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Le proteste in Iran Le proteste in Iran  (AFP or licensors)

Iran, Sabahi: i giovani guidano la protesta contro il regime

Sono gli under 30 senza lavoro, senza possibilità di futuro, a scendere in piazza ancora a Teheran e in altre città e a pagare il tributo più alto in termini di vite umane. Si contano 12mila persone uccise e mentre l’Ue prepara nuove sanzioni, il presidente Trump promette ai manifestanti: “L’aiuto è in arrivo”, poi li incoraggia a marciare sulla capitale e a prendersi le istituzioni. La professoressa Sabahi traccia il volto e gli sviluppi possibili delle proteste

Cecilia Seppia – Città del Vaticano

L’Iran è una polveriera ma nonostante i divieti e la repressione sistematica delle proteste scoppiate lo scorso 28 dicembre, la gente, giovani under 30 soprattutto, continua a scendere in piazza decisa a rovesciare il regime di Teheran. 648 i manifestanti uccisi secondo l’organizzazione con sede in Norvegia Iran Human Rights (Ihr), 12mila, invece, secondo l’Iran International, in quello che il noto media di opposizione basato a Londra definisce "il più grande massacro nella storia contemporanea del Paese, avvenuto in gran parte nelle notti dell'8 e 9 gennaio”. Le persone finite in manette sono a quota 10.721. Resta il blocco ad Internet, mentre gradualmente vengono ripristinati i collegamenti telefonici internazionali.

L’Ue prepara nuove sanzioni

Video diffusi tramite Starlink mostrano decine di cadaveri ammassati in strada e la polizia aprire il fuoco sui manifestanti. Teheran è “pronta alla guerra e al dialogo”, ha dichiarato il  ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi dopo che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a bordo dell'Air Force One, ha annunciato che i leader iraniani hanno chiamato l’amministrazione americana per negoziare". Per Teheran comunque la situazione "è sotto controllo". Il Parlamento europeo, nel frattempo, ha vietato l'accesso ai suoi locali a tutti i diplomatici e rappresentanti iraniani e l’Ue ha messo sul tavolo nuove imminenti sanzioni. “Il crescente numero di vittime in Iran è terrificante. Condanno inequivocabilmente l'uso eccessivo della forza e le continue restrizioni della libertà. L'Unione Europea ha già inserito l'intero Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica nel suo regime di sanzioni per violazione dei diritti umani. In stretta collaborazione con l'Alta rappresentante Kaja Kallas saranno rapidamente proposte ulteriori sanzioni ai responsabili della repressione. Siamo al fianco del popolo iraniano che sta coraggiosamente marciando per la propria libertà", ha scritto su X la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen.

Trump promette aiuto ai manifestanti

Donald Trump intanto valuta diverse opzioni, compresa quella militare, “gli attacchi aerei sono solo una delle tante, moltissime opzioni a disposizione del 'commander-in-chief'”, ha ribadito la portavoce della Casa Bianca parlando con i giornalisti. “La diplomazia è sempre la prima scelta per il presidente. Ma ha dimostrato di non avere timore di ricorrere a soluzioni militari qualora lo ritenga necessario e nessuno lo sa meglio dell'Iran", ha aggiunto Leavitt annunciando che Washington è pronta a svelare una serie di dossier sulle autorità iraniane. Al tempo stesso Trump incoraggia i giovani a “prendersi le istituzioni” e promette: “L'aiuto di cui avete bisogno è in arrivo”.  La Cina, dal canto suo, reagisce ai dazi di Trump verso chi intrattiene relazioni commerciali con l’Iran spiegando che tutelerà “con decisione i suoi legittimi diritti e interessi" e che "non ci sono vincitori delle guerre tariffarie”. Ieri il tycoon aveva annunciato su Truth che, con effetto immediato, qualsiasi Paese intrattenesse rapporti commerciali con la Repubblica Islamica dell'Iran, dovrà pagare una tariffa del 25% su tutte le transazioni commerciali effettuate con gli Usa.

L’innesco delle proteste

Ai media vaticani, Farian Sabahi, docente di Storia Contemporanea all’Università Insubria, ribadisce che la “miccia”, l’innesco di queste proteste (diverse da quelle che nell’autunno del 2022 portarono in piazza la popolazione contro la morte di Mahsa Amini) “è stata sicuramente l’altissima inflazione, il carovita e l’impossibilità dei commercianti di far fronte alle spese, tanto da decidere di chiudere i negozi consapevoli che quello che avrebbero venduto quel giorno a una certa cifra l'avrebbero pagato di più all'ingrosso il giorno successivo. Poi, man mano, le proteste si sono estese, tra l'altro non tanto nelle aree metropolitane, ma, in prima battuta, in aree marginali, dove il governo del presidente Masoud Pezeshkian aveva fatto delle promesse di miglioramento economico che in 18 mesi non si sono mai concretizzate. Dunque le proteste contro il carovita sono diventate anche espressione di malcontento della popolazione e anche proteste contro il regime”.

Ascolta l'intervista alla professoressa Farian Sabahi

I giovani in prima linea

A scendere in piazza sono soprattutto i giovani di quella GenZ che già dallo scorso anno ha cominciato ad alzare la voce e la testa in tante parti del mondo. “I ragazzi - aggiunge la professoressa Sabahi - sono sopraffatti, anche loro soffrono la crisi economica, hanno difficoltà a trovare un lavoro, a sposarsi, non vedono un futuro in Iran, schiacciato anche dalle sanzioni internazionali e da una pessima gestione della ‘cosa pubblica’, e soffrono per la repressione e la mancanza di libertà, di scelte di vita. Eppure l’Iran è un Paese molto ricco di petrolio come sappiano, di gas, di altre risorse minerarie e vanta cervelli eccellenti, ma è un Paese dove la gente ‘tira a campare’. Altro motivo per cui le giovani generazioni si sono mobilitate è che il regime aveva sempre detto che la sua priorità era garantire la sicurezza ai suoi cittadini, mentre a giugno dello scorso anno ha dimostrato di non essere in grado di difendere i propri confini quando c’è stata l’aggressione da parte di Israele. Ha perso legittimità su tutti i fronti”.

Le scelte sbagliate di Teheran

Tante le scelte sbagliate che hanno contribuito a indebolire la credibilità del regime. Farian Sabahi mette l’accento sui finanziamenti ad Hamas nella Striscia di Gaza, sui soldi dati agli Hezbollah libanesi per finanziare gli Huthi nello Yemen e Assad fino allo scorso anno in Siria, con investimenti enormi non solo dal punto di vista militare ma anche finanziario, immobiliare. “In Siria dopo la caduta del regime, Teheran ha perso 50 miliardi di dollari, nel Venezuela di Maduro ha investito 8 miliardi e sappiamo cosa è successo a Caracas. Quindi gli iraniani hanno ben presente che le autorità della Repubblica Islamica hanno fatto degli investimenti sbagliati, penalizzando gli iraniani che avrebbero potuto godere di quella ricchezza”.

Un accordo con Washington?

E mentre le alleanze e gli equilibri geopolitici in Medio Oriente si stanno a fatica ridisegnando, l’Iran appare sempre più isolato, nonostante possa contare sull’apporto della Cina. Le dichiarazioni del presidente americano Trump non lasciano margine di equivoco eppure timidi spiragli di dialogo cominciano ad intravedersi. “Trump - spiega Farian Sabahi - si è detto disponibile ad aiutare il popolo iraniano in nome della libertà e della democrazia. E’ pur vero che nell’ultima ora ha accolto la richiesta di negoziazione della leadership iraniana e già ieri il ministro degli Esteri di Teheran ha dichiarato che i canali di comunicazione sono aperti con l'inviato speciale statunitense. Cosa vuole dire tutto questo? Da una parte che la diplomazia mediorientale funziona e si conferma il ruolo di mediazione dell’Oman, tra Teheran e Washington, come già 11 anni fa quando ci fu il primo bilaterale tra i due governi con l'incontro tra John Kerry Segretario di Stato al tempo di Barack Obama e il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, un riformatore. Oggi si potrebbe prefigurare un accordo voluto da Trump, forse un accordo nucleare nuovo, ma Trump è colui che l'8 maggio 2018, aveva mandato a monte l'accordo nucleare e il JCPOA aveva imposto nuove sanzioni, quelle sanzioni che poi hanno messo in ginocchio l'economia iraniana e la popolazione dell'Iran. Oggi un accordo fra Trump e gli Ayatollah vorrebbe dire un rafforzamento della Repubblica Islamica a scapito di quelle migliaia di manifestanti che in queste settimane e anni hanno perso la vita”.

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13 gennaio 2026, 16:47