Libano, la testimonianza di un sacerdote dalla valle della Bekaa
Guglielmo Gallone - Città del Vaticano
Si erano ritrovati nel cimitero del villaggio di Shemstar, nella valle libanese della Bekaa, per celebrare un funerale. Ma neppure in una simile occasione sono riusciti a trovare un attimo di tregua dalla guerra che, in Libano, non si è mai fermata. Sono morte così dieci persone, e altre quattro sono state ferite, a causa dei raid israeliani lanciati ieri pomeriggio contro diverse aree meridionali del Paese dei cedri. Oltre a Beirut, sotto attacco c’è stata anche la valle della Bekaa. A Mansoura, nella parte occidentale della valle, sono state uccise cinque persone appartenenti tutte alla stessa famiglia. Nella città di Hermel i missili non hanno risparmiato neppure tre membri della Protezione civile. Numeri e storie che si continuano a sommare in queste ore e che tracciano un bilancio provvisorio seppur già drammatico: su un totale di 203 morti e oltre mille feriti, almeno 30 vittime e 20 feriti si registrano solamente nella valle della Bekaa.
La testimonianza di don Elie Gemayel
«La situazione nella valle della Bekaa e nella regione di Baalbek è particolarmente dolorosa — ci racconta don Elie Gemayel, sacerdote nella diocesi maronita di Baalbek–Deir el-Ahmar, dove segue diverse parrocchie della zona — qui intere famiglie vivono nell’angoscia. Alcune hanno dovuto lasciare le proprie case, altre restano, nonostante tutto, legate alla loro terra». Ecco perché, prosegue, «se abbiamo accolto la notizia della tregua in Iran come un dono di Dio, anche quando è fragile, qui in Libano quella luce ci sembra ancora lontana. Ci ricorda che la pace è possibile, ma anche quanto essa debba ancora essere implorata per la nostra terra. Questo alimenta in noi una preghiera ancora più intensa: che questa tregua non sia un’eccezione, ma l’inizio di un cammino per tutti i popoli». Una preghiera che si è fatta ancora più forte nei giorni di Pasqua. Don Elie ci racconta che «abbiamo pregato per gli abitanti della Bekaa, di Baalbek e di tutte le regioni colpite, per le famiglie provate, per i bambini che crescono nella paura. Affinché il Signore li protegga, consoli e rialzi. È proprio qui che il mistero della Pasqua dispiega tutta la sua forza. Perché la Risurrezione di Cristo non resta lontana dalle nostre prove: vi entra. Viene a raggiungere ogni dolore, ogni grido, ogni notte. E ci ricorda che nessuna logica di guerra può giustificare ciò che oggi stanno vivendo gli innocenti».
Poter vivere con dignità
Innocenti che, giorno dopo giorno, vivono prove che vanno dai bombardamenti quotidiani alla fame e alla povertà. Avevamo sentito don Elie lo scorso 18 marzo e in quell’occasione ci aveva già raccontato di una valle della Bekaa sull’orlo del collasso, dove «il bisogno più urgente è spesso quello più semplice: poter vivere con dignità. Per molte famiglie significa riuscire a comprare cibo, pagare i medicinali o garantire l’istruzione ai figli». Così, se da un lato «a volte avvertiamo una profonda stanchezza, una grande povertà interiore e una certa paura del futuro, come se a essere messe alla prova fossero le anime tanto quanto i corpi», dall’altro «riconosciamo che il nostro ruolo è quello di esserci: Dio non abbandona, anche quando tutto sembra oscuro». Perciò, ribatte don Elie, «noi siamo chiamati a sostenere non solo delle vite, ma delle speranze. Ciò che è forse più difficile è continuare a portare la luce quando tante persone si sentono immerse nella notte. Ma è anche lì che la nostra missione trova tutto il suo significato».
La vicinanza della Chiesa universale
Ed è a questo punto che si avverte la vicinanza della Chiesa universale. «Quando il Santo Padre alza la voce, quando a Roma o altrove viene elevata una preghiera per il nostro Paese, noi lo sentiamo come una comunione reale. È una consolazione, una forza», sottolinea don Elie Gemayel. Oggi, prosegue, «vogliamo dire a coloro che alimentano la guerra, che prendono decisioni che trascinano i popoli nella sofferenza: tornate alla vostra coscienza! Nessun interesse, nessuna strategia, nessun potere può giustificare il prezzo umano che vediamo ogni giorno. Il Libano non è un terreno di conflitto: è una terra di vita, di incontro e di messaggio. Ferirlo significa ferire una vocazione più grande di lui».
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