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Myanmar, cinque anni dopo il colpo di stato Myanmar, cinque anni dopo il colpo di stato

Il Myanmar a cinque anni dal colpo di stato, una crisi umanitaria inarrestabile

Il Paese del sud-est asiatico, che il primo febbraio è giunto al quinto anniversario dalla presa del potere della giunta militare, vive un drammatico conflitto interno e una situazione terribile, resa ancora più grave da milioni di sfollati e di persone che soffrono la fame

Francesco Citterich – Città del Vaticano

Sono trascorsi 5 anni dal colpo di stato perpetrato dalla giunta militare del Myanmar, che ha fatto piombare il Paese del Sud-Est asiatico nella guerra civile e nel caos. E non sono certo bastate le elezioni legislative concluse la scorsa settimana — le prime dal 2020 e indette dai generali al potere —   a ridare una parvenza di pace al lacerato Paese, frammentato tra conflitto, crisi umanitaria e tentativi di legittimazione elettorale, tantomeno l'invito, sempre da parte della giunta militare, al reintegro degli ex dipendenti pubblici che si erano dimessi per protestare contro il colpo di Stato di cinque anni fa a tornare al lavoro, impegnandosi a rimuoverli dalle "liste nere".

Il potere dell'esercito

L’esercito governa il Myanmar sin dalla sua indipendenza nel 1948, fatta eccezione per il breve periodo di un esecutivo democratico tra il 2011 e il 1mo febbraio 2021, quando i militari presero poi il potere con un colpo di stato, esautorando il parlamento democraticamente eletto nel 2020 e arrestando il presidente, Win Myint, e il ministro degli esteri e consigliere di Stato, Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace (1991). Suu Kyi è la leader della disciolta Lega nazionale per la democrazia (Lnd), principale formazione dell’opposizione che aveva nettamente vinto le legislative di sei anni fa, annullate dai generali.

Le ultime elezioni

Riguardo alle ultime elezioni, svoltesi tra dicembre 2025 e gennaio 2026, denunciate da vari Stati e organizzazioni internazionali come una manovra per prolungare il potere dell’esercito sul Paese, il partito Unione della solidarietà e dello sviluppo (Usdp) — partito sostenuto dai militari — afferma di avere ottenuto quasi il 90% dei seggi alla Camera bassa del parlamento, dove in base alla Costituzione del 2008 un quarto dei deputati spetta già di diritto ai militari. La giunta ha presentato le elezioni, tenutesi in tre fasi nell’arco di un mese, come un ritorno alla democrazia, pur ammettendo che l’esercito «continuerà a svolgere un ruolo nella leadership politica del Paese». Tuttavia l’Onu, molti Paesi occidentali, osservatori internazionali e organizzazioni per i diritti umani hanno aspramente criticato il voto come una legittimazione del regime militare e caratterizzato da una stretta sulle voci dissenzienti e sulle liste, composte in gran parte da partiti filo-militari. Molte formazioni politiche, soprattutto dell’opposizione, non sono state ammesse a partecipare. Le principali formazioni di opposizione sono state sciolte da tempo e i loro leader sono in prigione. Attualmente, le forze d’opposizione risultano articolate in varie fazioni, tra cui il “governo ombra” del National unity government (Nug) formato da ex-rappresentanti del governo eletto nel 2020 e dalle forze più democratiche; le People’s defense force (Pdf), nate per contrastare la giunta e spesso viste come il braccio armato del Nug, e le varie milizie etniche, che nella storia del Paese si sono più volte scontrate con l’esecutivo del Myanmar per l’autonomia delle rispettive regioni. Nei giorni scorsi, Il Relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Myanmar ha chiesto di annullare i risultati della consultazione elettorale, «espressamente indetta dalla giunta per garantire una vittoria schiacciante ai suoi successori politici». 

 

Le proteste di massa

Dopo avere invalidato sei anni fa la netta affermazione dell’Lnd, che aveva ridotto il potere dei generali, la giunta prese il potere con la forza.  Le proteste di massa scoppiate in risposta al colpo di Stato furono represse dalla giunta con arresti arbitrari, torture, esecuzioni sommarie e l’uso indiscriminato della violenza. Di fronte alla risposta dei militari, le manifestazioni pacifiche lasciarono progressivamente spazio alla resistenza armata, con diversi attivisti politici dell’opposizione che hanno abbandonato le città per combattere come guerriglieri al fianco degli eserciti delle minoranze etniche che da tempo dominano le periferie del Myanmar. 

Il conflitto interno

Dal colpo di Stato si combatte un sanguinoso conflitto interno nelle aree controllate dai ribelli, milizie organizzate militarmente, note come Ethnic Armed Organisations (Eao). Combattimenti, ma soprattutto indiscriminati attacchi e bombardamenti dell’esercito governativo, che secondo gruppi locali indipendenti di monitoraggio avrebbero già provocato la morte di non meno di 90.000 persone, molte delle quali civili inermi, con un impatto umanitario ed economico catastrofico. Una situazione terribile, resa ancora più grave da una crisi umanitaria con milioni di sfollati e di persone che soffrono la fame. Su una popolazione di circa 55 milioni, oltre 3,5 milioni di persone sono sfollati interni e vivono in fatiscenti campi profughi, con accesso limitato a cibo, acqua, assistenza sanitaria. In tutto questo drammatico contesto di morte e distruzione, si inserisce la spesso dimenticata crisi della minoranza etnica musulmana dei Rohingya. A marzo, il nuovo parlamento si riunirà a Naypyidaw e potrebbe eleggere presidente l’attuale leader della giunta militare, il generale Min Aung Hlaing. Nel 2024 il procuratore della Corte penale internazionale ha sollecitato un mandato di arresto nei suoi confronti per i crimini commessi durante la persecuzione e l’espulsione dal Myanmar, tuttora in corso, di centinaia di migliaia di rohingya.

ACS: 24 ore di preghiera per la pace

Proprio per oggi Aiuto alla Chiesa che Soffre ha invitato comunità, parrocchie e singoli fedeli a partecipare alle 24 ore di preghiera per la pace, attraverso la santa Messa, il Rosario, l’Adorazione Eucaristica o un momento di preghiera personale. "Vogliamo unirci nella preghiera per chiedere pace e riconciliazione per il Myanmar", ha detto Regina Lynch, Presidente Esecutivo di ACS Internazionale. In questo contesto, la Chiesa locale non si è mai fermata, restando accanto alla popolazione. Vescovi, sacerdoti, religiose e laici continuano il loro servizio con discrezione e costanza, offrendo sostegno spirituale e materiale alle persone più colpite, spesso in condizioni difficili e precarie.

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01 febbraio 2026, 10:00