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Confronto fra la figura di Egidio nel medaglione delle Logge con quella della tavola viterbese Confronto fra la figura di Egidio nel medaglione delle Logge con quella della tavola viterbese

Loggia di Raffaello, la benedizione di Leone X a Egidio da Viterbo

Proseguono gli studi sull'iconografia della Loggia di Raffaello, al centro di un restauro eseguito dalla maestranze dei Musei Vaticani. Se il personaggio in ginocchio di fronte a Leone X sembrerebbe identificabile con ogni probabilità nell'agostiniano Egidio da Viterbo, oggetto di dibattito resta il contenuto del rotulo tra le sue mani

Fabrizio Biferali*

In un denso saggio pubblicato in un volume miscellaneo dedicato ai papati di Leone X e Clemente VII (L’Historia viginti saeculorum di Egidio da Viterbo e le Logge di Raffaello: la Weltanschauung del pontificato di Leone X, in I papati medicei tra Erasmo e Machiavelli. Religione, politica, cultura, a cura di Gaetano Lettieri, Roma, Viella, 2025, pp. 133-185), ma anche in due recenti articoli apparsi sul sito internet Vatican News e sull’Osservatore Romano, Stefania Pasti ha identificato Egidio da Viterbo con il frate di profilo inginocchiato al cospetto di Leone X presente in un medaglione in stucco eseguito da Giovanni da Udine nella Loggia di Raffaello, affacciata sul cortile di San Damaso e decorata dall’Urbinate e dalla sua bottega tra il 1517 e il 1519.

Nel saggio inoltre, in cui la Pasti ha annunciato un suo libro "dedicato ad una più vasta disamina delle Logge in relazione all’Historia viginti saeculorum e alla cultura del tempo", la studiosa ha evidenziato che, in merito "allo scritto che Egidio porge a Leone X, la forma del rotulo, attributo di profeti, indica che non si tratta di un semplice libro, bensì di un testo sacrale, e in questo caso appunto profetico: si tratta dell’opera maggiore di Egidio, l’Historia viginti saeculorum, in cui egli dispiega la più vasta elaborazione del suo pensiero, a partire dalla sua teologia della storia, svolta intorno alla dimostrazione che l’elezione di Leone era stata voluta dal cielo fin dagli inizi della creazione". Dopo i torbidi anni di Alessandro VI e del bellicoso Giulio II, in cui nella Roma papale dominavano "aurum, vis et Venus", secondo le parole dello stesso Egidio da Viterbo, con Leone X sembrava schiudersi la tanto agognata aurea aetas.

Le Logge vaticane
Le Logge vaticane

Un gesto da rileggere

Se vi sono pochi dubbi sull’identificazione del personaggio raffigurato da Giovanni da Udine nello stucco della quinta campata della Loggia di Raffaello, risultando quell’effigie pressoché sovrapponibile a quella di Egidio da Viterbo nella tavola della chiesa della Trinità a Viterbo, commissionata dalla sorella Pacifica e dipinta nel 1537 da Ippolito Romano, qualche perplessità suscita invece il riconoscimento da parte della Pasti dell’oggetto stretto nella mano destra dal frate e teologo agostiniano, creato cardinale da Leone X durante il concistoro del 1° luglio 1517 con il titolo di San Bartolomeo all’Isola, poi permutato con quello di San Matteo in Merulana, e nominato nel 1521 protettore a vita dell’Ordine degli eremiti di Sant’Agostino.

Più che un criptico riferimento alla sua Historia viginti saeculorum, i cui contenuti – come ha ipotizzato la studiosa – sono una delle fonti ispiratrici dell’erudito programma iconografico della Loggia di Raffaello, il rotolo che tiene in mano Egidio da Viterbo richiama verosimilmente la sua creazione cardinalizia o una lettera credenziale, alludendo ai delicati incarichi diplomatici e politici svolti dall’agostiniano durante il papato di Leone X. Sin dal 1516, infatti, il pontefice aveva inviato in Germania il suo fidato teologo per tentare di persuadere l’imperatore Massimiliano I d’Asburgo sulla fedeltà della Chiesa di Roma nei suoi confronti e affinché non calasse nuovamente in Italia per attaccare l’odiata Repubblica di Venezia. La scena immortalata nello stucco di Giovanni da Udine, a nostro avviso, contiene un pur implicito riferimento alla missione diplomatica più significativa di Egidio da Viterbo per conto di Leone X, quella in Spagna del 1518-1520.

Lo stucco della quinta campata
Lo stucco della quinta campata

La benedizione di Leone X al suo ambasciatore

La missione aveva l’obiettivo di sollecitare il re Carlo I d’Asburgo (eletto sacro romano imperatore con il nome di Carlo V nel 1519) a promuovere la pace tra i sovrani cristiani d’Europa e una crociata contro il dilagante impero ottomano, un desiderio che aveva accomunato più di un pontefice dopo la fatidica caduta di Costantinopoli in mano turca nel 1453. Accolto solennemente a Barcellona nel giugno del 1518, Egidio da Viterbo ebbe modo di incontrare il giovane sovrano e di pronunciare un aulico discorso in suo onore. Il porporato rientrò a Roma dopo essere transitato prima per Milano e poi per Venezia, dove partecipò al capitolo generale del suo Ordine e incontrò il doge Leonardo Loredan e i membri del Senato.

Se tale lettura del bassorilievo in stucco di Giovanni da Udine fosse corretta, il gesto di Leone X sarebbe da interpretare come una sorta di ideale benedizione o protezione a Egidio da Viterbo prima del suo viaggio verso la Spagna, un viaggio verso ovest, nella cui direzione è orientata non a caso la mano del pontefice. Non si tratterebbe, perciò, di un gesto di Egidio da Viterbo verso Leone X, ossia della consegna da parte del cardinale della sua Historia viginti saeculorum nelle mani del pontefice, ma al contrario di un gesto di Leone X verso Egidio da Viterbo, e quindi della consegna da parte del Papa al suo teologo e ambasciatore di un documento che ricordava simbolicamente, in un’immagine pur compendiaria, la cruciale missione della Chiesa di Roma presso la corte spagnola e le sorti dell’Europa cristiana.

*curatore del Reparto Arte dei secoli XV-XVI dei Musei Vaticani

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20 luglio 2026, 14:00