Terra Santa, il futuro dei cristiani è nell'istruzione
Michele Raviart - Gerusalemme
Il primo carro di aiuti del 2026 che il patriarcato latino di Gerusalemme ha destinato alla popolazione stremata di Gaza ha raggiunto in questi giorni la Striscia. Non ci sono più i bombardamenti, ma circa due milioni di persone sono senza casa, senza servizi essenziali e vivono in una porzione di terra ridotta di quasi la metà a causa dei confini imposti dal cessate il fuoco del 10 ottobre scorso. A raccontarlo a giornalisti e operatori pastorali giunti in Terra Santa grazie all’Opera romana pellegrinaggi è padre Davide Meli, cancelliere del patriarcato, che ha aiutato a coordinare gli aiuti a Gaza fin dall’inizio della guerra, essendo la chiesa latina una delle poche istituzioni ad avere l’accesso alla Striscia e a inviare gli aiuti ogni quindici giorni.
A Gaza bisogna cercare di dare un futuro
Il primo intervento del Patriarcato dei Latini, per cercare di fermare l’emergenza nei momenti iniziali del conflitto, è stato la consegna di duemila tonnellate di beni di prima necessità, come frutta, verdura e vitamine, la cui carenza rischiava di provocare gravi problemi di salute soprattutto ai bambini. “Ora questi beni si trovano sul mercato e i costi di trasporto stanno diminuendo”, spiega padre Meli, “mentre adesso servono tende e coperte”. Anche adesso, a tre mesi dal cessate il fuoco, la situazione non è sicuramente pacifica e la fase due non è iniziata, così come la conseguente ricostruzione. Non ci sono fognature, non c’è la rete elettrica, i luoghi di lavoro sono distrutti, così come le scuole.“Prima della guerra c’erano cinque scuole cristiane a Gaza”, ha spiegato Meli, due gestite direttamente dal patriarcato. Ora ne funziona solo una, quella che si trova nella parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza, dove vanno a scuola ogni giorno dai 160 ai 180 bambini, che sono tra le 400 persone che vivono come rifugiati nella parrocchia. “L’investimento nell’educazione è la strada per il futuro. Bisogna cercare di dare un futuro”, ha ribadito, sottolineando come il terzo settore di intervento per gli aiuti sia quello sanitario. “L’ospedale anglicano ha bisogno perfino delle garze”, ha ribadito, “e non è più possibile diagnosticare un tumore in tempo”.
Le sfide della comunità di Gerusalemme
Il patriarcato latino, inoltre, sviluppa numerosi programmi di sostegno alla comunità cristiana di Gerusalemme, che conta oltre 6 mila persone. A raccontarlo ai pellegrini è padre Rami Asakrieh, parroco di San Salvatore nella città santa, che ha presentato anche alcuni membri della sua parrocchia. “Le famiglie vivono tempi difficili per la guerra, ancora più duri che durante la pandemia di Covid-10”, ha sottolineato. “Vivere a Gerusalemme è molto più caro rispetto alle altre città in cui vivono i cristiani. L’affitto arriva all’equivalente di 1800 euro al mese e può occupare anche il 70% del reddito. A questo si aggiungono i prezzi alti del cibo, che spesso priva le famiglie di alimenti come la carne e i prezzi delle scuole”. Per proteggere e custodire la loro identità, ha spiegato padre Rami, la comunità preferisce infatti frequentare le scuole cristiane, che sono costose, invece delle scuole pubbliche ebraiche. Per questo la Custodia di Terra Santa e il Patriarcato offrono delle case a canone calmierato.
In 30 anni i cristiani rischiano di scomparire
“Avere una casa di proprietà è un sogno, e questo ritarda i matrimoni”, spiega anche Dima Kalak, del dipartimento sociale del patriarcato. In un contesto di deficit democratico – nel 2025 sono nati 18 bambini e morte 34 persone – il rischio per la comunità cristiana di Gerusalemme è di sparire entro 30 anni, avverte Usama Salman, che con il suo centro studi “comunità”, prepara studi di settore e cerca di capire come affrontare le sfide per il futuro. La chiave, ribadisce, è l’educazione. “Bisogna preparare una generazione che sappia difendere l’identità cristiana”, ribadisce, “perché se i giovani non conoscono la loro storia, non potranno mai testimoniarla davanti agli altri”.
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