Félix Varela, costruttore di ponti tra fede, cultura e libertà
Lorenzo De Cesaris - Città del Vaticano
“Figlio illustre di questa terra è padre Félix Varela y Morales”, così San Giovanni Paolo II rendeva omaggio al sacerdote e intellettuale cubano che visse a cavallo del XIX secolo, definendolo, in occasione del discorso tenuto nell’Aula Magna dell’Università dell’Avana nel gennaio 1998, “la pietra angolare” della sua nazione. Varela è una figura, oggi più che mai, di straordinaria attualità, per aver rappresentato una perfetta sintesi tra fede, cultura e impegno civile.
Il 9 luglio è uscita finalmente la prima edizione in lingua italiana di Félix Varela. Una biografia (Libreria Editrice Vaticana, 208 pagine, 18 euro), opera di Carlos Manuel de Céspedes, docente del seminario diocesano di l’Avana, direttore del Segretariato generale della Conferenza episcopale di Cuba e vicario generale dell’arcidiocesi della capitale, scomparso nel 2014.
La prefazione al libro è stata curata dall'arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita, con il quale abbiamo approfondito la storia e il valore del missionario dell’isola caraibica.
Il patriota che costruì la coscienza di Cuba
“Il rapporto tra Varela e la società cubana è piuttosto profondo”, afferma monsignor Paglia. “Il sacerdote è stato una sorta di fondatore della cultura della nazione attraverso le sue opere e i suoi scritti", spiega, "delineando un'identità legata profondamente ad una fede che si esprimeva in un nuovo umanesimo, dove vigeva il primato della coscienza ed erano centrali la condanna della schiavitù e la necessità dell'indipendenza”.
Per il suo indefesso impegno civile e la sua attenzione alle questioni sociali, padre Varela fu, come osserva Paglia nella prefazione, “un credente che ha vissuto dentro la storia”, in un'epoca di profondi cambiamenti politici e sociali che attraversavano l'America Latina e segnavano anche il cammino del cattolicesimo nel Continente. Non a caso, il suo operato può essere definito “civilizzatore”: sacerdote esemplare, “patriota entero”, nonché il “primero que nos enseñó a pensar”, Valera fu capace di rinnovare i metodi pedagogici e l'insegnamento filosofico, teologico, giuridico e scientifico, in una sintesi nella quale fede e cultura diventano dimensioni inseparabili.
Un missionario tra i poveri e gli immigrati
Più di ogni altra cosa, nel corso della sua vita si adoperò instancabilmente per l'unità del suo popolo, secondo un'autentica vocazione missionaria. Prima a Cuba e poi a New York - dove fu costretto all'esilio in seguito alla condanna da parte del dominio spagnolo per le sue idee avanguardiste -, promosse “energie di libertà, educando all'amore e muovendo i cuori a scegliere i poveri come i primi compagni di strada”, scrive Paglia.
Fu proprio nella metropoli statunitense che Varela visse con rinnovata intensità il proprio ministero sacerdotale. Si dedicò in particolare all'assistenza degli immigrati, soprattutto irlandesi, contribuendo alla nascita di un sistema socio-assistenziale e caritativo senza precedenti negli Stati Uniti dell'epoca. Era convinto che una società più giusta e solidale potesse nascere dalla presenza di una Chiesa “in uscita”, con il Vangelo al centro della propria missione. Una Chiesa dalla parte dei poveri, che sono non solo “il principio e la scuola della misericordia” ma anche, aggiunge Paglia, “i primi profeti”.
Un pensatore che ha anticipato i tempi
Moderno pensatore, Varela fu anche un instancabile costruttore di ponti tra polarità apparentemente inconciliabili. A questo proposito, monsignor Paglia ricorda che proprio a New York “la parrocchia di Varela era interetnica e interculturale”. In essa, il missionario riuscì ad armonizzare le diversità, “andando a realizzare una communitas plurale e anticipando le istanze del XX secolo, nel quale le culture giustamente sono spinte a contagiarsi l'una con l'altra”.
Un "profeta" per un mondo diviso
Padre Valera, testimone di un trait d’union tra le Americhe, ha lasciato un’eredità ancora poco conosciuta e da riscoprire: “nel mondo contemporaneo, dove ci si confronta spesso con forme di violenza incredibili e con divisioni politiche pericolose”, nota Paglia, “Varela rappresenta la possibilità di una unità”. Del resto, a suo tempo, “il padre missionario non appartenne né all'uno né all'altro schieramento, ma fu invece un prete davvero cattolico, ossia universale”.
“La sua profezia”, conclude Paglia, “è particolarmente splendente e incisiva, perché rispecchia il messaggio del Vangelo che non divide ma unisce nel rispetto delle differenze dei singoli soggetti”. Un messaggio, dunque, di straordinaria attualità, che avvicina Félix Varela a Leone XIV e al suo predecessore Francesco: “tre testimoni americani che invitano le Americhe a un nuovo entusiasmo per una scelta missionaria che pone la fede al servizio di una società fermentata nelle pieghe del Vangelo”, specialmente in un mondo segnato da crescenti tensioni, conflitti e disuguaglianze sociali.
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