"Chi va a Roma perde la poltrona", il ritorno dal Giubileo
Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano
Il proverbio “Chi va a Roma perde la poltrona”, attestato in forma stabile solo in età moderna, conserva sotto la scorza dell’ironia una memoria medievale precisa. L’assenza prolungata non era un fatto neutro: negli statuti comunali comportava la decadenza per absentia; nel diritto canonico i benefici si perdevano per non residentiam; nella prassi curiale le sostituzioni temporanee tendevano a diventare definitive. Partire in pellegrinaggio - soprattutto in tempo di Giubileo - significava dunque accettare un rischio concreto. Non a caso, una delle prime azioni del pellegrino era fare testamento. Prima di mettersi in cammino, uomini e donne disponevano dei beni, affidavano figli, debiti e anime a una scrittura che presupponeva la morte come possibilità concreta. Il pellegrinaggio, anche quando motivato dalla speranza dell’indulgenza, iniziava sotto il segno della fine. Tornare non era scontato; e tornare integri, ancora meno.
Farsi riconoscere sulla strada
Il pellegrino non era un viaggiatore anonimo. Doveva essere visibile, riconoscibile, quasi leggibile. Un abbigliamento codificato - il mantello grezzo, il bordone, la scarsella - e soprattutto i segni acquisiti lungo il cammino, come le insegne metalliche con l’effigie dei simboli associati ai luoghi sacri, avevano una funzione pratica oltre che simbolica. Dichiaravano uno status: chi li portava chiedeva ospitalità, protezione, talvolta indulgenza morale.
Essere riconosciuti come pellegrini era una necessità. Le strade medievali erano attraversate da pericoli ben noti: briganti, pedaggi abusivi, soldati sbandati; e poi le malattie, che colpivano lontano da casa con particolare ferocia. Le cronache parlano di febbri prese negli ospizi, di corpi debilitati che non reggevano il viaggio di ritorno. Il pellegrino era esposto, e lo sapeva.
Il ritorno come prova
È qui che il tema del ritorno assume un valore che va oltre la storia religiosa. Tornare significava rientrare in una comunità che aveva continuato a vivere senza di te. Un esempio concreto emerge dagli statuti cittadini italiani tra XIII e XIV secolo: in diverse città, l’assenza prolungata comportava la decadenza automatica da cariche civiche o corporative. Il pellegrino rientrato doveva ricominciare da capo, talvolta dimostrando la legittimità del proprio rientro.
Alcune lettere conservate negli archivi romani raccontano di pellegrini che, tornati, faticano a riottenere beni affidati a parenti o amministratori temporanei. La “poltrona” perduta non era solo simbolica: era un posto realmente occupato da altri, con il tacito consenso della comunità.
Un ritorno che cambia chi ritorna
Il pellegrino non tornava mai identico a prima. Portava con sé il racconto del Giubileo, ma anche una trasformazione interiore difficile da integrare. Le fonti agiografiche mostrano casi di pellegrini che, una volta rientrati, scelgono una vita diversa: più ritirata, più devota, talvolta marginale. Non tutti riescono - o vogliono - rientrare pienamente nei ruoli precedenti.
In questo senso, il pellegrinaggio medievale dialoga con una delle grandi narrazioni fondative dell’Occidente: l’Odissea. Anche il poema di Omero non è il racconto di una partenza, ma di un ritorno lungo, pericoloso, disseminato di perdite. Ulisse non combatte per partire, ma per rientrare; e quando rientra, non viene riconosciuto. Deve dimostrare chi è, riprendere il proprio posto, riconquistare ciò che gli apparteneva. Il pellegrino medievale vive una tensione simile. Il viaggio verso Roma promette salvezza; il ritorno mette alla prova l’identità.
Raccontare il ritorno
Questo motivo del ritorno attraversa in profondità la letteratura antica e medievale ed è altrettanto centrale nei testi biblici, dove il rientro - dall’esilio, dall’erranza, dalla colpa - non è mai un semplice tornare indietro, ma una ricomposizione faticosa del rapporto con Dio e con la comunità. In questa lunga tradizione culturale si inserisce anche l’esperienza del pellegrino medievale.
Come Ulisse, egli torna cambiato; e come nelle grandi narrazioni del ritorno, il momento decisivo non è la meta raggiunta, ma il confronto con ciò che lo attende al rientro. Il pellegrinaggio giubilare si compie davvero solo lì, quando l’esperienza del sacro incontra la vita ordinaria e ne mette alla prova gli equilibri.
La “sperduta”
Un episodio concreto restituisce la precarietà del cammino meglio di qualsiasi astrazione. Nelle Cerbaie, area paludosa e insidiosa nei pressi di Altopascio, snodo fondamentale dei percorsi tra nord e sud della penisola, lungo la via Francigena, il pellegrino rischiava di smarrirsi in ogni stagione del viaggio. Qui una campana, nota come la Sperduta, veniva suonata per orientare chi si perdeva tra nebbie, acquitrini e sentieri incerti. Non indicava una meta, ma una direzione; non distingueva l’andare dal tornare. Il suo suono interveniva quando il cammino diventava indistinto, ricordando al pellegrino che la strada, anche quando si dissolve, può ancora essere ritrovata.
Chi non torna
Infine, ci sono i ritorni mancati. Le fonti registrano pellegrini morti sulla via del rientro, sepolti lontano da casa, oppure rimasti a Roma, accolti in ospedali o confraternite. Per alcuni, il pellegrinaggio diventa una soglia senza ritorno, una scelta definitiva, non sempre esplicitata ma chiaramente leggibile nei documenti. È anche per questo che il proverbio ha attraversato i secoli. Non è una battuta sulla carriera, ma una constatazione storica: partire per Roma significava accettare il rischio di non ritrovare il proprio posto nel mondo.
La parte più difficile del viaggio
Il ritorno dei pellegrini medievali completa il senso del Giubileo. Non solo evento straordinario, ma esperienza che lascia tracce durature: nelle biografie individuali, nelle comunità, nella memoria collettiva. Il pellegrinaggio non finisce quando si varcano di nuovo le mura di casa. È lì, semmai, che comincia la parte più difficile del viaggio.
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