Afghanistan, il racconto di Alberto Cairo: un Paese che rischia di essere dimenticato
Igor Traboni – Città del Vaticano
“Se mentre parliamo sente delle esplosioni, non si preoccupi: stanno solo sparando dei petardi per una festa”: dalla sua casa di Kabul, trasmette un po’ di tranquillità Alberto Cairo, dal 1990 in Afghanistan, ex Direttore del Programma Ortopedico per persone con disabilità del Comitato Internazionale di Croce Rossa, grazie al suo lavoro, oltre 240mila mutilati hanno potuto avere protesi di braccia e gambe. Oggi è presidente di Nove Caring Humans, organizzazione non profit che nel Paese asiatico sta portando avanti vari progetti. Lo scorso 17 marzo, invece, le esplosioni hanno avuto tutto un altro tenore, con i bombardamenti su una struttura medica di riabilitazione per tossicodipendenti, che ha causato oltre 400 morti e 250 feriti. Ennesimo atto della guerra in corso tra Afghanistan e Pakistan, un conflitto di cui però non parla nessuno, o quasi. Nello scacchiere delle 32 guerre attive e delle 22 aree di crisi in tutto il mondo, infatti, quello che sta accadendo tra queste due nazioni belligeranti viene definito “un conflitto a intensità ridotta”. Ma in realtà la popolazione afgana sta soffrendo ogni giorno questa situazione.
Il peso dell’isolamento internazionale
“C’è una situazione difficile, cupa direi – racconta Cairo, descrivendo il dramma quotidiano degli afgani - a pesare è innanzitutto l’isolamento internazionale a tutti gli effetti: l’Afghanistan ha contatti commerciali soprattutto con la Cina e con i Paesi confinanti, ma ora la frontiera con il Pakistan ha un blocco totale. È rimasta aperta la frontiera con l’Iran, ma sappiamo bene cosa sta accadendo anche in quel Paese. Tutto questo ha fatto salire moltissimo i prezzi, soprattutto dei beni alimentari, e la gente si arrangia come può. Anche la situazione interna è difficile: il regime talebano non è così monolitico come vogliono far credere, ci sono tensioni interne tra i due gruppi principali. L’integralismo è tale in tutti i sensi, con divieti continui: questo non si può fare, quest’altro neppure”.
La condizione delle donne
Convivere con la paura non è affatto facile, non solo nella capitale. “La guerra – riprende il direttore di Nove – si sente soprattutto al confine con il Pakistan, con continue incursioni da una parte e dall’altra. Nelle città un po’ meno, ma nessuno può dire di essere tranquillo. Certo, non è paragonabile a quello che succede in Ucraina o a Gaza, ma è pur sempre una guerra”. Nell’Afghanistan di oggi, poi, i problemi si accavallano. Cairo, che oramai conosce benissimo il Paese, ne prospetta altri due, ad iniziare dalla condizione femminile: “Se fino a quale tempo fa c’era almeno una speranza, ad esempio, di far ricominciare le scuole, adesso tutti hanno capito che non se ne parla. E le donne restano cancellate anche dal lavoro, dalla vita sociale”. E poi c’è il dramma dei profughi che stanno rientrando: “Nell’ultimo anno sono tornati 5 milioni di rifugiati dall’Iran e dal Pakistan, con un impatto notevole su una popolazione totale di 40 milioni di persone. Anche perché non tornano persone che hanno denaro o portano investimenti, ma povera gente in totale indigenza”.
I progetti di Nove
Una piccola interruzione nella chiacchierata su Whatsapp arriva, per dar modo a Cairo di metter su l’acqua per un piatto di pasta. Una incombenza che lo porta a descrivere anche come vivono gli afgani: “Le persone si arrangiano, cosa possono fare altrimenti? Non possono stare a casa, anche perché il 50% lavora ogni giorno per poter almeno mangiare quel giorno stesso. Se oggi non si lavora, oggi non si mangia. Noi comunque non abbiamo problemi, se non fare attenzione quando bombardano: Nove continua a portare avanti i suoi progetti di sviluppo, sia per le donne che per i disabili nel campo sportivo, e di inserimento sociale. Oltre ai progetti legati all’emergenza: qui ci sono folle di donne capofamiglia che non hanno assistenza e che noi aiutiamo prima di tutto a sopravvivere, e poi insegnando loro un mestiere, anche se si tratta di piccoli lavori».
Il drammatico calo di interesse
In conclusione, Cairo racconta un episodio di pochi giorni addietro: «Ho sentito dire che ‘quella tra Afghanistan e Pakistan è una guerra tra ladri di polli’. Mi è sembrato un insulto. Ma forse è anche lo specchio del fatto che oramai se ne parla poco. Lo vedo anche quando torno in Italia e parlo con la gente, prima chiedevano tante cose, adesso solo: com’è la situazione, sempre la stessa? E il discorso finisce lì. C’è un calo di interesse, oltre che nelle donazioni, altro fatto molto grave. Molti pensano che quella dell’Afghanistan oramai sia una causa persa, che se la siano cercata loro”.
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