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L'aborto non è mai una vera scelta L'aborto non è mai una vera scelta  Editoriale

L’aborto non è mai una vera scelta

Massimiliano Menichetti

Ci sono immagini e storie che diventano virali, che rimarcano verità, bellezza, comunione, che danno speranza, come la sequenza girata in Colombia, che mostra una mamma sotto le macerie che protegge con il proprio corpo il figlio neonato dopo il crollo, a causa del terremoto di magnitudo 7.4, di un edificio di cinque piani nel quartiere Ciudad, a Cali. Le immagini rimbalzate sui social media e telegiornali, mostrano l’orrore della devastazione, i soccorritori che cercano e lottano contro il tempo e i calcinacci, la donna, il piccolo estratti vivi ed ora fuori pericolo. L’immagine fotografa, nella sua drammaticità, una intera società fraterna, solidale, intenta a salvare, prendersi cura, farsi carico dell’altro, salvarsi. Non importa quante risorse servano: lo scopo è preservare la vita anche solamente una.

A circa 4.300 chilometri di distanza, in Massachusetts negli Stati Uniti, la scena è completamente diversa: è quella della firma di un atto. E la vita di un bambino, in questo caso nella pancia della mamma non viene più vista, prevale altro. Qui è stato firmato il “Prioritizing Patient Access to Care Act”, una legge che elimina il limite della ventiquattresima settimana per l’interruzione volontaria della gravidanza e che dà una più ampia discrezionalità al giudizio professionale del medico. Dentro questa legge c’è la parola “cura” eppure qui è sinonimo di morte. Adesso negli USA sono dieci gli Stati a non prevedere limiti generali per l’aborto. In questo caso a trionfare non è stata la vita. Nel mondo si estendono passo dopo passo, nel silenzio del politicamente corretto o nel fragore dello scontro della contrapposizione ideologica, venti di morte, contro l’uomo. Solo quest’anno ad esempio il Lussemburgo ha inserito nella Costituzione la libertà di ricorrere all’aborto - secondo Paese dopo la Francia ad avere un riferimento esplicito nella Carta fondamentale - e il Regno Unito lo ha depenalizzato se effettuato fuori dal quadro normativo.

In quasi tutti i Paesi del globo dove sono state approvate leggi che consentono di uccidere un bambino nella pancia di una donna sono presenti degli articoli che mirano a prevenire questo assassinio: con assistenza, cura, vicinanza, supporto, ma queste norme rimangono di fatto nella quasi o totalità dei casi inapplicate. Perché troppo onerose. Si parla di scelta per la donna, di cura eppure non si fornisce mai una vera possibilità di scegliere perché si propone la via apparentemente più facile, che poi è tutto tranne questo. Si propone di intervenire subito, togliere il problema, chiudere gli occhi, negare ogni evidenza scientifica che mostra come dal momento del concepimento si avvii un processo inarrestabile che determina la persona. Si propone di uccidere senza mai dirlo. Permettere invece una vera scelta per una donna significherebbe attivare percorsi, sostegni psicologici, economici, spirituali, ma questo ha un costo infinitamente più alto in termini economici e di risorse ed allora meglio tacere.

Uno Stato appare in tutto il suo sguardo di lungimiranza e orizzonte quando si prende cura dei suoi cittadini, garantisce pace, eguaglianza, diritto di espressione, tutela la vita; quando i cittadini costruiscono una società in grado di riconoscere l’altro, di aiutarlo, sostenerlo, accompagnarlo, amarlo, edificando nel presente le radici del futuro. L’aborto allora diventa conferma o distorsione di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, di ciò che è contro la vita e ciò che è a favore. La distorsione è nel voler nascondere la sofferenza, la difficoltà, il dolore, invece di voler abbracciare chi si trova in situazioni limite e non trova vie d’uscita. E’ qui che si misura l’umanità che non uccide, ma ama e si fa carico, che è disposta a muoversi nelle macerie pur di salvare una vita e gioire pienamente quando questo accade.

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13 agosto 2026, 14:48