Crisi di Ceuta, la Chiesa schierata sui diritti: la dignità non ha confini
di Luca Attanasio
Se nella cosiddetta crisi di Ceuta il fattore umano non è andato del tutto perduto lo si deve in buona parte alla Chiesa che, con parole nette e opere concrete, ha riportato alla superficie quella caratteristica irrinunciabile quando a essere coinvolte sono persone: l’umanità.
All’indomani dello sbarco massivo di migranti, padre Fernando Redondo Pavón, direttore del Dipartimento migrazioni della Conferenza episcopale spagnola, dopo aver espresso tutta la preoccupazione per tutto ciò che possa essere dietro questi movimenti di massa, ha subito ribadito la necessità di fornire risposte basate sul diritto e che tengano conto della dignità umana. “I migranti — sono state le sue parole — non siano oggetto di sciacallaggio politico. La dignità non conosce confini e nessuno la perde per averne attraversato uno”. Parole alle quali hanno fatto seguito quelle dello scalabriniano colombiano Carlos Andrés Méndez, da due anni in servizio nella diocesi di Cadice e Ceuta, che alla rivista Vita Nueva, ha indicato come “il rispetto fondamentale che ogni uomo merita, in quanto figlio di Dio, è un diritto inalienabile e non può essere negato per nessun motivo al mondo”.
L’azione della diocesi di Cadice-Ceuta
Méndez lavora presso la Casa di Accoglienza Sant’Antonio, un centro di assistenza ai migranti che si definisce “una mano amica che accoglie tutti come una famiglia attraverso l’assistenza, la formazione e l’integrazione”. La diocesi di Cadice-Ceuta, poi, ha messo a disposizione delle autorità e dei migranti le proprie strutture di accoglienza, mentre le parrocchie della città di Ceuta hanno destinato le offerte raccolte durante le celebrazioni eucaristiche al sostegno e all’accompagnamento delle persone arrivate in città. “La reazione della Chiesa è motivo di grande orgoglio — sostiene il comboniano padre Enrique Bayo Mata, direttore della rivista missionaria spagnola Mundo Negro — noi vediamo fratelli e sorelle prima di vedere trattati e confini. La priorità è lo sguardo sulle persone che stanno soffrendo, qualcosa di molto più importante di Schengen. Vari organismi cattolici si sono attivati subito per offrire il massimo possibile in termini di accoglienza per le persone che tornavano, la Caritas, gli scalabriniani, la diocesi hanno fatto tutto il possibile per aiutare. Il centro Sant’Antonio gestito dai padri scalabriniani, ha una capienza massima di 10 persone, ora ne ospita oltre 40. La Chiesa si è posta al servizio senza entrare nelle questioni politiche ma ha puntato tutto sulla accoglienza, il fattore umano è quello più importante”.
I minorenni ingannati
Tra le decine di migliaia di migranti che hanno provato a entrare a Ceuta, c’è un numero enorme di minorenni, alcuni poco più che bambini. Gli eventi di Ceuta sono uno degli esempi più lampanti di quanto si speculi sui bisogni e i sogni dei giovani del Sud globale, creando aspettative e suscitando il desiderio di tentare avventure che finiscono per essere pericolosissime, se non letali. “Nei giorni successivi allo sbarco a Ceuta e fino ad oggi, ho incontrato un mucchio di ragazzini — spiega Soraya Aybar Laafou, giornalista, collaboratrice di Mundo Negro, in questo periodo in servizio a Ceuta — alcuni hanno 13, 14 anni, al massimo 25 anni. Nei loro occhi e nelle parole ho percepito tanta delusione e rabbia, non per come sono stati trattati, nessuno si è lamentato di abusi, ma perché sono stati ingannati. Nelle settimane precedenti circolavano sui social video, messaggi, foto, tutto creato con l’IA, che offrivano una immagine dell’Europa e degli europei del tutto fuorviante. Si sono sentiti crudelmente ingannati”. La giornalista riferisce poi di aver sentito tanti ragazzi, al momento del rientro, avvertire gli altri al di là del confine di non partire, perché “è tutto falso, fermatevi finché siete in tempo, non rischiate la morte per nulla”.
Appianare le diseguaglianze
Nella parte spagnola di Ceuta, è ancora il suo racconto, “restano diverse centinaia di migranti, alcuni già da tempo in attesa dell’esame della richiesta di asilo, tra loro molti sudanesi, ma anche palestinesi, yemeniti, siriani e marocchini. Uno dei grossi problemi è che non hanno più i telefoni perché sono andati perduti durante la traversata o non riescono a ricaricare la batteria, e non possono, quindi, comunicare con le famiglie che non sanno se sono tra quelli morti”.
Secondo la giornalista, “c’è una grossa questione di disequilibrio alla base di tutto. Un lavoro dalla parte spagnola di Ceuta viene pagato otto volte più che dalla parte marocchina, un dislivello enorme e paradossale perché da un luogo all’altro ci passano pochi chilometri. È la diseguaglianza che c’è tra Africa ed Europa, ed è questo la causa di tutto. Se non si rifletterà sul risanamento, almeno in parte, di questa diseguaglianza, se non si cercherà di ripianare la sproporzione, la migrazione sarà sempre una questione emergente. Un mondo più giusto e fraterno è la soluzione, non certo la militarizzazione di confini e Stati”.
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