Ruffini: è tempo che la comunicazione costruisca la comunione
Giovanni Zavatta - Città del Vaticano
Custodire è la parola-chiave: «Custodire la comunione che ci unisce, i talenti di ciascuno, le storie, gli incontri, il bene, il bello, una prospettiva di salvezza, di redenzione, anche quando tutto sembra andare per il verso sbagliato». Essere, attraverso ogni forma di comunicazione, «discepoli missionari in movimento, cioè in cammino». Ma un cammino diverso da quello che «riduce tutto a calcolo, a business, a marketing». Scegliere «un altro modo di vedere, di raccontare, di fare memoria, di costruire - narrandolo - il futuro». È “l’altra strada” che il prefetto del Dicastero per la comunicazione, Paolo Ruffini, ha indicato nella conferenza che nel pomeriggio di ieri, 24 luglio, ha aperto nel Santuario di Aparecida, nello stato brasiliano di San Paolo, il IX Incontro nazionale della Pascom (la Pastorale delle comunicazioni in seno alla Conferenza episcopale) intitolato Evangelizzazione in movimento: la dimensione pastorale della comunicazione.
Le sfide del nostro tempo
«Non possiamo fermarci, non possiamo rimanere indietro rispetto alle sfide del nostro tempo», ha detto Ruffini. C’è una direzione, una meta da raggiungere, e va fatto insieme: «È tempo di costruire la comunione attraverso tutti gli strumenti della comunicazione, di inventare progetti di collaborazione, di lavorare» con le squadre che operano nei diversi paesi e città, «per rendere manifesta l’unità in cui tutto esiste, per essere sempre di più gli uni al servizio degli altri, per offrire al mondo un sistema di informazione globale fondato sulla ricerca e sulla condivisione della verità».Nell’approfondita riflessione dedicata all’intelligenza artificiale il prefetto afferma: «La nostra comunicazione ha questo di grande e di unico: che non vende connessioni astratte ma vere, che sta davvero nel mondo, che non è mossa da un interesse economico ma dall’amore di condividere il bene, il vero, il bello. E di offrirlo come un dono». Una comunicazione fondata sul dono di sé, sulla testimonianza, «ha veramente il potere di tessere comunione, di connettere le persone, di farle partecipare a un’esperienza, di liberarle dall’isolamento, e aiutarle a riconoscersi come parte di un ambiente accogliente».
La comunicazione strumento di inclusione
Ruffini cita due iniziative concrete per mostrare come la comunicazione possa essere uno strumento di inclusione e come le storie possano essere «un modo potente per trasformare il modo in cui vediamo l’altro»: Dining across the divide con il sottotitolo Can breaking bread together help bridge differences? (Può spezzare il pane insieme aiutare a superare le differenze?) e Narrative4 con il motto “la distanza più corta tra due persone è una storia” (per il Giubileo è stata proposta questa esperienza facendo raccontare a 150 giovani, in piccoli gruppi, una storia sul tema “riparare”). Sono incontri tra persone reali, luoghi dove potere essere parte di un gruppo, di una comunità. «Cambiare la narrazione orientandola verso la speranza, riconoscere il dinamismo del bene, accendere i cuori e orientarli verso la comunione: questo è il lievito cristiano di cui il mondo ha tanto bisogno», ha sottolineato il prefetto del Dicastero vaticano.L’obiettivo è una rete fatta non per intrappolare ma per liberare, per custodire una comunione di persone libere: «La Chiesa stessa è una rete tessuta dalla comunione eucaristica, dove l’unione non si fonda sui like ma sulla verità, sull’amen con cui ognuno aderisce al Corpo di Cristo, accogliendo gli altri».
Educare all'uso dei media
Ruffini, tra le insidie da evitare, mette in guardia dalla misinformazione (fatta in buona fede), «moltiplicatore inconsapevole delle fake news e dei guadagni che esse generano». Tale connessione «basata sull’indifferenza tra verità e menzogna, alla quale ci si abitua diventandone un ingranaggio, è un’ipnosi, una trappola, una tela di ragno che ci imprigiona. L’esatto contrario di una rete di conoscenza e amore che libera». E l’intelligenza artificiale, pur offrendo opportunità incredibili di conoscenza, può produrre ignoranza travestita da sapere, manipolazione, controllo. Per questo «la formazione è così importante, per saper distinguere, scegliere, decidere di essere padroni della propria vita». E per questo la pastorale della comunicazione «deve fondarsi sull’educazione all’uso dei media».
Cambiare paradigma
Se vogliamo preservare la nostra umanità, ha aggiunto Ruffini, «l’innovazione tecnologica non può basarsi su una dimensione disincarnata del bene comune». Uno dei messaggi al centro dell’enciclica Magnifica humanitas di Papa Leone XIV serve al prefetto per esortare il mondo della comunicazione cattolica all’azione: «Siamo in un tempo di grandi cambiamenti; il tema è se lasciarci guidare dalla corrente o guidare noi il cambiamento, se lasciarci imprigionare dalla rete o gettare le reti dall’altra parte». Per accettare e vincere la sfida «abbiamo bisogno di un modello che educhi alla sete, al desiderio, al sogno», di «cambiare paradigma» andando oltre «ogni tecnicismo che riduce la comunicazione alla connessione, la conoscenza a una risposta facile e superficiale, l’educazione a una fabbrica di risultati immediati ma destinati a durare tanto poco quanto il tempo che è stato necessario per ottenerli». Perché «la comunicazione non è solo la trasmissione di pensieri e sentimenti» ma «donazione di se stessi sotto la spinta dell’amore», e «la distinzione tra la comunicazione delle macchine e la comunicazione umana sta proprio nella capacità di donarsi, che le macchine non hanno».
La persona umana al centro
Dopo l’intervento del prefetto Ruffini si è svolta una conferenza alla quale hanno partecipato i tre vescovi che compongono la Commissione episcopale per la comunicazione sociale: monsignor Valdir José de Castro, monsignor Edilson Soares Nobre e monsignor Amilton Manoel da Silva. In un dialogo caratterizzato da riflessioni sulla missione della comunicazione pastorale nella Chiesa e nella società contemporanea, davanti ai circa 1500 delegati venuti da ogni parte del Brasile, i presuli hanno affrontato sfide e prospettive in materia partendo dalla sua dimensione più essenziale, la persona umana, precedente a qualsiasi strumento tecnologico.
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