A Betlemme il ritorno dei pellegrini è una luce di speranza
Michele Raviart - Betlemme
“Betlemme non siamo solo noi. Anche voi ne siete parte”. Lo afferma ai pellegrini portati in Terra Santa dall’Opera Romana Pellegrinaggi, uno degli storici commercianti di souvenir della comunità cristiana della città dove è nato Gesù, ricevendoli insieme ad altri fedeli e ai francescani della Custodia di Terra nel monastero adiacente alla Basilica della Natività. Con la sua bottega dà lavoro a 25 famiglie che producono oggetti artigianali. In un luogo in cui il turismo religioso è la prima fonte di reddito, il crollo degli arrivi a causa della pandemia prima e della guerra a Gaza poi, rischia di minare la stessa sopravvivenza della comunità cristiana di Betlemme, che conta circa il 25% di una popolazione di circa 30 mila abitanti.
Primi segnali di speranza
“Questa visita dell’ORP ci incoraggia”, racconta il padre francescano Raffaele Tayem, parroco di Betlemme. “Stiamo vivendo con gli aiuti dall’estero, dal Patriarcato di Gerusalemme e dalla Custodia, ma non sappiamo quanto durerà”, spiega. La grande festa del Natale, che si è potuta celebrare quest’anno dopo due anni di sospensione, è stata un primo segnale di speranza. L’auspicio è che nei prossimi due mesi possano riprendere a pieno regime anche i pellegrinaggi. “Non basta però vedere solo la Basilica, bisogna anche conoscere le persone e la città”, chiedono i cittadini di Betlemme.
Le conseguenze della guerra sugli spostamenti
Betlemme, così come le altre città dei Territori Palestinesi in Cisgiordania, rischia tuttavia di diventare sempre più una prigione. Dal 7 ottobre si sono infatti moltiplicati i checkpoint israeliani, che isolano sempre di più un centro abitato con l’altro. Per andare da Betlemme a Ramallah bastavano una quarantina di minuti. Ora ci vogliono più di due ore e questo disincentiva le persone a lasciare le proprie case. La difficoltà di accesso a Gerusalemme per motivi lavorativi, per divieti o per orari di accesso e rientro molto stretti, ha poi avuto effetti devastanti sull’occupazione. “Siamo circondati da tutte le parti. Siamo chiusi qua dentro. Qualcuno ha ottenuto i permessi, ma non tutti hanno avuto questo privilegio”, testimonia Nicole, 25 anni e dipendente del ministero del turismo palestinese e che non riceve uno stipendio completo.
Al Caritas Baby Hospital 10 mila pazienti in meno
La difficoltà di movimento ha avuto anche ripercussioni in campo sanitario. Il Caritas Baby Hospital di Betlemme è l’unico ospedale esclusivamente pediatrico della Cisgiordania e l’unico che prevede una sistemazione per le famiglie dei pazienti. Dopo il 7 ottobre sono stati 10 mila i pazienti persi solo il primo anno. Malati che non potevano arrivare all’ospedale o pazienti morti in solitudine perché non potevano essere raggiunti dai parenti. “Tutti stati colpiti dalla guerra”, sottolinea Shireeen Khamis, responsabile della comunicazione dell’ospedale. Quello che è successo a Gaza succede più lentamente e in modo silenzioso in Cisgiordania, con attacchi quotidiani nel nord, afferma, spiegando che questo è il momento peggiore dal 1967, l’anno della guerra dei sei giorni. “Alcuni giorni fa un drone è volato su Betlemme per due ore e abbiamo dovuto aiutare dei ragazzi per lo shock”, sottolinea, “non osiamo pensare le conseguenze per i bambini di Gaza in due anni di bombardamenti”.
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