Una delle religiose accompagna un migrante Una delle religiose accompagna un migrante

A Lampedusa la fraternità si fa accoglienza: le religiose in missione accanto ai migranti

Le testimonianze di quattro consacrate di una comunità intercongregazionale delineano una presenza quotidiana accanto ai migranti e alla popolazione dell'isola siciliana. Le loro storie appartengono alla serie video "Sorelle e Fratelli Tutti" promossa dal Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica

Lorena Leonardi – Città del Vaticano

Una fraternità che non nasce da un’idea astratta, ma prende forma ogni volta che si sceglie di condividere la vita degli altri, soprattutto dove la dignità della persona è più esposta alla prova. La mettono in pratica, ogni giorno, le religiose di una piccola comunità intercongregazionale dell’Unione internazionale delle superiore generali che vivono stabilmente a Lampedusa, da anni tra i principali approdi delle rotte del Mediterraneo per chi fugge da guerre, violenze e povertà.

Per la dignità di tutti

Appartenenti a tre congregazioni diverse, le quattro consacrate vivono la missione di accompagnare i migranti e sostenere, allo stesso tempo, la comunità locale, dando corpo all’invito lanciato in occasione della recente visita del 4 luglio nell’isola siciliana da Leone XIV a vigilare «sul rispetto della dignità di ogni persona», compito primario «delle istituzioni pubbliche, ma anche di tutta la società civile e della Chiesa».

Ponte tra le persone

«Cerchiamo di vivere la testimonianza dell’unità, di essere ponte tra la gente e i migranti, una comunità responsabile e autonoma che si prende carico delle persone secondo il compito di ogni suora: pregare, stare insieme e aiutare il prossimo», spiega suor Antonietta Papa, delle Figlie di Maria Missionarie e responsabile del progetto Migranti Sicilia-Lampedusa, nato dopo la visita di Papa Francesco del 2013 e dall’accento posto sulla necessità di una presenza stabile della vita consacrata in questo luogo di frontiera.

Felici nell’accoglienza

«La nostra priorità è il molo», aggiunge Rufina Pinto, religiosa delle Suore di carità della Santa Croce di Ingenbohl, facendo riferimento al Molo Favaloro, oggi intitolato a Papa Bergoglio: «Le persone sono spaventate, vengono da parti difficili del mondo, arrivano qui bagnate, un po’ malate. Vedere tutto questo non è facile. Le accogliamo come esseri umani. Durante le giornate, quando abbiamo tempo, andiamo a visitare le famiglie, portiamo la Comunione. Siamo felici di stare qui perché c’è accoglienza».

Con cuore e mani aperte

È arrivata nella maggiore delle isole Pelagie sei mesi fa suor Angela Cimino, delle Maestre di Santa Dorotea, e parla di esperienza «bella e forte» specialmente per il «calore umano che cerchiamo di trasmettere e di far sentire in tanti modi. Siamo nella condizione di toccare la carne di Cristo». La cosa importante, rimarca, «è esserci, con il cuore aperto e le mani aperte. È per questo che non ci tiriamo mai indietro nel dare una carezza, la carezza di Dio».

Il desiderio di incontrare Dio

Un tocco che ha sfumature emergenziali, nel soccorso a quanti portano nel corpo e nella memoria le ferite della violenza, delle torture e del viaggio, ma anche un aspetto continuativo: «Siamo impegnate nel servizio in parrocchia e nel centro di ascolto Caritas», sottolinea Danila Marta Antonovic, religiosa delle suore di carità della Santa Croce, «per rispondere alle necessità delle persone più povere. Ascoltiamo chi vive difficoltà materiali e spirituali e andiamo a visitare gli anziani, i malati, chi è solo. Sentiamo come la nostra presenza faccia nascere il desiderio di incontrare Dio: le persone hanno bisogno di parlare, esprimersi, incontrarsi, avere un rapporto con qualcuno che le ascolti». Così nascono legami, relazioni, amicizie: «Capita che veniamo invitate anche a pranzo e andiamo volentieri», confida la consacrata, perché «è proprio lì che si percepisce questa unità tra noi, e i desideri e i bisogni delle persone. E diventa sempre più chiaro quale sia il nostro compito e come possiamo svolgerlo».

Le religiose in compagnia di lampedusani
Le religiose in compagnia di lampedusani

Nelle periferie umane

Le esperienze delle quattro religiose, raccolte e diffuse dal Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, appartengono a «Sorelle e Fratelli Tutti», una serie di video-testimonianze di persone che hanno scelto di abitare le periferie umane e di riconoscere, nel volto di ogni persona, il volto di Cristo. Filo conduttore è la fraternità, declinata nelle sue mille forme e radicata in molti luoghi, a partire da un’isoletta siciliana fino a raggiungere il resto del mondo.

La fraternità nel mondo

Dal Libano, dove il Fratelli Project promosso dai Fratelli delle Scuole Cristiane e dai Fratelli Maristi accompagna piccoli rifugiati siriani e iracheni insieme a bambini libanesi in situazione di vulnerabilità, al Sud Sudan, sede della missione intercongregazionale Solidarity with South Sudan, che investe nella formazione di insegnanti, infermieri e ostetriche, nell’agricoltura sostenibile e nei programmi di accompagnamento delle comunità. Passando per il Gabon, dove suor Marie-Sidonie della Congregazione dell’Immacolata Concezione di Castres contribuisce alla riconciliazione con il progetto Dialogo nazionale del 2024, avviato dopo decenni di dittatura, e l’Australia, “casa” per suor Philippa Murphy delle Figlie di Nostra Signora del Sacro Cuore, che vive accanto al popolo indigeno Tiwi. Si è fratelli e sorelle anche e specialmente sotto le bombe: in Ucraina religiose e religiosi hanno aperto monasteri e case per accogliere le famiglie in fuga, offrendo assistenza umanitaria, sostegno educativo e supporto spirituale.

Dopo aver approfondito il tema della fraternità, il Dicastero proporrà in seno al medesimo progetto, nei prossimi mesi, contenuti incentrati sulla cura del creato e l’ascolto del grido dei poveri. 

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15 luglio 2026, 15:13