Il Myanmar al voto mentre infuria la guerra civile
Paolo Affatato - Città del Vaticano
È un voto a “macchia di leopardo” quello in corso in Myanmar. Nel Paese, governato da una giunta militare e lacerato da un conflitto civile, l’esercizio di democrazia risulta difficile e incompleto – denunciano diverse organizzazioni della società civile e le organizzazioni internazionali – dato che la giunta dei generali al potere ha escluso dalle liste le formazioni di opposizione come la Lega nazionale per la democrazia, quelle che guidavano il governo democraticamente eletto a febbraio 2021, quando il colpo di stato militare ha sovvertito il potere.
Elezioni a guerra in corso
Un altro pesante condizionamento: le elezioni, previste in tre diverse fasi, si svolgono mentre sono in corso combattimenti in più di un terzo del Paese. Secondo una recente analisi pubblicata dall’emittente britannica Bbc e basata sui dati di organizzazioni locali, circa il 21% del Myanmar è controllato dalla giunta militare, che governa il centro del Paese; il 42% del territorio è, invece, sotto controllo delle forze della resistenza e di milizie etniche, mentre la restante parte (circa il 37%) è teatro di ostilità belliche.
Elezioni lunghe e macchinose
Il primo turno del voto si è comunque tenuto il 28 dicembre in 102 comuni e ha assegnato il 90% dei consensi allo Union Solidarity and Development Party (Usdp), formazione nei cui ranghi militano funzionari pubblici e personalità politiche del regime. La seconda fase del voto si tiene l’11 gennaio in circa 100 comuni in 12 stati, mentre l’ultimo turno è fissata il 25 gennaio. Il voto è stato apertamente boicottato sia dal Governo civile di unità nazionale (Nug), in esilio, legato alle forze della resistenza, sia dalle organizzazioni armate etniche, storicamente presenti nel Myanmar, che lo hanno definito «una farsa ideata dal regime per legittimarsi».
Accesso al voto limitato
In particolare, come ha riferito l’agenzia Fides, in alcuni stati birmani la perdurante instabilità ha penalizzato o impedito le operazioni elettorali: nello stato Kachin, votano i cittadini di 6 comuni su 18; nello stato Kayah le urne sono aperte in due comuni e nello Stato di Chin, al Nord ovest, dove le forze di resistenza controllano vaste aree, vi sono seggi elettorali solo nella capitale Hakha e in un’altra città. Altrettanto difficile la situazione dello stato Rakhine, nella parte occidentale del paese, dove l’esercito etnico di Arakan ha conquistato 14 dei 17 comuni e si vota perciò solo in tre comuni. Nello stato Shan, dove i combattimenti infuriano, si vota nella capitale Lashio e in altre 11 municipalità, e nelle stesse condizioni si trova la regione di Sagaing, anch’essa attraversata da violenti scontri. Nella parte centrale del paese, è il voto nelle principali città (come Yangon e Naypyidaw) ad aver attratto la maggior parte dei cittadini, in un’affluenza alle urne che, come reso noto dalla Commissione elettorale, si è attestata su oltre il 70% degli elettori.
Si vota per un governo civile
"Da un lato molti cittadini hanno votato per il timore di subire ritorsioni se si fossero astenuti", rileva a L’Osservatore Romano Joseph Kung, laico cattolico ed educatore che vive a Yangon. "Ma la gente si reca alle urne anche per esercitare comunque un diritto, nonostante i limiti e le difficoltà delle operazioni. Lo fa per un senso di cittadinanza e sperando in un futuro migliore", spiega, in quanto "un governo civile sarà sempre meglio di un governo militare: aprirà maggiori spazi di confronto, anche se sono gli ex militari a governare in abiti civili", asserisce, ricordando simili passaggi nella storia passata del Myanmar. Inoltre, osserva, "le forze della resistenza hanno sempre detto che un dialogo sarà possibile solo con un governo civile, dunque speriamo in un impatto positivo anche sul piano della pacificazione interna". Secondo gli analisti, l’Usdp, il partito espressione dei militari, avrà la maggioranza in Parlamento e potrà agevolmente formare un governo, annunciato entro il mese di aprile.
Uno Stato al collasso
Il processo elettorale si svolge in un paese in cui oltre 3,5 milioni di persone, su una popolazione di circa 55 milioni, sono sfollati interni e vivono campi profughi informali, con accesso limitato a cibo, acqua, assistenza sanitaria. Il conflitto civile, che dura da cinque anni, ha generato una profonda crisi umanitaria per un terzo della popolazione e la società soffre per il collasso dello stato in settori essenziali come istruzione, sanità, attività economiche. La piccola comunità dei cattolici birmani, circa 500mila fedeli sparsi in tutti gli stati dell’Unione e tra tutte le etnie del paese-mosaico, continua a invocare la riconciliazione e a operare per la pace, come hanno fatto i vescovi nella loro recente assemblea tenutasi a Yangon. Incoraggianti, hanno riferito i Presuli, le parole dedicate da Papa Leone XVI al Myanmar nel corso della benedizione Urbi et orbi, il 25 dicembre: «Al Principe della Pace domandiamo che illumini il Myanmar con la luce di un futuro di riconciliazione: ridoni speranza alle giovani generazioni, guidi l’intero popolo birmano su sentieri di pace e accompagni quanti vivono privi di dimora, di sicurezza o di fiducia nel domani».
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