Un veicolo militare israeliano verso il territorio libanese Un veicolo militare israeliano verso il territorio libanese 

Medio Oriente, dalla Chiesa altri aiuti umanitari per il Libano

L’iniziativa portata avanti dal nunzio, l'arcivescovo Paolo Borgia, nel sud del Paese. "Abbiamo trovato una popolazione stanca, fragile, ma sorprendentemente ancora in piedi", ci racconta padre Hany Tawk, sacerdote maronita

Guglielmo Gallone - Città del Vaticano

Non si fermano gli attacchi israeliani sul Libano nonostante il cessate-il-fuoco siglato a Washington tra Tel Aviv e Hezbollah. Lo ha reso noto il ministero della Salute libanese, precisando che  si registrano due vittime a Wadi al-Hujair, due a Touline e una rispettivamente a Srifa e Yater. Anche l’esercito israeliano ha confermato l’uccisione di sei persone nella città di Bint Jbeil, sostenendo si trattasse di miliziani di Hezbollah. Dopo l’uccisione del casco blu francese pochi giorni fa, ieri l’Unifil ha annunciato il decesso di un altro militare, di origine indonesiana, morto in ospedale dopo le ferite riportate lo scorso 29 marzo. Il bilancio delle vittime fornito dal ministero della Salute libanese è così salito a 2.491 morti, almeno 197 a settimana. Altre 7.719 persone sono rimaste ferite.

Prosegue incessante lo sforzo della Chiesa

È in questa complessa situazione che procede però incessante lo sforzo della Chiesa locale. Questa settimana il nunzio apostolico in Libano, arcivescovo Paolo Borgia, è riuscito a visitare le località di Debel, Rmeish e Ain Ebel. Situate nel sud del Paese, a neanche cinque chilometri dal confine con Israele, a causa del conflitto esse sono state isolate per almeno tre settimane. Il nunzio ha consegnato oltre 40 tonnellate di generi alimentari, frutta e verdure, in collaborazione con Caritas Libano, rappresentata da padre Samir Ghawi, con la Œuvre d’Orient, rappresentata da Vincent Gelot, con la Fondazione patriarcale per lo sviluppo, rappresentata da Patricia Safir, e con il gruppo “Chiesa per il Libano”, rappresentato da padre Hany Tawk.

I cristiani nel sud del Libano

«Abbiamo trovato una popolazione stanca, fragile, ma sorprendentemente ancora in piedi», ci racconta padre Hany Tawk, sacerdote maronita, «ciò che colpisce non è soltanto la mancanza di medicinali, carburante o cibo, ma soprattutto l’intensità umana degli incontri. Gli abitanti ci hanno parlato di notti cariche di tensione, di una paura costante, ma anche di un attaccamento viscerale alla loro terra. Molti rifiutano di partire, non per incoscienza, ma perché sentono che andarsene significherebbe perdere una parte di sé». Proprio questa mattina l’esercito israeliano ha diffuso un nuovo avviso di evacuazione per gli abitanti del Libano meridionale:  «La tregua di cui si parla esiste più nei discorsi che nella vita quotidiana delle persone. Ci sono momenti di calma, certo, ma restano fragili, imprevedibili e sempre sospesi a un equilibrio precario. La popolazione vive in una sorta di allerta permanente», prosegue il sacerdote.

Una vicinanza concreta

E quando gli chiediamo di raccontarci come la Chiesa riesce a portare la sua presenza sul terreno in un momento simile, padre Hany ci spiega che «con la nunziatura apostolica cerchiamo di agire in modo molto concreto: coordinamento di convogli umanitari, distribuzione di viveri e medicinali, sostegno alle strutture locali e, soprattutto, presenza sul territorio. A volte, esserci vale quanto ciò che si porta. Si tratta anche di mantenere un legame, di ricordare alle persone che non sono dimenticate». Ed è così che, nonostante tutte le tensioni che si potrebbero temere in un Paese come il Libano, «osserviamo gesti molto belli di solidarietà tra comunità. In diversi casi, famiglie di confessioni diverse si aiutano, condividono le proprie risorse, aprono le loro case. Questo tessuto umano, spesso invisibile, è forse una delle più grandi forze del Paese».

Piccole fedeltà per mantenere viva l'idea di comunità

Padre Hany lo vede quotidianamente perché è il fondatore, insieme alla moglie Dounia, della Cuisine de Mariam, un progetto caritativo nato col semplice obiettivo di cucinare ogni giorno per poveri, sfollati, rifugiati, vittime di guerra. «Oggi distribuiamo tra i 5.500 e i 6000 pasti caldi al giorno. Allo stesso tempo sono impegnato in missioni regolari verso il sud. Il mio ruolo è pastorale e umanitario: accompagnare, ascoltare, sostenere e cercare di fare, per quanto mi è possibile, da ponte tra i bisogni del territorio e i mezzi disponibili». Perché, conclude padre Hany Tawk, «è così che si presentano la fede e la speranza: come scelte quotidiane. Si nutrono di gesti semplici: una preghiera condivisa, una liturgia celebrata anche in condizioni precarie, un sorriso, un aiuto. Sono queste piccole fedeltà che mantengono viva l’idea di comunità».

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25 aprile 2026, 12:04