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CEI, Griffini: la tutela dei minori diventi una missione comunitaria

Al via a Roma dal 16 al 18 aprile l’incontro nazionale dei Servizi per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili della Conferenza episcopale italiana. Il segretario monsignor Baturi, ribadisce la tolleranza zero. La presidente dell'Ufficio CEI, Griffini: “vogliamo che tutta la comunità diventi una casa sicura, lavoriamo per una cultura della prevenzione e della custodia evangelica”. Il 17 aprile in scena lo spettacolo teatrale che racconta la piaga degli abusi

Cecilia Seppia – Città del Vaticano

L’infanzia e l’adolescenza ferite con il loro bisogno radicale di fiducia, verità e protezione sono al centro del II Incontro nazionale dei referenti territoriali dei Servizi per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, convocato dalla Conferenza episcopale italiana, dal titolo “Rispetto. Generare relazioni autentiche”. Filo rosso dell’evento, che si è aperto oggi a Roma, al Carpegna Palace Hotel, con l’intervento del segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Baturi, non a caso, è il tema della V Giornata nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi nella Chiesa che, a partire dalla sua celebrazione il 18 novembre scorso, fa da cornice ai diversi momenti di riflessione, approfondimento, dialogo e preghiera promossi nelle diocesi da Nord a Sud del Paese.

Una nuova visione

Monsignor Baturi conferma la tolleranza zero nei confronti degli abusi e l’impegno trasversale di ogni battezzato contro questa piaga e aggiunge che non basta punire, serve convertire il cuore e le strutture, quindi traccia una linea netta tra il passato e il presente. Sul versante della lotta agli abusi su minori e adulti vulnerabili da parte dei chierici, le Linee guida della Conferenza episcopale italiana, approvate nel 2019 e firmate insieme alla Conferenza Italiana Superiori Maggiori, hanno rappresentato uno spartiacque importante, diventando “un riferimento necessario per una presa di coscienza matura, il rinnovamento della comunità ecclesiale e il superamento di atteggiamenti di chiusura e autodifesa”. Nella sua prolusione monsignor Baturi ripercorre il cammino compiuto dalla Chiesa in Italia, soffermandosi in particolare sulla “nuova visione” e sulle nuove dinamiche introdotte dalle Linee guida, che hanno ridefinito e rilanciato l’impegno della Chiesa nel creare ambienti sicuri e promuovere una cultura della prevenzione e della tutela. “Il valore dei principi guida - dice - consiste nell’indicare criteri generali e obiettivi programmatici dotati per loro natura di una forza di espansione, in grado di coinvolgere azioni e persone, e di indicare limiti che non è lecito oltrepassare”.

Una cultura della prevenzione

Non solo: “in questi anni la volontà della suprema autorità di assumere con decisione e in modo diretto la lotta contro gli abusi sessuali di chierici nei confronti dei minori ha avuto l’effetto di accrescere il peso e lo spazio dell’intervento penale nella Chiesa, sia in termini di procedura che di normativa”, ricorda il segretario della Cei sottolineando che “anche l’intervento penale della Chiesa deve sapersi concepire come percorso severo e puntuale di accertamento della verità e di punizione del reo, all’interno di un più ampio cammino penitenziale di rinnovamento e conversione”.  Come indicato dalle Linee guida, la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili riguarda l’intera comunità ecclesiale. Il ruolo del vescovo perciò “deve essere collocato in un quadro più ampio e articolato, nel quale è tutta la comunità dei chierici e dei fedeli laici a dover essere coinvolta nell’impegno a fronteggiare la tale ferita”. In quest’ottica, i Servizi regionali e diocesani, ormai presenti in tutte le diocesi, “sono chiamati non a sostituire gli Ordinari nelle loro responsabilità, ma a supportarli attraverso competenze e professionalità educative, mediche, psicologiche, canonistiche, giuridiche, pastorali e di comunicazione”, contribuendo in sinergia con il Servizio Nazionale Cei, “a diffondere una cultura della prevenzione, fornire strumenti di informazione, formazione e protocolli procedurali”.

Parole chiave nella lotta agli abusi

Ribadita anche l’azione di accompagnamento che le Linee guida definiscono: la “responsabilizzazione” dei colpevoli; la “richiesta di perdono e di riconciliazione” in quanto “la possibilità del perdono, chiesto e donato, tende a realizzare la vera giustizia” anche se esso “non è, e non può mai rivelarsi, un modo per eludere le conseguenze anche giudiziarie delle proprie azioni”; necessarie sono la “riparazione” e la decisione di un cammino di cura psicologica e sostegno spirituale, questione che “riguarda relazioni proiettate fondamentalmente verso il futuro e con un forte orientamento alla prevenzione”. In quest’ottica, conclude, ci sono alcune parole che devono caratterizzare la lotta agli abusi, un impegno che chiama tutti: “verità, richiamo alle responsabilità, pentimento, consapevolezza, incontro, riconciliazione, riparazione, accoglienza, memoria, tenerezza, relazione”.

Il cuore e l'obiettivo di questo incontro vuole essere quello di camminare sempre di più in maniera sinodale e circolare tra i diversi livelli della rete di tutela avviata dalla Conferenza episcopale italiana. Puntiamo sulla responsabilizzazione comunitaria perché tutta la comunità diventi una casa sicura. Dice ai media vaticani Chiara Griffini, presidente del Servizio nazionale della Cei per la tutela dei minori (SNTM), psicologa forense, consultore del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita.

Ascolta l'intervista a Chiara Griffini

In particolare Griffini insiste sulla funzione dei centri d’ascolto come luoghi necessari per iniziare percorsi di verità e giustizia: "vogliono essere il luogo di una Chiesa compassionevole e attenta a chi ha subito ferite. Da qui nasce la costruzione di relazioni autentiche basate sul rispetto. Il rispetto non è semplicemente un dettaglio ma è veramente il cuore di relazioni evangeliche, è Gesù stesso che ci ha insegnato il rispetto nel Vangelo con tutta la delicatezza con cui si è accostato e si è preso cura di coloro che ha incontrato come persone ferite, vulnerabili nel suo cammino”.

Una missione comunitaria

La sua riflessione fa eco al messaggio di Papa Leone XIV, a firma del Segretario di Stato Pietro Parolin, inviato per l’occasione, in cui afferma che la “tutela non può essere intesa come un insieme di norme da applicare o di procedure da osservare ma chiede una sapienza che investe lo stile della comunità, il modo di esercitare l'autorità, la formazione degli educatori, la vigilanza sui contesti, la trasparenza dei comportamenti”. Ecco perché la tutela dei minori deve diventare una missione comunitaria che non spetta soltanto al Papa, alla Chiesa o agli uffici preposti ma, afferma la presidente del Servizio nazionale della Cei per la tutela dei minori: “La prima delle nostre dimensioni di azione è la sensibilizzazione culturale, che investe l'intera comunità, ciascuno nella comunità, per il semplice fatto di essere un fedele può e deve diventare testimone di tutela, perché è in gioco la vita delle persone, è in gioco la comunità stessa che riconosce nelle relazioni, la sua anima. Papa Leone ci richiama a farci custodi gli uni degli altri, aiutandoci a crescere in una cultura della prevenzione che sia prima di tutto una cultura della custodia evangelica. E in questo i laici hanno un ruolo importantissimo, sono corresponsabili nella promozione di questa cultura, al pari dei sacerdoti, dei vescovi. D’altra parte anche Papa Francesco nella lettera al Popolo di Dio del 2018, scriveva che dalla triste piaga degli abusi che ha investito la Chiesa, si esce soltanto insieme”.

Lo spettacolo: "Ed io avrò cura di te"

Il rispetto, la cura, la difesa, l'accoglienza dei più fragili soprattutto di quelli che hanno subito abusi vanno in scena domani 17 aprile alle 21.15 al TH Hotel Roma, grazie all’impegno della produzione Palco Reale, dell’autore, Paolo Logli, degli artisti coinvolti e del Servizio nazionale per la tutela dei minori. “…Ed io avrò cura di te”, porta sul palco la piaga degli abusi negli ambienti ecclesiali mediante il racconto di Arianna Ciampoli e Antonio Maggio, dando voce al dolore delle vittime. A ispirare il percorso infatti sono state proprio le parole delle vittime, dei sopravvissuti e dei familiari, proposte nelle Giornate nazionali di preghiera del 18 novembre del 2024 e del 2025. “Attraverso la potenza della musica e della parola, lo spettacolo - spiega Griffini - trasforma il trauma personale in una riflessione collettiva sulla responsabilità e la cura di chi è stato ferito. L’arte si fa atto di giustizia poetica per illuminare gli angoli bui, restituire dignità alle storie ferite e ribadire che la salvaguardia dei piccoli e dei vulnerabili deve tornare a essere il cuore pulsante della missione della Chiesa”.

L'arte come atto di giustizia

Usare l’arte immediata del teatro favorisce anche quella sensibilizzazione culturale che può raggiungere l’intera comunità molto più delle parole e dei proclami: “Ponendoci in ascolto di chi da uomini e donne di Chiesa è stato ferito - conclude - proviamo ad avvicinarci alla drammaticità che l'abuso genera non solo nella vita dei singoli, ma nella vita della comunità stessa. Il cuore proprio dello spettacolo è cercare di risvegliare nelle persone l’urgenza: quando avverto un segnale di disagio, di dolore, non posso dire che non è roba mia, non posso trovare un alibi per allocare la responsabilità di attivare segnalazioni, di attivare percorsi. La responsabilità appartiene a ciascuno, ed è un impegno di tutti. E' desiderio nostro attraverso questo spettacolo di favorire una Chiesa in uscita, una Chiesa che guarda e cerca con umiltà di imparare dalle ferite che l'hanno attraversata e la potranno attraversare, non per lasciarsi sopraffare,  ma proprio perché anche a partire dalle fratture può esserci un nuovo inizio”.

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16 aprile 2026, 17:41