Moreno Ocampo: la guerra genera vendetta ma la giustizia può fermarla
Silvina Perez - Città del Vaticano
Mentre l’Ucraina resta intrappolata in una guerra di logoramento e Gaza continua a precipitare in una crisi umanitaria che scuote le coscienze, Luis Moreno Ocampo scandisce un principio che non ammette eccezioni: «Nessuna esigenza di sicurezza nazionale può giustificare crimini contro i civili».
Primo procuratore della Corte penale internazionale (Cpi) dal 2003 al 2012, protagonista del processo alle giunte militari argentine nel 1985, Moreno Ocampo insiste su un punto spesso rimosso nel dibattito pubblico, il diritto internazionale non è una predica morale, ma un dispositivo di prevenzione. Se non funziona — sostiene — non è perché manchino le norme, ma perché manca la volontà politica di applicarle. I media vaticani lo hanno intervistato.
A quattro anni dall’invasione russa dell’Ucraina e con Gaza ancora senza sbocchi, la giustizia internazionale ha la capacità di incidere sulla realtà dei conflitti o è diventata irrilevante?
Non direi che sia irrilevante. Direi piuttosto che stiamo pagando il prezzo di averla costruita senza un vero consenso politico globale. La guerra accompagna l’umanità da cinquemila anni, la diplomazia ha circa quattro secoli di storia, la giustizia internazionale appena qualche decennio. Questo squilibrio conta. Su scala mondiale non esiste un’istituzione centrale capace di garantire la risoluzione pacifica dei conflitti né di proteggere davvero le persone.
Qual è il nodo strutturale di questa fragilità?
Che non esiste un governo globale. Il mondo è governato dagli Stati, che agiscono in base a interessi nazionali, non globali. Ne deriva una frattura permanente. Il diritto internazionale c’è, ma resta subordinato alla volontà politica degli Stati. Ecco perché spesso fallisce nel prevenire le atrocità.
E la Corte penale internazionale? Non nasce proprio per colmare quel vuoto?
È l’istituzione più recente e più innovativa del sistema. Non risolve conflitti tra Stati: indaga crimini. Protegge le vittime di atrocità di massa e afferma la responsabilità penale individuale, anche ai livelli più alti del potere. Però molti dei conflitti più gravi coinvolgono Stati che non ne riconoscono la giurisdizione. Non è un limite contingente, è strutturale.
Dunque il diritto internazionale è ostaggio dei rapporti di forza?
Il diritto internazionale non può funzionare se lo si lascia solo. Il sistema creato dallo Statuto di Roma non è soltanto un tribunale, è una rete di Stati che si impegnano a porre fine all’impunità. Ma questo impegno dipende dal sostegno dei cittadini e dei leader politici. Senza quel sostegno, la giustizia diventa vulnerabile e selettiva.
Molti osservatori parlano proprio di applicazione selettiva delle norme.
È una percezione comprensibile. Ma il problema più profondo è un altro: continuiamo a pensare il mondo con categorie del XIX secolo. Mancano pensatori e dirigenti capaci di andare oltre lo Stato-nazione. Gli Stati restano indispensabili, ma non bastano per affrontare problemi globali.
Quali problemi richiedono questo salto di scala?
Genocidio, crimini contro l’umanità, violenze sistematiche, crimini di guerra. Ma anche cambiamento climatico e pandemie. Sono sfide globali: di fronte a esse la sovranità nazionale non basta. Serve un livello di governance più ampio.
Le Nazioni Unite non dovrebbero svolgere quel ruolo?
La Carta delle Nazioni Unite non stabilisce una vera uguaglianza, conferisce a cinque Paesi un’autorità legale che consente loro di imporre i propri interessi. In pratica, il Consiglio di Sicurezza è paralizzato dal veto dei membri permanenti, la Russia lo usa sulle risoluzioni relative all’Ucraina; gli Stati Uniti su quelle che riguardano Israele. Il risultato è l’immobilità. Dobbiamo imparare a superare questo blocco.
La guerra resta dunque uno strumento “normale” delle relazioni internazionali?
Per millenni lo è stata. Oggi non più. Lo sviluppo di armi nucleari e di distruzione di massa rende la guerra un meccanismo obsoleto. La civiltà non sopravvivrebbe a una terza guerra mondiale. Continuare a considerare la guerra una soluzione significa ignorare questa realtà.
Lei insiste spesso sull’opposizione tra guerra e giustizia.
Sono due metodi diversi per affrontare la violenza e producono effetti opposti. La guerra genera vendetta; la giustizia serve a impedirla. La guerra costringe a schierarsi — con Israele o con la Palestina — mentre la giustizia consente di stare dalla parte delle vittime: di tutte le vittime, israeliane e palestinesi, ucraine e russe. Da decenni rispondiamo al terrorismo con la vendetta. E non funziona».
Che cosa serve, allora, per uscire da questo ciclo?
Ridisegnare le istituzioni. I problemi del XXI secolo, dal clima alle guerre tra Stati, dal terrorismo globale alle disuguaglianze, non possono essere affrontati con strutture giuridiche progettate tra XVII e XVIII secolo. È un problema di design istituzionale, non soltanto di leadership.
La tecnologia ci mostra tutto in tempo reale, ma non sembra aiutarci a fermare la violenza.
Viviamo in un mondo con comunicazione globale, ma senza un sistema politico globale. Vediamo immediatamente ciò che accade in Ucraina, a Gaza o in Siria, ma non esiste un’istituzione che rappresenti davvero la comunità internazionale. Eppure la tecnologia può aiutarci. Oggi l’intelligenza artificiale viene utilizzata per fare la guerra o per ottimizzare i mercati; può essere impiegata anche per prevenire genocidi e rafforzare la tutela dell’ambiente. In questo contesto, il ruolo di Papa Leone è di vitale importanza. È un’autorità morale globale, capace di tracciare una direzione e di incanalare il dibattito su basi etiche universali. Nel settembre 2025 ho partecipato a un incontro con il Santo Padre su questi temi e ho potuto constatare direttamente quanto questo impegno sia per lui concreto e centrale.
È un obiettivo realistico?
Cambiare l’architettura legale globale sarà difficile e richiederà tempo. Ma possiamo usare l’intelligenza artificiale per far funzionare meglio il sistema giuridico esistente. I media si concentrano sulle decisioni di leader come Putin, Netanyahu o Trump, ma esistono molte altre persone con un reale potere decisionale. La storia dimostra che la cooperazione tra Stati non è un’utopia, richiede innovazione istituzionale e cittadini disposti a partecipare agli eventi, non solo a commentarli. Mettiamo l’intelligenza artificiale al servizio di queste persone e trasformiamo l’ordine globale. È possibile.
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