Cop17, emergenza Mongolia: desertificazione e crisi dei pastori
di Paolo Affatato
«La desertificazione è una questione aperta sul futuro della Mongolia, che esige risposte dalla politica, nazionale e globale». Padre Ernesto Viscardi, missionario della Consolata per vent’anni in Mongolia, conferma e testimonia una tendenza che diventa emergenza: la Mongolia, terra immensa di steppe e di pastori nomadi, sta cambiando sotto la pressione combinata dei mutamenti climatici, e di un modello di sviluppo fortemente legato allo sfruttamento delle risorse minerarie. «Si parla di riforestazione – osserva Viscardi parlando ai media vaticani – ma sono ancora poche e piccole le iniziative del genere». Il problema che oggi si affronta alla conferenza Onu Cop17, in corso a Ulaanbaatar fino al 28 agosto, non è nuovo, aggiunge, «ma oggi ha assunto dimensioni preoccupanti». «In passato – rileva – i governi parlavano di “green belt”. Noi eravamo ad Arvaiheer, vicini al deserto del Gobi, e si notava a vista d’occhio l’avanzamento del deserto: dove c’era un prato, a un certo punto si vedeva sabbia».
Secondo l’Atlante nazionale della desertificazione (dati del 2026), l’81,9% del territorio mongolo è interessato da processi di desertificazione e degrado del suolo. Dal 2020 l'area complessivamente colpita è aumentata di cinque punti percentuali. Nello stesso tempo, tra il 1941 e il 2025, la temperatura media annuale è cresciuta di 2,5 gradi e oltre il 90% del suolo presenta la tendenza a perdere umidità, con notevole impatto sui pascoli.
Per un Paese in cui una parte significativa della popolazione vive ancora di pastorizia, la perdita dei pascoli significa perdita di reddito, di autonomia e, in molti casi, di identità. A complicare il quadro interviene lo dzud, il fenomeno climatico caratterizzato da inverni estremamente rigidi, spesso preceduti da estati molto secche, che provoca la morte di milioni di animali.
«Settanta milioni di capi di bestiame – ricorda Viscardi – devono mangiare e avere terreno dove vivere». L'enorme patrimonio zootecnico esercita una pressione sui pascoli, mentre il boom dell'allevamento delle capre da cashmere, particolarmente redditizio, contribuisce al degrado perché questi animali agiscono in modo più aggressivo sulle radici dell'erba.
A tutto questo si aggiungono le sfide che presenta lo sviluppo economico: «La fornitura di carbone alla Cina – osserva Viscardi – segue un modello in cui crescita economica del Paese è trainata dallo sfruttamento del sottosuolo». Le grandi miniere, concentrate soprattutto nelle aree meridionali, rappresentano una risorsa fondamentale per l'economia, ma lo sfruttamento intensivo del territorio aggrava il consumo di acqua, il degrado dei terreni e l'aridità.
La questione ambientale, così, diventa una questione sociale: «La desertificazione crea i migranti che alla fine ingrossano le città», spiega il missionario. In vent'anni, racconta, «ho visto lo sradicamento dei pastori nomadi: la periferia di Ulaanbaatar continua a espandersi a dismisura: chi perde il bestiame, e non può più vivere della pastorizia, cerca una possibilità nella capitale». Ma poi, durante i lunghi inverni, «per riscaldarsi, le famiglie ricorrono al carbone, contribuendo all'inquinamento atmosferico di Ulaanbaatar», racconta.
Il governo mongolo ha dichiarato la lotta alla desertificazione una priorità nazionale, lanciando nel 2021 il movimento «Un miliardo di alberi», da piantare entro il 2030, in una campagna che coinvolge anche grandi imprese del settore minerario, chiamate a contribuire alla riforestazione. Altri progetti puntano invece a rendere più sostenibile la gestione dei territori, introducendo la rotazione delle aree di pascolo e incentivando modelli di allevamento meno distruttivi per il terreno.
Anche la piccola Chiesa cattolica mongola offre il suo contributo. «Là dove sorgono le missioni cattoliche, si cerca di unire al lavoro pastorale l'opera di riforestazione e di vicinanza alle persone più fragili». Le missioni accolgono le cosiddette «le vittime della steppa»: uomini e donne che hanno perso pascoli e bestiame e che strutture come la “Casa della misericordia” cercano di riabilitare restituendo loro, con l’aiuto materiale e di formazione professionale, la dignità.
Un esempio è il Centro agro-ecologico di Erdenet, gestito da Caritas Mongolia, che insegna tecniche di agricoltura in serra soprattutto ai “migranti climatici”, per offrire una possibile fonte alternativa di reddito. Il fine è «accompagnare le persone, sperimentare forme di agricoltura più rispettose, sostenere le comunità e collegare la tutela del creato alla promozione umana», nota suor Sandra Garay, missionaria della Consolata e direttrice esecutiva dell’organizzazione. «La risposta al fenomeno – spiega la religiosa – dovrà venire dalla politica, dalla cooperazione internazionale e dalle comunità locali. Ma anche da una cultura capace di tornare a considerare la terra non come una semplice materia prima da sfruttare». Con le sue iniziative, Caritas Mongolia – conclude suor Garay – mostra che «prendersi cura della casa comune e prendersi cura delle persone sono due aspetti della stessa missione».
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui.