Cop17, a Ulaanbaatar la terra cerca i suoi custodi
di Pierluigi Sassi
Nelle notti più aspre dell’altopiano mongolo, quando il vento taglia l’orizzonte e il termometro si inabissa sotto i quaranta gradi, prima di serrare la ger - la tenda circolare di feltro - il pastore nomade compie un gesto immemorabile: scava la coltre gelata con le dita fino a toccare la terra nuda, sussurrando un’invocazione affinché il suolo custodisca il respiro vitale dell’erba. Non si tratta di un rito arcaico, ma della professione di un’appartenenza sacramentale. Quando quella terra muore, pietrificata dal gelo, il nomade non vede svanire solo il sostentamento del suo gregge, ma la sua vocazione primordiale di custode del creato.
A ben vedere, tutta la storia della salvezza affonda le radici nel passo leggero dei pastori. Da Abramo, sradicato dalle certezze di Ur per farsi pellegrino sotto la promessa delle stelle, a Mosè davanti al Roveto ardente nel deserto di Madian, fino ai pastori di Betlemme, primi destinatari dell’annuncio dell’Incarnazione, perché privi di fortezze da difendere e avvezzi a scrutare il cielo nella veglia notturna. La Scrittura non affida la sapienza dell’essenziale ai costruttori d’imperi, ma a chi attraversa il creato con la riverenza dell’ospite e la mitezza del custode.
Oggi quell’alleanza rischia di spezzarsi sotto i colpi di una crisi ecologica senza precedenti.
A Ulaanbaatar si è aperta la diciassettesima Conferenza delle Parti della Convenzione Onu contro la desertificazione (UNCCD Cop17, 17-28 agosto), all’insegna del motto “Restoring Land. Restoring Hope”. L’appuntamento coincide con l’Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori (IYRP 2026), proclamato dall’Onu proprio su proposta mongola. Non si tratta però di una celebrazione regionale: i pascoli coprono oltre il 54% delle terre emerse, ospitano un terzo della biodiversità terrestre, stoccano imponenti riserve di carbonio e danno lavoro a cinquecento milioni di persone, garantendo sicurezza alimentare a oltre due miliardi di individui. Eppure, rimangono la cenerentola dei vertici internazionali.
Per cogliere la portata di questo snodo cruciale occorre risalire al Vertice di Rio del 1992, matrice delle tre convenzioni planetarie: clima (UNFCCC), biodiversità (CBD) e desertificazione (UNCCD). A lungo considerata l’anello debole del trittico e limitata alla sola emergenza africana, nell’ultimo decennio la UNCCD ha mutato il suo profilo. Sotto la guida di Ibrahim Thiaw e grazie ai rapporti scientifici dell’IPCC (panel intergovernativo sui cambiamenti climatici), la salute del suolo si è imposta come cardine decisivo tra clima, biodiversità ed economia. Il Global Land Outlook lo certifica: oltre il 40% delle terre emerse è già degradato, con un impatto su 3,2 miliardi di persone e perdite per 6.300 miliardi di dollari all’anno. Dagli impegni di Ankara e Abidjan sulla neutralità del degrado (ripristino di 1,5 miliardi di ettari entro il 2030) alla Cop16 di Riyadh sulla siccità — che colpirà tre quarti dell’umanità entro il 2050 —, la posta in gioco è oggi considerata sistemica e di gravità assoluta.
In tale contesto la steppa mongola rappresenta l’epicentro di questa crisi planetaria: con temperature cresciute di 2,2°C in settant’anni — oltre il doppio della media mondiale —, il 77% del territorio è divenuto ostaggio di erosione e inaridimento. È la violenza dello dzud, la «calamità bianca»: estati aride lasciano i pascoli spogli prima che gelo e nevi anomale sigillino il terreno. Decine di milioni di capi di bestiame sono morti di stenti, azzerando le fonti di vita di intere comunità e innescando un esodo forzato. Migliaia di nomadi abbandonano la vita tradizionale per rifugiarsi nei ger districts di Ulaanbaatar, periferie prive di servizi dove le famiglie bruciano carbone grezzo a -30°C, soffocando la capitale sotto fumi tossici che la rendono tra le città più inquinate al mondo.
Nei padiglioni della Buyant-Ukhaa Arena, tra 197 Paesi membri, scienziati e delegazioni indigene, il presidente Ukhnaagiin Khürelsükh ha richiamato il progetto di mettere a dimora un “miliardo di alberi” contro l’avanzata del deserto del Gobi. Ma dietro alle promesse e ai cerimoniali tremano le profonde fratture tra Paesi vulnerabili ed economie avanzate (G7, UE, USA).
Sul fronte idrico, gli Stati più colpiti reclamano un Protocollo vincolante sulla siccità, cui l’Occidente oppone intese volontarie. Sulla finanza, il Sud globale chiede un Land Restoration Fund autonomo, mentre i Paesi donatori frenano, preferendo canali già esistenti come il Global Environment Facility o il Loss and Damage Fund. Infine, la tutela dei diritti consuetudinari e dei corridoi migratori pastorali si scontra con la salvaguardia degli investimenti internazionali per lo più minerari. E qui si aggiunge il paradosso dell’”estrattivismo verde”: l’Asia centrale possiede rame, litio e terre rare vitali per la transizione ecologica; ma le miniere aggressive inquinano falde e spezzano le rotte dei pastori, pretendendo di salvare l’atmosfera al costo di uno dei patrimoni più preziosi dell’ecosistema terrestre.
Di fronte ad una scacchiera economica tanto complessa, lo sguardo cristiano offre una prospettiva radicale. Il suolo non è una risorsa inerte: nella Genesi, l’uomo (Adam) riceve il nome dalla terra (Adamah), suggellando così una consanguineità ontologica. Quando l’uomo ferisce la terra, spezza la fraternità universale. La steppa straziata dallo dzud e dall’estrattivismo minerario ripropone così la tragica ferita di Abele: “La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!”. E trattare la terra come una merce equivale a ripetere l’antica risposta disumanizzante di Caino: “Sono forse io il custode di mio fratello?”.
La Cop17 e l’Anno dei Pascoli chiedono una conversione dello sguardo: i pastori nomadi non sono residui di un passato da sradicare, bensì i maestri di un equilibrio ecologico millenario che ci trascende. Il loro passo leggero, fondato sulla custodia del bestiame e sul distacco dall’accumulo, interroga con forza un modello globale prigioniero dell’illusione di una crescita infinita in un pianeta finito.
La Scrittura ammonisce a non fidarsi del mercenario che fugge davanti al pericolo perché non gli importa delle sue pecore, ma ad affidarsi al “buon pastore” che offre invece la vita per custodirle.
Nel silenzio della steppa, dove il pastore cerca ancora sotto il ghiaccio il battito segreto della vita, siamo tutti chiamati a rinnovare un patto antico: solo custodendo con mitezza e giustizia la terra ferita ritroveremo la via della speranza e della pace.
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