Indonesia, dopo il terremoto il vescovo di Ruteng al servizio tra la gente
di Paolo Affatato
Omnia in caritate: fare tutto nell’amore. È il motto episcopale scelto da Siprianus Hormat, vescovo di Ruteng, città sull’isola indonesiana di Flores. Dopo il terremoto che l’ha colpita, quelle parole sono diventate per lui una consegna concreta: esserci, raggiungere chi ha perso tutto, esprimere la fede con la prossimità e la solidarietà. «Un motto è facile da stampare su uno stemma episcopale ma acquista il suo vero significato solo quando la vita ci chiede di pagare il prezzo per viverlo», osserva monsignor Hormat ripensando ai giorni successivi al sisma di magnitudo 7,7 che il 15 agosto ha devastato Flores, nell’Indonesia orientale. Il terremoto lo ha raggiunto lontano dalla diocesi, con una notizia quasi paradossale: il soffitto della sua stanza era crollato e un pesante cornicione era caduto sul suo letto. «Se fossi stato lì quella mattina, non so cosa sarebbe potuto accadere», racconta a «L’Osservatore Romano». Ma ben presto la sua attenzione si è spostata altrove: sulle persone rimaste senza casa, sui feriti, sulle famiglie che avevano perso i propri cari.
Gli attimi dopo la scossa
Le prime telefonate hanno trasformato il terremoto da numero a volti: chiese e cappelle danneggiate, abitazioni crollate, ospedali colpiti, pazienti evacuati, famiglie costrette a trascorrere la notte all’aperto. «I miei pensieri erano già rivolti alle persone che quella notte non avevano più una stanza dove tornare», ricorda il vescovo. Nella diocesi di Ruteng era in corso il quarto Sinodo diocesano, chiamato a delineare gli orientamenti pastorali per il prossimo decennio. Si discuteva di «una Chiesa fedele, fraterna e missionaria», capace di camminare insieme, di vivere concretamente la carità. Il terremoto, osserva Hormat, ha trasformato quelle riflessioni in un esame sul campo: «Tutto ciò che stavamo scrivendo ci stava improvvisamente davanti, chiedendo di essere messo in pratica». Da qui nasce una domanda essenziale, che il vescovo collega al capitolo 25 del Vangelo di Matteo: «Cosa significa avere fede quando le persone hanno perso la casa? Cosa significa essere fratelli quando una madre deve dormire sotto una tenda con i propri figli? Cosa significa essere missionari quando un malato ha bisogno di medicine, una famiglia di cibo e una persona impaurita di qualcuno che le resti accanto?». La risposta è chiara: «L’amore nel Vangelo non è un bel sostantivo, è un’azione».
Una rete di operatori in tutta l'area
Così la diocesi, tramite la Caritas, ha messo in moto una rete di sacerdoti, religiosi, operatori sanitari, volontari delle comunità parrocchiali. Qualcuno ha donato denaro, altri hanno portato riso e acqua potabile, altri ancora hanno messo a disposizione veicoli, tende, medicine. «Alcuni dei fedeli, essi stessi vittime del disastro, hanno trovato comunque la forza di pensare ai propri vicini. L’amore, a quanto pare, ha molti volti», commenta monsignor Hormat. Dopo la prima fase di coordinamento, il presule ha deciso di mettersi in moto: «Ci sono momenti in cui la presenza non può essere sostituita da una telefonata», spiega. Ha visitato diversi centri per sfollati, incontrando vittime e malati. «Ho visto case danneggiate, persone ferite, ho ascoltato storie di gente che correva per salvarsi la vita. Eppure c’era qualcosa che non era crollato: la loro fede». Ripensando al fatto di essere scampato al crollo della sua stanza, Hormat dice: «Non mi chiedo oggi perché io sono sopravvissuto, e altri no, ma che cosa devo fare della vita che mi è stata data?». La risposta è: usare la sua voce, le sue relazioni e le risorse della Chiesa per aiutare i bisognosi. È il senso della presenza del vescovo nelle tendopoli: una preghiera, una parola di conforto, una benedizione hanno dato ai fedeli la certezza di non essere soli. «C’è una sofferenza che non può essere risolta con le parole e ci sono ferite che hanno bisogno di molto tempo per guarire. In queste situazioni, il primo ministero consiste nel non permettere alle persone di soffrire da sole. Consiste nella presenza, una presenza reale che dona consolazione».
Omnia in caritate
Flores continua a fare i conti con le conseguenze concrete del sisma. Secondo la National Disaster Management Agency indonesiana, le vittime sono un centinaio, 74.000 le case danneggiate, oltre a una ventina di scuole e a 124 centri sanitari fuori uso. Le scosse di assestamento hanno superato quota 5000 mentre l’accessibilità resta una questione decisiva per le comunità più periferiche e nelle località montane, ancora isolate. «La strada della ripresa sarà lunga», avverte Hormat: bisogna ricostruire case, chiese, scuole e strutture sanitarie, ma anche accompagnare il trauma e le famiglie che hanno perso i loro cari. Per questo «il ministero della Chiesa e la nostra opera solidale non si fermeranno quando si spegneranno i riflettori dei media». Qui il motto Omnia in caritate diventa un criterio per affrontare la fase post-sisma. La Chiesa non considererà conclusa la propria missione con gli aiuti di emergenza ma resterà accanto alle famiglie colpite nel processo di ripresa. «Flores si rialzerà, non perché la ricostruzione sarà facile ma perché non camminiamo da soli: Dio cammina con noi, il suo amore fecondo, che genera amore tra gli uomini, è la forza da cui ricominciare», conclude.
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