I preti martiri Jan Bula e Václav Drbola, fede che resiste alla menzogna
Johana Bronková - Città del Vaticano
Fu una decisione politica volta a screditare i sacerdoti e più in generale l’intera Chiesa, quella che portò alla morte Václav Drbola nel ’51 e Jan Bula l’anno successivo. Ciò che infastidiva il regime dei due presbiteri cechi - che domani saranno elevati agli altari a Brno dal cardinale Michael Czerny, prefetto del Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale - era la loro identità sacerdotale e la fiducia che la gente riponeva in loro e che permetteva loro di formare le coscienze.
Già nel 1951 la Radio Vaticana aveva “definito” i due sacerdoti vittime di false accuse e manipolazioni. Ma la loro testimonianza rimane attuale anche oggi, afferma la postulatrice del processo di beatificazione Maria Cristina Bresciani. Davanti alle sfide contemporanee come quella della intelligenza artificiale a cui il Papa ha dedicato la sua enciclica Magnifica humanitas, “ognuno di noi è chiamato a fare la propria parte, ad avere davvero uno sguardo più attento e uno sguardo più critico per mantenere l’autonomia di giudizio e di comprensione di ciò che è bene e di ciò che è male”.
Dottoressa Bresciani, potrebbe delineare brevemente le vite di entrambi i martiri?
Václav Drbola e Jan Bula nacquero e vissero in paesi della diocesi di Brno. Fin da piccoli nutrivano il desiderio di diventare sacerdoti. Drbola fu ordinato nel 1938, mentre Bula nel 1945. Si trovarono a vivere gli anni della formazione in seminario a cavallo, diciamo, tra grandi rivoluzioni e i grandi passaggi a livello politico dall’occupazione nazista al regime comunista.
Questo, ad esempio, influì molto su Bula perché, durante gli anni del seminario, siccome bisognava fare spazio e il seminario venne requisito dai tedeschi per le esigenze dell’esercito, Bula fu costretto ai lavori forzati in una fabbrica di ceramica. Divennero comunque poi entrambi sacerdoti e furono molto zelanti nel loro ministero pastorale, soprattutto nella formazione dei giovani. Facevano attività culturali legate all’associazionismo cattolico ed erano molto impegnati. Però erano anche ben consapevoli del clima politico e della difficoltà di portare avanti il loro ministero. Perché infatti nel febbraio del ‘48 quando salì al potere il regime comunista - che limitò fortemente la libertà e cercò di destabilizzare sia il clero che i fedeli, cercando di controllare sempre di più la Chiesa - divenne sempre più difficile portare avanti le varie attività pastorali.
Nonostante questo Jan Bula ebbe il coraggio di leggere la lettera circolare dei vescovi nella quale si informavano i fedeli delle infiltrazioni dei membri comunisti nella chiesa per fare in modo di condizionare le loro scelte e allontanarli dalla fede.
Quello che influì a un certo punto in maniera decisiva, e interruppe purtroppo l’attività positiva che stavano facendo questi due sacerdoti, fu l’incontro con il sedicente capitano Ladislav Malý. Questa figura, che rimane tutt’oggi piuttosto controversa e ambigua, aveva cercato di contattare i sacerdoti dicendo loro che l’arcivescovo di Praga, monsignor Josef Beran, che era internato, sarebbe dovuto fuggire all’estero e aveva bisogno di assistenza spirituale o voleva confessarsi da un sacerdote.
Inizialmente i due sacerdoti avevano dato credito a Ladislav Malý, ma poi pian piano intuirono che forse le informazioni non erano corrette e che il tutto era falso. E accadde che quando cominciarono a dubitare della credibilità di questo sedicente capitano, vennero arrestati entrambi: Bula nella primavera del 1951, mentre Drbola in giugno.
Nel periodo in cui erano in carcere, ci fu un fatto importante: l’omicidio di tre funzionari comunisti nel luglio del 1951. Questo per il regime comunista fu il pretesto principale per cercare un capo di accusa. Nonostante fossero in carcere al momento dei fatti, i sacerdoti vennero accusati di complicità nell’omicidio dei tre funzionari. Per Drbola non ci fu nessuna possibilità di appello per la condanna a morte che poi avrebbe subito. Anche per Bula, purtroppo, non ci fu nessuna possibilità di riuscire a difendersi e di riuscire a far emergere la verità della loro innocenza. Drbola venne giustiziato il 3 agosto del 1951, mentre Bula il 20 maggio del 1952.
Quindi si può dire che entrambi i sacerdoti siano stati vittime di un processo-farsa?
Sostanzialmente subirono un processo-farsa. Il regime architettò tutto per arrivare a emettere delle condanne che fossero esemplari, per riuscire ad intimidire ancora di più la popolazione e cercare di condizionare ulteriormente la vita dei fedeli. I due sacerdoti subirono anche delle torture. Ed è significativo quel che riferirono alcuni testimoni. Uno di loro ricorda che, nonostante le atrocità subite, Jan Bula ad esempio continuava a pregare e addirittura a incoraggiare anche altri detenuti ad andare avanti e ad avere speranza. Entrambi mantennero sempre una fede salda fino alla fine.
A supporto di questo, sono state ritrovate delle lettere che a padre Bula venne concesso di scrivere poco prima della morte, in particolare proprio il giorno prima. In una di queste lettere alla sorella e al cognato scrisse: «Credo nella sua bontà e nella giustizia di Dio, credete anche voi e fermamente. La mia più grande consolazione consiste nell'aver servito Dio fino alla fine. L’uomo non ama mai Dio a sufficienza, di quest'unica cosa bisogna pentirsi».
Come era percepito il caso dai loro contemporanei, c’era già la consapevolezza del loro martirio?
Già nel 1951, era uscito un intervento della Radio Vaticana che faceva cenno alla vita di questi due sacerdoti. È ovvio che all’epoca non si conosceva bene come si erano svolti i fatti, ma a fronte di quello che la gente diceva di questi due sacerdoti, della fama di santità che già cominciava a diffondersi tra le persone, si era colto che probabilmente le accuse mosse nei loro confronti erano false. Quindi, fin da subito la loro vita e la loro testimonianza di fede hanno avuto un’eco e una risonanza notevoli. Erano considerati martiri a tutti gli effetti.
In che cosa i due martiri possono rappresentare un modello per la nostra vita di fede?
Quello che sostanzialmente hanno testimoniato questi due sacerdoti è la capacità di mantenere una coscienza libera e una capacità di adesione fino alla fine a Cristo, al Vangelo e di fedeltà alla Chiesa di Roma.
Ci sono anche tutt’oggi delle forme di ideologia a livello politico e a livello culturale che possono minare e condizionare la libertà e la coscienza di ciascuno. Quindi è un richiamo forte, anche allo stato attuale, di seguire il loro esempio per dire che, in qualsiasi contesto e situazione storica o culturale in cui uno vive, nonostante la difficoltà e la sofferenza, si può comunque portare avanti una propria libertà e autonomia.
Si può anche trovare uno spunto ulteriore di attualizzazione della loro testimonianza di fede riprendendo alcuni passaggi significativi di Leone XIV che si trovano nella recente enciclica Magnifica Humanitas. In particolare nei numeri dal 97 al 99, dove parla dell’intelligenza artificiale, ho trovato un aggancio nel passaggio in cui il Papa mette in guardia dal fatto che le intelligenze artificiali non hanno una coscienza morale, a differenza dell’intelligenza umana che ha una sua coscienza e una sua libertà, e quindi chiama in gioco il senso di responsabilità.
In qualche modo si può dire che anche di fronte a queste nuove sfide dell’intelligenza artificiale – e quindi a quello che attualmente, più di altre forme di ideologia, può condizionare le scelte di vita di ciascuno e minare la libertà – ognuno di noi è chiamato a fare la propria parte, ad avere davvero uno sguardo più attento e uno sguardo più critico per mantenere questa autonomia di giudizio e di comprensione di ciò che è bene e di ciò che è male.
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