Celebrazione nella parrocchia greco-cattolica di Slavutych, Ucraina Celebrazione nella parrocchia greco-cattolica di Slavutych, Ucraina 

Chernobyl, la forza della preghiera nel cuore di chi resta

A quarant'anni dal disastro nucleare che ha scosso l'Ucraina e l'Europa. La testimonianza di don Yuriy Lohaza, parroco della comunità greco-cattolica di Slavutych. Il compito del sacerdote diventa spesso quello di restare accanto alle persone, ascoltare e condividere il dolore

Svitlana Dukhovych - Città del Vaticano

«La maggior parte degli abitanti di Slavutych è, in un modo o nell’altro, legata alla parola “Chernobyl”: molti ricordano quegli eventi e portano ancora le ferite della tragedia. Tra i nostri parrocchiani ci sono persone che hanno partecipato alla liquidazione dell’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl, che ne hanno subito le conseguenze o che sono stati evacuati trovando qui una nuova casa. Alcuni continuano ancora oggi a lavorare nella centrale. Portano con sé le ferite di quarant’anni fa, che avrebbero dovuto rimarginarsi, ma con l’inizio della guerra su larga scala si sono riaperte nuove ferite»: esordisce così don Yuriy Lohaza, parroco della comunità greco-cattolica di Slavutych.

Una città nata dall’emergenza

Slavutych è la città più giovane dell’Ucraina. Fu costruita dopo l’incidente di Chernobyl per ospitare i lavoratori evacuati della centrale, così come gli abitanti della vicina Pripyat, a soli 2 chilometri dalla centrale, e di altri villaggi circostanti, considerati zona di evacuazione obbligatoria dall’epoca della tragedia. Don Yuriy spiega che la centrale rimane ancora oggi il principale luogo di lavoro per gli abitanti di Slavutych. Durante la guerra su larga scala raggiungerla è diventato molto più difficile, perché non ci sono più collegamenti diretti come in passato, quando era disponibile anche il treno.

Il centro della cittadina di Slavutych, Ucraina
Il centro della cittadina di Slavutych, Ucraina   (AFP or licensors)

Guerra e nuove ferite


La commemorazione del quarantesimo anniversario dell’incidente è un’occasione per ricordare il gesto eroico di chi, spegnendo le fiamme, impedì una catastrofe ancora più grande e salvò l’intero continente da conseguenze peggiori. Gli eventi legati alla guerra hanno mostrato ancora una volta il coraggio e la tenacia degli abitanti di Slavutych. La cittadina, situata a meno di 20 chilometri dal confine con la Belarus, fu circondata dai militari russi già il primo giorno di guerra, il 24 febbraio; il giorno successivo fu occupata anche la centrale di Chernobyl. Il 31 marzo l’esercito russo lasciò la centrale e si ritirò dal nord del Paese e da Slavutych. Durante tutto il periodo di occupazione, il giovane sacerdote greco-cattolico è rimasto in città, continuando a offrire supporto spirituale ai fedeli, incoraggiando la popolazione e aiutando nella distribuzione di alimenti e beni di prima necessità.

Il peso delle perdite

«Abbiamo vissuto momenti difficili», racconta don Yuriy. «E ora viviamo ancora con apprensione a causa di queste azioni militari che interessano tutta l’Ucraina, ma che qui sentiamo da vicino. Senza dubbio, molte persone hanno lasciato la città in cerca di luoghi più sicuri, sia all’interno dell’Ucraina, sia all’estero. Molti dei nostri parrocchiani, molte famiglie sono partite. Allo stesso tempo, però, nuove persone sono arrivate in città. Sono venute da zone vicine ai combattimenti. Ci sono anche coloro che provengono da Enerhodar, oggi sotto occupazione. Loro lavoravano alla centrale di Zaporizhzhia e adesso vivono qui». Il parroco sottolinea che l’invasione russa su larga scala ha portato agli abitanti di Slavutych nuove ferite, perché molti di loro facevano parte della squadra militare addetta alla protezione della centrale di Chernobyl. «Alcuni sono stati catturati dai russi — racconta — la maggior parte è già stata liberata, ma ci sono ancora persone di cui attendiamo il ritorno. Purtroppo, alcuni sono morti in prigionia, torturati o uccisi durante il trasporto. Per chi già portava ferite, questa invasione ha aperto nuove ferite, che oggi fanno male e sono estremamente pesanti».

Il memoriale per le vittime di Chernobyl
Il memoriale per le vittime di Chernobyl   (AFP or licensors)

Secondo don Yuriy, le ferite della perdita sono le più dolorose. «Abbiamo subito molte perdite. Anche nella nostra piccola chiesa abbiamo celebrato i funerali di oltre ottanta militari. E comprendiamo quanto dolore ci sia nelle famiglie: quanti bambini sono rimasti orfani, quante donne sono diventate vedove, quante madri hanno seppellito i loro figli. Il compito del sacerdote non è solo confortare o sostenere, ma talvolta semplicemente stare accanto: ascoltare, abbracciare. Per molte persone questo è un dono inestimabile». Le cause della tragedia di Chernobyl sono state analizzate da molti punti di vista, ma don Yuriy offre una prospettiva pastorale. «Prima di tutto, siamo chiamati a vivere onestamente e a compiere i nostri doveri con dignità. La catastrofe di Chernobyl non riguarda solo l’aspetto tecnico, ma soprattutto lo stato del cuore umano. Ogni decisione ha delle conseguenze, e ciascuno è responsabile davanti ai propri superiori e davanti a Dio. Allo stesso tempo, la liquidazione dell’incidente è stata un vero atto di eroismo, un gesto d’amore verso il prossimo, come insegna Cristo. Persone che hanno rischiato la propria vita hanno lavorato per limitare le conseguenze della catastrofe. Molti di loro ci hanno lasciato, molti sono sepolti qui, nella nostra città. Altri portano ancora le conseguenze: nel corpo e nel cuore. La casa e i beni materiali si possono ricostruire, la salute e la vita no. Questo è ciò che pesa di più».

La memoria di Ivanna

Tra coloro che hanno subito le conseguenze della peggiore catastrofe tecnologica della storia c’è anche Ivanna, oggi 67 anni, parrocchiana della comunità greco-cattolica di Slavutych. «La città era bellissima. L’infrastruttura eccellente, tanti giovani — ricorda —. C’erano il bosco, i funghi, le bacche, le villette. Il fiume permetteva agli abitanti di navigare fino a Kyiv. Ognuno aveva il proprio lavoro e nel tempo libero passeggiavamo con i bambini e ci godevamo i fiori che crescevano ovunque». Nel 1986 la vita di Ivanna cambiò radicalmente. Al momento della tragedia lavorava in un negozio e, durante dei lavori di ristrutturazione, vendeva verdura in strada. Inizialmente nessuno spiegava agli abitanti cosa stesse accadendo. «Il giorno dopo passeggiavamo con i bambini e vedevamo il fumo dal reattore, ma nessuno ci diceva di nasconderci o di fare qualcosa», ricorda. Solo il giorno successivo fu annunciata l’evacuazione, comunicando però che sarebbe durata solo tre giorni e consigliando di non portare troppe cose. Ivanna e la sua famiglia inizialmente si trasferirono nella regione di Ternopil, ma quando tentarono di tornare a Pripyat dopo tre giorni, trovarono una barriera lungo la strada e fu loro detto che il ritorno non sarebbe più stato possibile. Il marito di Ivanna fu inviato a lavorare nella centrale nucleare di Khmelnytskyi. La donna ricorda che la prima volta il marito partì in auto e vi rimase alcune settimane, tornando senza macchina, perché tutto era stato sequestrato — auto, vestiti, effetti personali — poiché, sottoposti a controllo radiologico, i livelli risultavano molto alti. La famiglia ricevette una nuova abitazione solo dopo qualche tempo. Il marito di Ivanna riprese a lavorare alla centrale di Chernobyl a turni: quindici giorni di lavoro, quindici giorni a casa. Nel 1990 gli fu assegnato un appartamento a Slavutych e la famiglia vi si trasferì. Da allora vivono a Slavutych.


Il marito di Ivanna è morto cinque anni fa, il figlio lavora in un’altra centrale nucleare in Ucraina e la figlia vive a Kyiv. «È difficile credere che siano già passati quarant’anni dall’incidente», racconta Ivanna. «Pensavo che dopo la catastrofe avremmo vissuto al massimo un anno o due, perché era stato davvero difficile. Ma, come si dice, per Dio nulla è impossibile».La cosa più difficile per lei oggi è vedere le perdite causate dalla guerra. «Vado in chiesa ogni giorno e il nostro parroco è anche cappellano. Spesso si celebrano funerali di militari. Tanti giovani perdono la vita. Ogni volta pensi: “Signore, sarà forse l’ultimo funerale così?”» racconta Ivanna. Talvolta, vengono portati anche i corpi dei militari che non sono riconoscibili e devono essere identificati tramite test del DNA. La forza di Ivanna sta nella preghiera. Dopo la morte del marito e il trasferimento dei figli per lavoro, ha attraversato momenti molto difficili. Ha cominciato a pregare di più, a leggere i salmi e la Parola di Dio, a recitare il rosario. «La preghiera mi aiuta moltissimo. Ho capito che bisogna pregare di più, affidarsi a Dio, e allora diventa più facile», dice. «Anche quando scendono le lacrime, la preghiera calma, soprattutto quando leggo notizie difficili o sento i rumori dei bombardamenti a Slavutych». Ivanna frequenta la chiesa tutti i giorni e continua a pregare, sostenere la comunità e coltivare la speranza. «Grazie a Dio, sono sempre con Lui, prego e continuo a vivere».

 

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25 aprile 2026, 11:50