Cerca

Il cardinale Elia Dalla Costa Il cardinale Elia Dalla Costa  

Elia Dalla Costa e l’attualità dell’invito a non cadere nell’eresia delle opere

Nel profilo biografico del cardinale arcivescovo di Firenze curato da don Pino Esposito, donato ai vescovi italiani e ai cardinali durante il concistoro, emerge il richiamo a non minimizzare o espungere come superflua l’azione della grazia facendo consistere la missione nelle forze e strategie umane

Andrea Tornielli

Il libro di don Pino Esposito “Elia uomo di Dio” (Libreria Editrice Vaticana), che offre delle meditazioni sulla vita del cardinale Dalla Costa ed è stato recentemente offerto in dono ai vescovi italiani riuniti in assemblea e poco dopo ai cardinali del concistoro, contiene spunti utili a comprendere anche il momento che stiamo vivendo. Il porporato di origini vicentine, nel 1918, all’epoca in cui era parroco di Schio, insisteva a mettere in relazione “azione” e “contemplazione”, raccomandando di non appiattire sulle “opere di Dio” il “Dio delle opere”. L’inversione del genitivo, scrive Esposito, “è l’espediente grammaticale usato, in questa combinazione, per segnalare uno snaturamento, dal Dio soggetto al Dio complemento”. Dalla Costa scriveva: “Potrebbe darsi che per attendere alle opere di Dio su dimentichi il Dio delle opere”. È una dimenticanza, osserva l’autore del libro, che rappresenta “una delle forme più improbabili e dunque più insidiose di ateismo”. Il futuro arcivescovo di Firenze confutava la cosiddetta “eresia dell’azione”, espressione che mutuava da un porporato omettendone il nome: era stata attribuita al vescovo di Losanna e Ginevra, Gaspard Mermillod, poi creato cardinale da Leone XIII.

Il libro dedicato al cardinale Dalla Costa
Il libro dedicato al cardinale Dalla Costa

Le parole di Pio XII

È un tema che sarà ripreso da Pio XII, che nell’esortazione “Menti nostrae” descrive il fenomeno di “quella che è stata giustamente chiamata l’eresia dell’azione, che non ha le sue fondamenta nell’aiuto della grazia”. Appare dunque erronea e deviante a Papa Pacelli, scrive Esposito, “la dottrina che nega che è Dio a operare in noi, sfiorando, questa, l’aberrazione secondo cui compiendone le opere saremmo noi a compiere Dio, o almeno il Dio operante, o a meritarlo”. Anche Giovanni XXIII, appellandosi ai predecessori, metterà in guardia da quel dinamismo male inteso che può far cadere “nell’eresia dell’azione”.

Attualità di un magistero

Anche se non più definita come tale, il rischio di far consistere l’annuncio evangelico nelle proprie forze e capacità è assai presente anche oggi. Nell’esortazione apostolica “Gaudete et exultate” (2018) Papa Francesco scrive: “La Chiesa ha insegnato numerose volte che non siamo giustificati dalle nostre opere o dai nostri sforzi, ma dalla grazia del Signore che prende l’iniziativa. I Padri della Chiesa, anche prima di sant’Agostino, hanno espresso con chiarezza questa convinzione primaria. San Giovanni Crisostomo affermava che Dio versa in noi la fonte stessa di tutti i doni ‘prima che noi siamo entrati nel combattimento’ ”. Tre anni prima, intervenendo al convegno dei cattolici italiani a Firenze, Francesco aveva ricordato che  la tentazione pelagiana “ci porta ad avere fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte”, mentre la riforma della Chiesa “non si esaurisce nell’ennesimo piano per cambiare le strutture. Significa invece innestarsi e radicarsi in Cristo lasciandosi condurre dallo Spirito. Allora tutto sarà possibile con genio e creatività”.

La missione non è un progetto aziendale

Papa Francesco lo ripeterà anche nel libro-intervista con Gianni Valente “Senza di Lui non possiamo far nulla” (LEV 2019), osservando: “Se ad attirarti è Cristo, se ti muovi e fai le cose perché sei attirato da Cristo, gli altri se ne accorgono senza sforzo. Non c’è bisogno di dimostrarlo, e tanto meno di ostentarlo. Invece, chi pensa di fare il protagonista o l’impresario della missione, con tutti i suoi buoni propositi e le sue dichiarazioni d’intenti spesso finisce per attirare nessuno”. Per questo, aggiungeva, “la missione non è un progetto aziendale ben collaudato. Non è nemmeno uno spettacolo organizzato per contare quanta gente vi prende parte grazie alle nostre propagande. Lo Spirito Santo opera come vuole, quando vuole e dove vuole. E questo può comportare una certa vertigine. Eppure il vertice della libertà riposa proprio in questo lasciarsi portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare e a controllare tutto. E proprio in questo imitiamo Cristo stesso, che nel mistero della sua Resurrezione ha imparato a riposare nella tenerezza delle braccia del Padre. La misteriosa fecondità della missione non consiste nelle nostre intenzioni, nei nostri metodi, nei nostri slanci e nelle nostre iniziative, ma riposa proprio in questa vertigine: la vertigine che si avverte davanti alle parole di Gesù, quando dice: senza di me non potete far nulla”.

Il telegramma di Montini

L’ “eresia delle opere”, talvolta definita anche “febbre delle opere” sta dunque a indicare il rischio sempre presente di far prevalere l’attivismo esteriore, l’organizzazione e l’ansia di fare, sostituendo di fatto l’azione della grazia divina con le proprie strategie, contando sulle proprie forze, riducendo l’apostolato soltanto ad attività sociale. Anche da questo invito emerge dunque l’attualità della figura di Elia Dalla Costa e del suo essere “uomo di Dio”, come sottolineato nella prefazione al libro di don Pino Esposito dal cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin. Dalla Costa si spense a Firenze il 22 dicembre 1961. Nel telegramma di cordoglio per la sua scomparsa il cardinale arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini scriverà: “Il grande, umile Pastore fiorentino, esempio, monito, conforto che il tempo, lungi dallo spegnere, esalterà”.

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui.

11 luglio 2026, 17:38