Un giovane in un campo profughi del Myanmar Un giovane in un campo profughi del Myanmar 

Myanmar, la comunità cattolica torna a riunirsi a Loikaw per la Pasqua

Dopo anni di occupazione militare, la cattedrale Cristo Re della città ritorna ai fedeli e ai sacerdoti che potranno celebrare insieme la veglia di Pasqua, un segno di speranza in un Paese piagato da un conflitto logorante. Il vescovo Celso Ba Shwe resterà al fianco delle famiglie sfollate, celebrando i riti con i profughi che sono quasi 4 milioni. La testimonianza di un educatore cattolico di Yangon: "La gente affolla le Chiese, non ha paura, sa che il male non prevarrà"

Paolo Affatato - Città del Vaticano

Nella cattedrale della città di Loikaw, nel Myanmar orientale, si celebra la veglia di Pasqua per la prima volta dal 2023. È una profonda consolazione e un segno di luce e di speranza per la comunità cattolica locale, nel quadro del conflitto civile che lacera la nazione. A novembre del 2023, il complesso della cattedrale di Cristo Re nella capitale dello stato Kayah, era stato occupato dall'esercito, che ne aveva fatto un suo campo base per combattere le forze della resistenza. Il centro pastorale era stato colpito dai bombardamenti e il vescovo Celso Ba Shwe, e con lui sacerdoti, religiosi e 80 fedeli allora rifugiatisi nella chiesa, era stato costretto a fuggire, iniziando una vita da esule, lontano dalla sede episcopale. Da allora, la Chiesa locale ha vissuto una grave sofferenza e la comunità ha rischiato di disperdersi, anche perchè nella diocesi di Loikaw numerose chiese e parrocchie sono state chiuse a causa dell'assenza dei fedeli, tutti fuggiti nelle foreste per cercare scampo e salvezza dai combattimenti, iniziando una vita precaria da sfollati.

L'emozione dei religiosi

"Oggi la situazione rimane estremamente critica, caratterizzata da un conflitto armato persistente e una grave emergenza umanitaria", racconta ai media vaticani padre Paul Tinreh, uno dei preti cattolici di Loikaw. Ma la comunità dei battezzati ha accolto con grande sollievo il rilascio della struttura cattolica, abbandonata dai militari. Due sacerdoti hanno ripreso possesso della chiesa e del complesso pastorale e così, per la prima volta dopo tre anni, preti, religiosi e fedeli si riuniscono con gioia ed emozione per le celebrazioni pasquali. "Il popolo di Dio può invocare pace, salvezza e liberazione come il popolo di Israele", riferisce il sacerdote. “La nostra speranza per la Pasqua - prosegue - è la vittoria sulla morte, sull’oscurità  e sulla disperazione, per tuto il nostro popolo, nella comunione col Cristo risorto”.

ll vescovo Celso Ba Shwe, intanto, celebra a Pasqua con gli sfollati. Ancora residente nel villaggio di Soudu, il pastore resta vicino alle numerose famiglie cattoliche che vivono in stato di grave precarietà e tribolazione e che, in quella condizione, danno testimonianza di una profonda fede. "Sono al loro fianco e, con altri preti e religiosi, facciamo sentire a questi fedeli la nostra vicinanza. Sosteniamo la fede del popolo e viviamo, insieme con la gente, la Pasqua, il passaggio dal buio alla luce. Chiediamo a Dio un tempo di pace e riconciliazione", afferma.

Quasi 4 milioni di sfollati

Lo stato Kayah è uno di quelli dove il conflitto civile infiamma i territori, come avviene anche negli stati Kachin, Shan, Chin e Rakhine o nella regione di Sagaing, tanto che la popolazione birmana sfollata nel complesso ha oltrepassato le 3,6 milioni di persone e, secondo gli osservatori, ben presto supererà 4 milioni di unità. Nella parte centrale del Myanmar, invece la situazione è sotto controllo del governo che proprio in questi giorni si sta insediando, nel passaggio di consegne dalla giunta militare – al potere con il golpe del 2021 – a un governo civile che, dopo le elezioni di dicembre e gennaio, un voto non libero ma condizionato dai militari, si appresta a governare la nazione dilaniata dalla guerra intestina.

Fede e resilienza del popolo

In una fase di transizione politica, nelle città birmane, sia in quelle maggiori, sotto controllo del governo, sia in quelle situate in zone dove si combatte, "la gente affolla le chiese, i fedeli non hanno paura di recarsi in chiesa per le celebrazioni pasquali", racconta Joseph Kung, laico cattolico ed educatore di Yangon. "E' un segno di grande fede e resilienza, è per tutti noi un segno di speranza. Ci si fa forza a vicenda, si va a pregare e a ricevere i sacramenti perchè sappiamo che il male non ha l'ultima parola e Cristo ha vinto la morta”, afferma.

Da soli non si costruisce la pace

A Yangon, nella messa del Giovedì santo, nella cattedrale gremita di fedeli, il cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon, ha lanciato un appello per "una Pasqua di pace e riconciliazione”. "Se si cammina da soli, se si pensa egoisticamente solo a se stessi, non si costruisce la pace", ha detto. La pace, ha ricordato, "nasce dall’incontro e dall'accoglienza dell'altro come fratello e come dono di Dio". Se si aspira alla pace, ha auspicato “bisogna connettersi gli uni gli altri, bisogna venirsi incontro e stringersi la mano, bisogna coinvolgersi con chi è nel bisogno e nell’afflizione". Lasciandosi toccare e trasformare dalla grazia del Signore risorto, ha rimarcato, rivolgendo un messaggio alla nazione, "Pasqua è un opportunità per fare pace".

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04 aprile 2026, 08:30