Gaza, l'allarme delle Ong: a rischio l'assistenza umanitaria
Beatrice Guarrera - Città del Vaticano
«In questi giorni vediamo entrare sempre meno rifornimenti, in un contesto in cui oltre il 90 per cento della popolazione dipende esclusivamente dagli aiuti umanitari. Ogni giorno perdiamo nuove vite umane, mentre oltre un milione e mezzo di persone ha perso la propria casa. Inoltre, siamo testimoni di nuovi casi di malnutrizione specialmente tra i bambini e le donne incinte. Abbiamo bisogno di tutto, altrimenti si verificherà nuovamente lo stato di carestia come lo scorso agosto». Amjad Shawa, direttore della Rete delle organizzazioni non governative palestinesi (Pngo), a Gaza City, ha lanciato così l’allarme sulla drammatica situazione della Striscia di Gaza. La sua testimonianza è arrivata nell’ambito di un briefing online ieri, martedì, in cui è stata presentata l’azione di ricorso all’Alta corte israeliana da parte di alcune organizzazioni umanitarie, che hanno ricevuto l’ordine di cessare le loro attività nella Striscia entro il 28 febbraio, per non aver ottemperato agli obblighi di registrazione, secondo le norme aggiornate israeliane.
L'apporto fondamentale delle ong
Le ong hanno chiesto di sospendere le misure prima che venga arrecato un danno irreparabile ai civili che dipendono dalla loro assistenza. Infatti, insieme alle agenzie delle Nazioni Unite e ai partner palestinesi, le organizzazioni internazionali «sostengono o implementano la distribuzione di oltre la metà di tutta l'assistenza alimentare a Gaza, il 60 per cento delle operazioni degli ospedali da campo, quasi tre quarti delle attività di accoglienza e di fornitura di beni non alimentari, tutti i trattamenti ospedalieri per i bambini affetti da grave malnutrizione acuta e il 30 per cento dei servizi educativi di emergenza», oltre a finanziare oltre la metà delle operazioni di bonifica per situazioni di rischio esplosivo. A fornire questi numeri, in un comunicato congiunto, sono gli stessi firmatari del ricorso — 17 ong, insieme all'associazione delle Agenzie Internazionali di Sviluppo (Association of International Development Agencies-Aida) — che mette in luce una situazione di «stallo giuridico senza precedenti, in cui le richieste dell’amministrazione israeliana contraddicono direttamente le leggi internazionali sulla privacy e i principi fondamentali di neutralità umanitaria».
L'incognita sulla diffusione di dati sensibili
Il 30 dicembre 2025, infatti, 37 organizzazioni umanitarie sono state informate che le loro registrazioni israeliane sarebbero scadute il giorno successivo e che avrebbero avuto 60 giorni di tempo per interrompere le attività a Gaza e in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. La decisione poteva essere annullata solo se le organizzazioni avessero completato l’intero processo di registrazione, fornendo informazioni sensibili di ogni dipendente operativo sul campo, dati che le ong «non possono fornire per motivi legali o etici». Athena Rayburn, direttrice esecutiva dell’Aida con sede ad Amman, ha spiegato che le policy di protezione della privacy impediscono di divulgare tali dati richiesti dalle autorità israeliane, che non hanno specificato neppure per quale finalità. Il timore è che si tratti dunque di un modo per interrompere le operazioni delle ong, riducendo anche così i «testimoni sul campo» di ciò che sta accadendo nella Striscia. Il trasferimento di dati personali comporta inoltre «gravi rischi di sicurezza, esponendo il personale palestinese a potenziali ritorsioni e compromettendo le garanzie in materia di protezione dei dati e riservatezza», oltre a creare «un precedente che potrebbe indebolire l’impegno umanitario basato su principi di indipendenza, neutralità e imparzialità in contesti altamente politicizzati».
Il rischio di interrompere servizi salvavita
Yotam Ben-Hillel, il legale che ha presentato il ricorso per conto delle organizzazioni internazionali, ha spiegato che solo di recente le procedure di registrazione delle ong sono confluite sotto il ministero degli Affari della diaspora e della Lotta all’antisemitismo, che «non avrebbe dimestichezza con gli affari umanitari» e che deciderebbe «secondo criteri soggettivi», se concedere o no l’autorizzazione ad operare. Secondo le ong, invece, la registrazione dovrebbe essere fatta presso l’Autorità Nazionale Palestinese, che fornisce, infatti, la base giuridica per l’operatività delle organizzazioni internazionali in territorio palestinese. Ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra, una potenza occupante, inoltre, è tenuta a facilitare i soccorsi ai civili sotto il suo controllo. «Condizionare la presenza umanitaria su richieste amministrative di vasta portata, tra cui il trasferimento di elenchi completi del personale nazionale, insieme a motivazioni vaghe e politicizzate per il diniego, rischia di interrompere i servizi salvavita e di erodere l’obbligo di garantire il benessere dei civili», concludono le organizzazioni internazionali.
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