Parolin: il dialogo oggi sostituito dalla forza, tutelare i diritti minacciati da ideologie
Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano
Dialogo, non forza. Comprensione, non oppressione. Diplomazia, non ideologia. Dal Guatemala, dove è in viaggio dal 1° agosto scorso per celebrare i 90 anni di relazioni diplomatiche con la Santa Sede (suggello di “un percorso storico compiuto sulla base della fiducia reciproca, del rispetto reciproco e della costante collaborazione”, ha detto), il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin guarda allo scenario mondiale. E rivolge un appello alla comunità internazionale a porre in atto gli strumenti della diplomazia per tutelare quei diritti fondamentali che sembrano perdere “vitalità”, lasciando spazio invece a “ideologia”, “forza” e “oppressione”.
Il cardinale parla al Corpo diplomatico riunito nel pomeriggio di lunedì 3 agosto presso la sede della Nunziatura Apostolica di Città del Guatemala; è l’ultimo appuntamento della giornata che ha visto il porporato incontrare il presidente della Repubblica, Bernardo Arévalo, poi il ministro degli Affari Esteri, Carlos Ramiro Martínez, e un gruppo di rappresentanti dei Popoli indigeni. Erano già presenti domenica nella Cattedrale metropolitana per la solenne Messa di ringraziamento celebrata dal cardinale che, nell’omelia, ha esortato autorità civili ed ecclesiastiche a costruire “una società più giusta, fraterna e solidale, spezzando le dinamiche di disprezzo, indifferenza e ingiustizia causate da disuguaglianze e corruzione”.
I diritti umani stanno perdendo vitalità
Ai diplomatici guatemaltechi il cardinale ha chiesto, invece, una approfondita riflessione “su quanto sia preziosa la via scelta del dialogo e della comprensione”, specialmente – ha sottolineato – “quando osserviamo una comunità internazionale in cui la diplomazia che promuove il dialogo e cerca il consenso tra tutte le parti viene sostituita da una diplomazia basata sulla forza, sia da parte di singoli individui che di gruppi di alleati”.
“Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e persino il diritto alla vita vengono limitati in nome di altri presunti nuovi diritti, con il risultato che lo stesso quadro dei diritti umani sta perdendo la sua vitalità e lasciando spazio all’ideologia, alla forza e all’oppressione”, ha detto il segretario di Stato.
La missione diplomatica della Santa Sede
Ha ricordato, in tal senso, la missione diplomatica della Santa Sede e la sua “singolare caratteristica”, ovvero il fatto di non perseguire interessi economici o strategici, ma cercare sempre di “mettere al centro la persona umana, favorendo l’incontro tra i popoli e offrendo il contributo morale e spirituale che scaturisce dal Vangelo e dalla ricca Dottrina sociale della Chiesa, contribuendo a costruire il bene comune”. Questa missione “di fronte alle res novae del nostro tempo”, ha spiegato Parolin, si concretizza “evitando entusiasmi ingenui o timori sterili, nel proporre con il linguaggio del Vangelo criteri di discernimento”. Criteri come “la dignità della persona, la destinazione universale dei beni, l’attenzione ai poveri, la cura del creato e la pace”. Criteri che possono tradursi in pratiche concrete, come “la pianificazione responsabile, le valutazioni dell’impatto umano e sociale, l’inclusione dei più fragili, l’alfabetizzazione digitale, la ricerca e l’industria orientate alla giustizia e alla pace, tra le altre”.
Il Guatemala, interlocutore aperto al dialogo e sensibile
Tutto questo ha già avuto un suo sviluppo in Guatemala, “terra dalle profonde radici cristiane” che San Giovanni Paolo II visitò tre volte nel 1983, 1996 e 2002 e che possiede “uno straordinario patrimonio umano e spirituale”, dato anche dalla ricchezza delle popolazioni indigene. Le quali con le loro culture e tradizioni contribuiscono a costruire “una società sempre più inclusiva, riconciliata e solidale”.
“La Santa Sede ha trovato in Guatemala un interlocutore aperto al dialogo e sensibile ai grandi valori che sostengono la convivenza umana: la dignità inviolabile di ogni persona, la promozione del bene comune, l’attenzione verso le persone in situazione di vulnerabilità e la ricerca perseverante della pace”, ha affermato ancora il cardinale Parolin. E ha rammentato pure la cooperazione in questi nove decenni tra il Paese centroamericano e la Santa Sede concretizzatasi in ambiti quali “l’accompagnamento pastorale del popolo guatemalteco, il servizio educativo e sanitario di tante istituzioni ecclesiali, il rafforzamento della libertà religiosa e la difesa della dignità umana”.
Ringraziamenti a Chiesa e istituzioni
Il segretario di Stato ha quindi concluso con un ringraziamento alle autorità guatemalteche per “lo spirito di collaborazione” nelle relazioni bilaterali, ai vari rappresentanti diplomatici accreditati presso la Santa Sede e ai nunzi apostolici che, nel corso degli ultimi novant’anni, “hanno contribuito con dedizione e saggezza al rafforzamento di questa amicizia istituzionale”, e alla Chiesa locale che collabora umilmente nella promozione di “una società in cui prevalgano la giustizia, il rispetto della vita, la libertà, l’educazione delle nuove generazioni e la cura del creato”.
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