Quella linea sottile tra Paganini e Bellini
Marcello Filotei - Città del Vaticano
Esiste un momento nella storia della musica del primo Ottocento in cui lo strumento smette di imitare la voce per iniziare a sfidarla, spingendola ad agilità sempre più ardite. Questo cortocircuito estetico sembra essere il vero protagonista del concerto che la Diocesi di Albano offrirà sabato alle 21 a Leone XIV nel cortile del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo.
Nella residenza estiva dei Papi tornano a risuonare le note del repertorio classico con un appuntamento che promette di andare oltre la semplice esecuzione per restare nella memoria, negli auspici del vescovo di Albano, Vincenzo Viva, come “un istante di autentica bellezza”. Il programma mette a confronto due giganti della transizione verso il Romanticismo: Niccolò Paganini, con l’acrobatica Polacca con variazioni, dal Concerto per violino e orchestra n. 3 in mi maggiore, e Vincenzo Bellini, evocato attraverso le architetture tragiche e le sublimi melodie di Norma, rivisitata in una Libera fantasia e variazioni per pianoforte e orchestra, composta da Luis Bacalov per la pianista Rossana Tomassi Golkar, che la eseguirà accompagnata da I Musici di Parma diretti da Pier Carlo Orizio. Al violino, per la parte paganiniana, Marco Rogliano.
Due brani, che sembrano molto lontani e dall’accostamento quasi provocatorio: da un lato il virtuosismo strumentale, la spettacolarizzazione e l’arditezza geometrica della scrittura di Paganini, dall’altro la purezza melodica, il lirismo elegiaco e la drammaturgia teatrale del “cigno di Catania”. Eppure il "filo rosso" che unisce queste pagine sembra robusto e risiede nell'idea stessa di cantabilità. Paganini non ha mai nascosto il suo debito nei confronti del melodramma, il suo violino non si limita alla vertigine delle agilità, ma “pensa” come una primadonna, respira come un soprano, articola il fraseggio come se dovesse pronunciare il testo di un libretto. La Polacca, con il suo andamento di danza aristocratica in 3, quello del Valzer, non è solo un banco di prova per dita prodigiose, ma un'opera dove il tema, attraverso le variazioni, subisce continue metamorfosi, psicologiche e drammatiche.
Specularmente, la Norma di Bellini richiede, anche nella rivisitazione di Bacalov, un controllo assoluto di cantabilità, precisione e fluidità che sembrano avvicinabili alla tecnica dell’arco. Del resto fu lo stesso Giuseppe Verdi, in una lettera del 2 maggio 1898 indirizzata al critico musicale francese Camille Bellaigue, a sottolineare che “Bellini è povero, è vero, nell'orchestrazione e nell'armonia!... ma ricco di sentimento e di una malinconia tutta sua, individuale!... Ci sono delle melodie lunghe, lunghe, lunghe, come nessuno ha fatto prima di lui”. E proprio da questa capacità di sospendere il tempo, deriva la necessità di una condotta melodica che richiama il legato “infinito” del violino, o di qualunque altro strumento quando decide di “cantare”. Un concerto, quello offerto al Papa, che non si limita ad accostare due autori coevi, ma fotografa un momento storico nel quale il virtuosismo strumentale si fa teatro e il teatro si nutre di virtuosismo.
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