La celebrazione delle Palme in Sudan La celebrazione delle Palme in Sudan  

Sudan, il vescovo Tombe: nella paura sperimentiamo l'unità tra tutte le Chiese

La testimonianza del pastore di El Obeid, nel Kordofan settentrionale, regione segnata dal conflitto che va avanti dal 2023 tra l'esercito e le Rsf e che ha già provocato 60mila morti. "Viviamo in una città assediata. Sentiamo il rumore dei droni e degli aerei ogni giorno e sappiamo che la guerra non è finita ma nonostante la morte, noi crediamo nel giorno che segue la morte e che ci libera" dice il presule che ha scelto di restare accanto alla sua gente

Ilaria De Bonis - Città del Vaticano

È una settimana Santa di "reale passione" e condivisione empirica delle sofferenze di Cristo, quella che la diocesi di El Obeid, in Sudan, sta vivendo in vista della Pasqua. Nel Paese ancora dilaniato dalla guerra (non civile) scatenata esattamente tre anni fa - era il 15 aprile 2023 - dai due eserciti rivali, "celebriamo la nostra stessa passione assieme a quella di Gesù", racconta, al telefono da El Obeid, nel Kordofan settentrionale, il vescovo Yunan Tombe Trille, classe 1964, pastore di una comunità in pericolo. In tutto il Paese i morti ammontano oramai a oltre 60mila tra cui migliaia di bambini. Il mese di aprile ha per quest’uomo un significato doppio, poiché è stato nominato vescovo proprio il 23 aprile del 2017 e a capo di una diocesi immensa. "Ci stiamo preparando alle celebrazioni in parrocchia con tutto il Consiglio pastorale dei diversi centri della diocesi, pieni di speranza - prosegue - ma la realtà è che viviamo in una città assediata. Sentiamo il rumore dei droni e degli aerei: la gente di El Obeid si è come abituata a questi suoni, fanno parte della nostra quotidianità, ma ci sono".

Solidarietà e comunione contro la paura

I droni sono il segno che la guerra non è finita e si è anzi concentrata tutta nel Kordofan, al centro del Paese. El Obeid è una città strategica, passata diverse volte di mano in mano, il pastore parla della quotidianità del conflitto (non di “normalizzazione”) e di vita che deve proseguire nonostante tutto. "Ci sono diversi gradi di paura – precisa – viviamo nello stesso Paese ma la paura non è uguale ovunque e non è per tutti la stessa, in Sudan". Il fatto che i pastori della Chiesa cattolica siano rimasti sul posto, e che lui stesso sia sempre vicino alla comunità nonostante l’opportunità di trasferirsi in una zona meno critica, "ha aiutato e aiuta la gente a sentirsi meno sola e sostenuta. Dà coraggio e ci fa sentire un solo corpo". Monsignor Tombe dice anche che non c’è solo la Chiesa cattolica, ma "tutte le altre Chiese cristiane sono vicine una all’altra".

Ancora nessun negoziato

La guerra in qualche modo uniforma e avvicina le persone. "Siamo tutti neutrali in Sudan, non ci schieriamo, siamo persone semplici. Persone che portano la croce nel bel mezzo di una guerra: abbiamo perso affetti, casa, terra, tutto. Non ci sono differenze di status: la guerra ci ha colpiti tutti in modo orizzontale. In queste condizioni la risurrezione di Gesù ha un significato ulteriore, molto profondo perché ci dà la speranza di poter risorgere come lui a nuova vita". E tuttavia solo una fede molto radicata consente di intravedere un varco. Perché al momento non c’è niente che lasci presagire una pacificazione o anche solo una mediazione negoziale concreta tra i leader dell’Esercito regolare e i paramilitari delle Rapid Support Forces. Monsignor Tombe si dice però certo "che la pace arriverà e cambierà il destino del Paese. Nonostante la morte, noi crediamo nel giorno che segue la morte e che ci libera".

Un anno dal brutale attacco sul campo di Zamzam

Il tempo attuale del Sudan è quello del calvario: un altro “anniversario” doloroso segna il percorso del mese di aprile. Proprio l’11 aprile del 2025 le Rapid Support Focrces scatenarono un brutale attacco sul campo rifugiati di Zamzam che ospitava in quel momento circa mezzo milione di persone. Lo ricorda un report di Medici Senza Frontiere, appena pubblicato: i testimoni riportano episodi di inaudita violenza. Morirono centinaia di persone e centinaia di donne furono violentate. "Abbiamo visto cose molto brutte a Zamzam. I militari hanno catturato le figlie della gente del campo per violentarle", racconta un testimone a MSF. Gli anniversari di distruzione in Sudan si celebrano oramai da tre anni: "la guerra non è mai una cosa buona, mai, per nessun motivo e per nessuno! – ricorda il vescovo-. Non lo è neanche per chi la fa". Infine, il viaggio apostolico di Papa Leone in Africa, sempre più vicino, dà molta fiducia alla comunità sudanese tutta: "condividiamo la gioia dei nostri fratelli dell’Africa Occidentale che riceveranno la visita del Pontefice – dice Tombe –. Il Papa non verrà in Sudan ma si avvicinerà a noi e anche noi usciremo arricchiti da questo viaggio, ne sono sicuro".

 

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04 aprile 2026, 08:00