Nigeria, liberati 86 fedeli di due chiese rapiti a gennaio
Cecilia Seppia – Città del Vaticano
Dalla Nigeria funestata negli ultimi giorni da violenti attacchi terroristici con decine di morti, arriva anche una buona notizia. Si tratta della liberazione – confermata dall’Agenzia Fides – di fedeli rapiti il 18 gennaio scorso da due diverse chiese della comunità di Kurmin Wali, nello Stato di Kaduna, mentre partecipavano a una funzione religiosa. Un copione purtroppo già visto caratterizzato dalla furia dei commandi armati che hanno fatto irruzione negli edifici, col volto coperto e armati di fucili, trascinando via le persone intente a pregare. Le autorità parlavano allora di 177 fedeli appartenenti alla Chiesa dei Serafini e dei Cherubini. Di questi, circa 80 erano riusciti a scappare e mettersi in salvo quasi subito, di altri 86 non si aveva traccia, fino alla tarda serata di ieri quando i sequestratori li hanno liberati. Il merito, secondo le autorità e secondo quanto riporta la stampa nigeriana, è di un’operazione congiunta, portata avanti da diverse forze di sicurezza. Arrivati a bordo di alcuni furgoni, sono stati rilasciati in strada, tutti più o meno in buone condizioni. I restanti 11 con molta probabilità non sono sopravvissuti.
Nuovi attacchi
Una goccia in mezzo a un mare fatto di continui massacri spesso taciuti dai media internazionali. Gli ultimi in ordine di tempo avvenuti martedì (ma la notizia è giunta solo oggi) negli Stati nigeriani di Katsina, Kwara e Benue: 47 le vittime complessive, per lo più uccise nel mercato di Abande, nel quartiere di Mbaikyor, dove le milizie hanno aperto il fuoco su commercianti e residenti. Un bilancio che viene ad aggiungersi al drammatico attentato al villaggio di Woro, situato nello Kwara dove i morti sono 175. La notizia diffusa ieri dall'agenzia Reuters era stata confermata dalla Croce rossa nigeriana che parlava anche dell’assalto più letale registrato quest’anno in questo distretto al confine con lo Stato del Niger, una zona sempre più colpita da incursioni armate, rapimenti e saccheggi di bestiame. Durante il raid, avvenuto nella giornata di martedì, i gruppi armati hanno anche incendiato abitazioni e negozi, devastando il villaggio.
Il presidente dispiega l'esercito
A seguito di questa catena devastante di attacchi, il presidente nigeriano BolaAhmed Tinubu ha dispiegato un battaglione proprio nello Stato di Kwara dove l'esercito aveva recentemente condotto operazioni contro quelli indicati come "elementi terroristici". Nessun gruppo ha rivendicato la responsabilità dell'attacco definito dal presidente "brutale", ma il governo statale ha accusato "cellule terroristiche" e il presidente Tinubu ne ha attribuito la responsabilità ai jihadisti di Boko Haram. Secondo il capo di Stato nigeriano, il raid sarebbe infatti stato compiuto contro gli abitanti del villaggio che avevano rifiutato l'ideologia dei jihadisti.
No a narrazioni che accrescono la sfiducia
“Non c'è nessun altro Paese nel quale 10 persone vengono uccise il lunedì, 50 il martedì, 100 il mercoledì, e questo continua ogni settimana. Come può un Paese del genere andare avanti?" ha detto monsignor Matthew Hassan Kukah, vescovo di Sokoto. "Quello che sta accadendo in Nigeria non può accadere in Sudan, Camerun, Niger, Ghana o in qualsiasi altro Paese al mondo", ha aggiunto parlando a Yola durante la presentazione di un libro. Il vescovo di Sokoto, riporta l’Agenzia Fides, ha inoltre criticato quella che ha qualificato come la crescente tendenza a inquadrare assassini e massacri in base a criteri religiosi, avvertendo che “tali narrazioni accrescono la sfiducia e ampliano le linee di frattura tra le comunità”. Secondo il presule la questione andrebbe affrontata a livello politico e istituzionale con il coinvolgimento di leader religiosi e comunitari, sottolineando che la pace non può essere raggiunta senza responsabilità collettiva. In particolare ha invitato i capi politici e religiosi a lavorare per solidificare le istituzioni, perché queste siano in grado di garantire sicurezza, giustizia e coesione nazionale. Monsignor Kukah ha concluso avvertendo che un Paese consumato dalla violenza, diventata consuetudinaria, e dall’ampliamento delle divisioni, "rischia di perdere il suo orientamento morale e istituzionale a meno che i suoi capi non scelgano l'unità anziché il settarismo".
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