Zuppi al Meeting: nel mondo dove prevale la “Babele dell’io” scegliamo la fraternità
Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano
“Amate sempre la Chiesa, amate e preservate l’unità”.
A poco meno di un giorno di distanza, l’eco delle parole pronunciate da Papa Leone XIV al Meeting per l’Amicizia fra i Popoli 2026 di Rimini risuona ancora forte questa mattina, 23 agosto. A riproporle è il cardinale presidente della Conferenza Episcopale Italiana (Cei) e arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi, nell’omelia della Messa presieduta nell’Auditorium Intesa Sanpaolo D3. Con lui concelebrano, tra gli altri, il cardinale arcivescovo metropolita di Algeri, Jean-Paul Vesco, padre Joseph Farrell, priore generale dell’Ordine di Sant’Agostino, e padre Francesco Ielpo, custode di Terra Santa.
Aprirsi, in un mondo che vuole chiusure
La riflessione del porporato tesse le lodi della natura del Meeting: non una “enclave”, ma un “crocevia per la Chiesa e per la società”, capace di moltiplicare gli incontri e ispirare nuovi cammini. Una virtù ancora più necessaria in un mondo dove “è così facile pensare di essere sicuri di stare bene chiudendosi”.
Contrastare la "cultura della potenza"
Il presidente della Cei ricorda con affetto una richiesta rivolta ai partecipanti al Meeting da Papa Francesco sull'essere aiutato nella conquista della pace sottolineando come il Signore susciti il volere e l’operare secondo il suo “disegno d’amore”. Un’espressione, quest’ultima, centrale fin dal tema scelto per l’edizione 2026 del Meeting, tratto dal passo conclusivo della Divina Commedia di Dante: “L’amor che move il sole e l’altre stelle”. “Quanta gioia”, prosegue il cardinale Zuppi, nello sperimentare questo affetto nella “famiglia universale” rappresentata dalla Chiesa, “tanto più preziosa in questa stagione dove prevale l’insolente e pericolosa cultura della potenza, la Babele dell’io, dove si diventa arroganti e imprevedibili, ma anche di un noi chiuso, contrapposto ad altri noi”.
La responsabilità della Chiesa
La comunità ecclesiale “vive nel mondo, ma non è del mondo”. Un postulato ribadito da Zuppi, da cui tuttavia scaturisce una responsabilità decisiva: aiutare l’umanità stessa a ritrovare sé stessa, attraverso processi delineati dallo stesso Pontefice: distaccare “la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte”.
Gli uomini non vivano come "bruti"
"Abbiamo parecchio da fare”, constata Zuppi. Ma si tratta, in fondo, di seguire la natura dell’umanità, che non è fatta per vivere “come bruti”, citando nuovamente la Divina Commedia, ma è fatta per essere “magnifica”, riprendendo invece il titolo dell’enciclica di Leone XIV. Un orizzonte a cui ciascuno può prendere parte: “Tutti noi possiamo essere stelle in un cielo troppo buio”. La bellezza della luce, quella che, citando questa volta san Giovanni Paolo II, “provoca con quella sete di radicalità" che non permette di adattarsi al compromesso.
La concretezza della dedizione
E Gesù è bellezza, quella che “suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande, la volontà di seguire un ideale, il rifiuto di lasciarvi inghiottire dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con umiltà e perseveranza per migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna”. Partire, ripartire dall’empatia, quindi. Poiché, conclude il cardinale Zuppi: La dedizione di sé all’altro "non è una cosa generica, è una cosa molto concreta: darsi all’altro, diceva, significa muoversi per un altro. Voler bene a qualcuno vuol dire muoversi. Per donarsi agli altri bisogna muoversi per gli altri”.
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