Yemen, Martinelli: nel caos resistono due comunità religiose e fanno miracoli
Guglielmo Gallone - Città del Vaticano
«Nel farsi uomo, Gesù assume su di sé la nostra fragilità, si immedesima con ognuno di noi: con chi è in preda alla fame e alla povertà, come il popolo yemenita». Con queste parole, pronunciate nel messaggio Urbi et Orbi di Natale, Papa Leone XIV ha acceso i riflettori su una delle guerre più atroci eppure più dimenticate al mondo: quella dello Yemen.
La vicinanza di Leone XIV
«La nostra comunità prova un’immensa gratitudine nei confronti del Santo Padre», osserva monsignor Paolo Martinelli, vicario apostolico dell’Arabia del Sud, quindi negli Emirati Arabi Uniti, in Oman e in Yemen. «Mi ha colpito in particolare lo sguardo di fede che ha proposto – prosegue monsignor Martinelli – legando l’incarnazione del Figlio di Dio alla sua immedesimazione con i sofferenti, con chi è preda della fame, della povertà, della miseria. In questo modo Papa Leone ricorda a tutti la presenza di Cristo in chi soffre. Con le sue parole sembra aver richiamato un mondo spesso distratto dalla realtà di chi vive nell’indigenza ed è dimenticato. Dio, invece, non si dimentica: Dio è presente in loro. Devo aggiungere che anche nelle recenti occasioni di incontro personale con Papa Leone XIV l’ho visto molto attento alla realtà dello Yemen, interessato a comprendere la situazione generale e le condizioni dei nostri fedeli».
L'escalation degli ultimi giorni
Una situazione generale che, proprio questa settimana, ha visto una serie di nuove, pericolose escalation per il Paese affacciato sul Mar Rosso e sul Golfo di Aden: il fronte che, dal sud dello Yemen, combatte contro i ribelli Houthi, stanziati a nord, si è ulteriormente diviso. Giorni fa il Consiglio di transizione, nato nel 2017, ha presentato un progetto politico chiaro e fedele ai suoi ideali: la proclamazione di uno Stato indipendente nel sud dello Yemen, preceduta da una fase di transizione in due anni e da un referendum. Se l’idea separatista ha ricevuto nuovamente l’appoggio degli Emirati Arabi Uniti, essa è però stata bocciata tanto dall’Arabia Saudita quanto dal Consiglio presidenziale dello Yemen, che ad oggi agisce da governo ed è riconosciuto a livello internazionale. Così, Aidarous al-Zubaidi, il politico di lungo corso che è a capo del Consiglio di transizione del sud, è stato accusato di tradimento. Di più, Al-Zubaidi è stato chiamato a rispondere per l’omicidio di soldati e ufficiali, nonché per il sabotaggio di infrastrutture militari. Tuttavia, anziché dirigersi a Riad per una serie di incontri istituzionali, Al-Zubaidi ha deciso di cambiare rotta optando per una località ancora sconosciuta. L’Arabia Saudita ha subito accusato gli emiratini di aver fatto uscire clandestinamente il leader separatista dallo Yemen, ma Abu Dhabi per ora non ha risposto. Oltre a far salire ulteriormente la tensione tra i due vicini della penisola arabica, l’evento ha rivelato nuove fratture all’interno dei secessionisti: se venerdì il segretario del Consiglio di transizione ha annunciato lo scioglimento del gruppo separatista, esse sono però state prontamente smentite dal portavoce del gruppo stesso.
Il dramma umanitario
Il caos politico fra nazionalisti e separatisti si sta riversando anche sul terreno. Mercoledì almeno 20 persone sono rimaste uccise nella provincia yemenita sud-occidentale di Ad Dali a seguito dei raid aerei condotti dalla coalizione araba a guida saudita contro obiettivi del Consiglio di transizione del sud. Il giorno seguente le autorità separatiste dello Yemen hanno imposto un coprifuoco notturno nella loro roccaforte meridionale, Aden (ex capitale del Paese), a causa dei crescenti timori di scontri con le forze sostenute dall’Arabia Saudita. Ancora una volta, la popolazione resta intrappolata in un conflitto che dura da 14 anni e che, per ora, ha lasciato oltre 19 milioni di yemeniti, metà della popolazione, con urgente necessità di assistenza. In Yemen un bambino su due sotto i cinque anni soffre di malnutrizione acuta grave e oltre 4,5 milioni di persone sono state sfollate a causa del conflitto.
I cristiani della Penisola arabica
«Io sono in contatto permanente con la comunità cristiana dello Yemen – ci racconta monsignor Martinelli – e in particolare con i sacerdoti presenti attualmente nel Paese. La comunità cristiana è numericamente molto ristretta. Non sappiamo con precisione quanti siano i cattolici, perché dopo dieci anni di guerra civile la maggior parte ha lasciato il Paese, soprattutto i migranti che hanno perso il lavoro». Inoltre, prosegue il vicario apostolico, «diversamente da altri Paesi del Golfo, nello Yemen esistono anche cristiani nativi, yemeniti cattolici, accanto a fedeli provenienti da diverse parti del mondo. Molti sono stati costretti a partire a causa del conflitto e degli attacchi subiti durante questi lunghi anni di guerra. Vorrei ricordare in particolare che nel 2016, all’inizio del conflitto interno, quattro suore delle Missionarie della Carità di Madre Teresa di Calcutta sono state uccise da un gruppo estremista. Inoltre tutte le nostre quattro chiese sono state gravemente danneggiate e oggi risultano inagibili».
Attualmente, monsignor Martinelli ci informa che «nello Yemen del nord, sono rimaste due comunità delle Missionarie della Carità che, nonostante l’attacco del 2016, continuano a operare nel Paese. Nelle loro due case accolgono i più poveri tra i poveri: oltre cento persone per ciascuna casa, soprattutto malati e anziani. Fanno davvero miracoli di carità con i pochi mezzi a disposizione. Con loro c’è un sacerdote, l’unico presente nello Yemen, appartenente al ramo maschile dei Missionari della Carità. Con lui ho un contatto molto frequente, talvolta quotidiano. Mi tiene aggiornato sulla vita dei cristiani, sulla situazione delle suore, sulle condizioni dei malati che assistono. Quando possibile, manteniamo contatti anche con le suore tramite videoconferenze, nonostante le difficoltà di collegamento. Ovviamente non è possibile svolgere alcuna attività proselitistica. Tuttavia un piccolo gruppo di fedeli si ritrova regolarmente per pregare e partecipare alla messa, celebrata nelle cappelle delle due comunità. È un gruppo ristretto, ma molto unito: si vogliono davvero bene. La presenza delle suore e del sacerdote è un dono immenso per i pochi cristiani rimasti».
Il Natale e il Giubileo
E una testimonianza preziosa di questo affetto è stata data anzitutto «dal Natale, che la comunità cristiana yemenita ha vissuto in modo molto semplice seppur con gioia sincera. È stato condiviso il pasto con i più bisognosi, è stata celebrata la Santa Messa e hanno anche cantato i tradizionali canti natalizi, le Christmas carols. È bello pensare a questa piccola comunità cristiana nello Yemen del nord che ha celebrato così il Natale: in silenzio, con discrezione, ma con un profondo calore umano e spirituale, sentendo viva la vicinanza di Dio».
A tutto ciò ha contribuito anche l'anno giubilare che si è appena concluso e che anche una piccola comunità come quella yemenita è riuscita a vivere, peraltro proprio nella cappella delle suore, scelta come luogo giubilare dello Yemen. «È stata una scelta importante all’interno del cammino giubilare – osserva monsignor Martinelli – il Vicariato apostolico comprende tre Paesi: Yemen, Emirati Arabi Uniti e Oman. In Oman abbiamo scelto la parrocchia dei Santi Pietro e Paolo, patroni del vicariato; negli Emirati una parrocchia dedicata a Sant’Antonio. Abbiamo voluto scegliere anche un luogo nello Yemen, in particolare nello Yemen del nord, dove sono presenti le suore di Madre Teresa. Quella zona è sotto il controllo degli Houthi. Nel sud, purtroppo, non abbiamo una presenza ufficiale: le chiese sono distrutte, anche se operano organismi caritativi. Per questo abbiamo individuato nella cappella delle Missionarie della Carità a Sana’a — capitale di riferimento per il nord — un luogo di pellegrinaggio per l’Anno Santo. Quando ho comunicato questa decisione alle suore e ai fedeli, sono stati molto contenti. Ho spiegato che quella cappella sarebbe stata il luogo dove confessarsi e ricevere l’indulgenza plenaria. È stato un segno importante non solo per lo Yemen, ma per tutto il vicariato: la notizia ha fatto sentire a tutti la vicinanza verso questa comunità così provata. Preghiamo spesso per loro, anche durante la Santa Messa, per la difficile situazione civile e sociale. È un segno concreto di comunione: sentiamo di essere un’unica realtà, chiamata a portare insieme pesi e sofferenze. Questa condivisione è stata molto significativa per tutto il vicariato».
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui