Iran, i tanti volti della crisi
Giada Aquilino - Città del Vaticano
La scintilla è scoppiata il 28 dicembre scorso tra i commercianti del Grande bazar di Teheran, poi le proteste anti-governative e contro la crisi economica si sono velocemente estese a tutto l’Iran: secondo l’agenzia di stampa registrata negli Stati Uniti Human rights activist news agency (Hrana), organizzazione indipendente che monitora le violazioni dei diritti umani nel Paese, sono 222 le località in 26 delle 31 province della Repubblica islamica ad essere coinvolte in quella che appare la mobilitazione popolare più significativa nel Paese dai tempi della rivolta del 2022. Allora le piazze si infiammarono con lo slogan “Donna, vita, libertà” a seguito della morte di Mahsa Jina Amini, la studentessa 22.enne accusata di non aver indossato correttamente il velo e deceduta nel settembre di tre anni e mezzo fa mentre era sotto custodia della polizia.
Crollo del riyāl
Sullo sfondo delle manifestazioni di oggi rimangono il crollo del riyāl, la moneta nazionale, e il rapido deterioramento delle condizioni economiche, sui cui pesano oltre alla corruzione massiccia soprattutto le sanzioni internazionali per il programma nucleare di Teheran: misure restrittive portate avanti in particolare dagli Stati Uniti, nel quadro di rinnovate tensioni geopolitiche, blocchi navali e controllo dei flussi di greggio — le riserve petrolifere iraniane sono sulla carta le terze al mondo dopo quelle di Venezuela e Arabia Saudita — letti da Washington come nuove leve della governance globale.
Le immagini del raid Usa in Venezuela per catturare Nicolás Maduro non sono passate inosservate in Iran, anche per i toni sempre più accesi usati dal capo della Casa Bianca contro gli ayatollah e quando la stampa internazionale registra il rafforzamento della postura militare statunitense nella regione e non esclude una nuova escalation bellica tra Israele e Iran, dopo quella del giugno scorso.
Nella Repubblica islamica l’inflazione a dicembre ha superato il 40%. Con salari e risparmi erosi, per la gente la situazione peggiora di giorno in giorno. Secondo «Le Monde», dalla primavera scorsa il prezzo del formaggio è aumentato del 140%, quello del pane sangak — molto usato nell’alimentazione iraniana — addirittura del 250%, mentre il prezzo del latte è salito del 50% in due mesi e quello della carne macinata del 20% in un mese. «Non c’è più olio né riso e in alcune province, come il Baluchistan, si registrano persino carestie», ha evidenziato a «Le Figaro» il giornalista franco-iraniano Emmanuel Razavi, esperto di geopolitica del Medio Oriente e dell’Iran. Più di due terzi degli iraniani vivono al di sotto della soglia di povertà, vasti territori non hanno accesso all’acqua potabile, mentre in molte città continua il razionamento dell’elettricità.
A quasi mezzo secolo dalla Rivoluzione islamica
Ma la crisi ha anche altre facce. A quasi mezzo secolo dalla Rivoluzione islamica del 1979, a luglio scorso il think tank francese Fondapol ha pubblicato un’indagine condotta dalla fondazione Gamaan — istituto di ricerca indipendente con sede nei Paesi Bassi che analizza le tendenze in Iran — secondo cui «l’81% degli iraniani non voleva più sentir parlare della Repubblica islamica», ha ricordato Razavi. Il presidente Massoud Pezeshkian, seconda carica dello Stato dopo la Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, massimo esponente del clero sciita, mercoledì scorso ha ordinato alle forze dell’ordine di non attaccare i manifestanti, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Mehr. Eppure il bilancio delle proteste, in costante aggiornamento, parla di almeno 45 morti (sia dimostranti sia membri delle forze di sicurezza ma anche 8 minori, secondo l’ong Iran human rights, con sede in Norvegia), oltre 50 feriti e più di 2.200 arresti dall’inizio delle dimostrazioni, con il blocco di internet e delle linee telefoniche decretato dalle autorità nel tentativo di limitare il coordinamento e la diffusione delle immagini sui social.
A differenza delle precedenti ondate di protesta, fonti dell’opposizione e attivisti sul terreno segnalano episodi in cui i manifestanti sono riusciti ad avere la meglio sulle forze dell’ordine, con stazioni di polizia assediate, agenti costretti a ritirarsi e ampie aree urbane temporaneamente sottratte al controllo delle autorità.
Proteste e scioperi
In diverse città, le manifestazioni non si stanno limitando a cortei e scioperi, ma stanno assumendo forme di un confronto diretto e prolungato con l’apparato di sicurezza. A Bandar Abbas e Shiraz i dimostranti hanno poi scandito slogan espliciti a favore di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià e figura simbolica dell’opposizione in esilio.
La protesta sta inoltre colpendo settori strategici dell’economia: proprio nella città portuale di Bandar Abbas, snodo cruciale per il commercio iraniano sul Golfo di Oman, sono state segnalate manifestazioni e chiusure diffuse. Parallelamente, lo sciopero ha raggiunto pure il settore energetico, con una protesta dei lavoratori presso un impianto di raffinazione nell’area di Pars, nel sud del Paese, uno dei principali poli industriali legati alla produzione di gas e derivati.
A rafforzare ulteriormente la protesta è il sostegno dei principali partiti curdi iraniani, una “galassia” di schieramenti tradizionalmente in conflitto tra loro, in quest’occasione in parte ricompattati. Le manifestazioni sono arrivate infatti anche nel Rojhelat, il Kurdistan orientale. In una dichiarazione congiunta, diverse formazioni politiche locali hanno appoggiato gli scioperi e le dimostrazioni, denunciando corruzione, fallimenti amministrativi e politiche discriminatorie e condannando l’uso della forza a Kermanshah, Ilam, Malekshah e Lorestan.
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