul giudizio.
Un trauma che non si attenua
Se si guarda a questa traiettoria con un minimo di distanza, emerge una particolarità argentina. In molti Paesi il tempo attenua i traumi della storia. Le dittature scivolano lentamente verso la periferia della memoria pubblica. In Argentina accade spesso il contrario, più passano gli anni, più quel passato ritorna nella conversazione nazionale. La politologa Claudia Hilb ha condensato questo paradosso nel titolo di un suo libro: ¿Por qué no pasan los 70? Forse perché la democrazia argentina non è nata soltanto dalle urne. È nata anche da un processo più lungo e più esigente, quello di accertare la verità, giudicare i responsabili, costruire una memoria pubblica, sottoporre alla discussione collettiva perfino le zone grigie della società che aveva attraversato quegli anni.
Per questo, a cinquant’anni dal golpe, la dittatura non appartiene ancora solo al passato. Appartiene al modo in cui l’Argentina continua a interrogare se stessa.
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