Scontri tra forze dell'ordine e manifestanti a La Paz Scontri tra forze dell'ordine e manifestanti a La Paz  (AFP or licensors)

Proteste in Bolivia, dai vescovi un appello a riprendere il dialogo

La Conferenza episcopale della Bolivia e l'Ufficio del difensore civico, in una nota, hanno chiesto a sindacati, manifestanti e leader politici di abbandonare «le posizioni rigide» assunte fin qui. Condannato inoltre l'uso della forza. Da un mese il Paese è attraversato da forti proteste contro il presidente Paz e il governo di centro-destra, con blocchi stradali che stanno provocando una prolungata penuria di beni essenziali, alimenti, medicinali e carburanti

Giada Aquilino – Città del Vaticano

Un appello alle autorità politiche, ai settori mobilitati, ai leader sociali e a tutta la popolazione affinché in Bolivia si riprenda un «dialogo sincero, empatico e costruttivo», considerato «l’unica via legittima ed efficace» per uscire dalla crisi in atto dal 1° maggio. È quello lanciato dalla Conferenza episcopale boliviana (Ceb) e dall’ufficio del Difensore civico di La Paz in una dichiarazione congiunta con cui si chiede di riconsiderare le posizioni di rifiuto del dialogo assunte da un mese a questa parte, quando sono iniziati le mobilitazioni e i blocchi stradali nel Paese latinoamericano, stretto nella morsa di profonde proteste del mondo del lavoro, riunito sotto la piattaforma sindacale della Central obrera boliviana (Cob) e varie organizzazioni contadine, e di settori vicini all’ex presidente Evo Morales.

L'uso della forza non risolve i conflitti

La Ceb e il Difensore civico esortano ad abbandonare «le posizioni rigide» e riconsiderare gli atteggiamenti che respingono o ritardano «l’avvicinamento» a un tavolo negoziale. «Chiudersi alla concertazione — scrivono — non fa che aggravare la sofferenza della popolazione, logora la pace sociale e rimanda le soluzioni urgenti».
Al contempo, nella nota si condanna l’uso della forza, che «non deve essere la via per risolvere i conflitti»: di fatto, si evidenzia, rimane un «fattore scatenante di maggiore rancore, odio e divisione». La repressione e gli scontri «non costruiscono ponti, ma muri» e «mettono a rischio il diritto fondamentale alla vita e all’integrità delle persone, che devono essere protette senza restrizioni». Il rischio è che la violenza generi «solo altra violenza» e che le ferite sociali che si stanno aprendo impieghino «decenni a rimarginarsi». È dunque tempo di «sostituire l’offesa con la proposta, le pietre con la parola e i blocchi con la comprensione».
La Conferenza episcopale boliviana e l’ufficio del Difensore civico ribadiscono inoltre la «piena disponibilità a facilitare e accompagnare gli spazi necessari che consentano il ricongiungimento, la calma e la comprensione tra i boliviani», in un momento in cui il Paese e la popolazione chiedono ai governanti e ai settori mobilitati di «mettere da parte gli interessi particolari a favore del bene comune».

Le posizioni del presidente e dei sindacati

Nelle stesse ore, il presidente boliviano Rodrigo Paz ha evocato l’urgenza di una «maturità democratica» e di una «tregua» nazionale che ponga fine ai blocchi stradali e alle mobilitazioni in corso da un mese. La Cob ha fin qui escluso qualsiasi dialogo con il governo di centro-destra e ha ribadito la richiesta di dimissioni del presidente. Da parte sua il capo dello Stato, parlando da Cochabamba, ha respinto le accuse di voler privatizzare l’economia, sostenendo invece un modello che favorisca «la collaborazione tra settore pubblico e iniziativa privata».
Al momento si contano su tutto il territorio oltre cento blocchi stradali distribuiti in sei dei nove dipartimenti del Paese, che stanno provocando una prolungata penuria di beni essenziali, alimenti, medicinali e carburanti. Da ieri l’Ospedale dei bambini di La Paz è stato costretto a sospendere tutti gli interventi chirurgici programmati a causa della grave carenza di ossigeno medico: garantiti soltanto gli interventi più urgenti.

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02 giugno 2026, 11:30