Libano. Suor Nazha, sotto le bombe la voce che disarma
di Lidia Ginestra Giuffrida
Nel sotterraneo del Collegio Notre Dame di Hazmieh, a Beirut, mentre le bombe cadono così vicine da far tremare i muri, suor Nazha El Khoury non chiede ai bambini di fare silenzio. Chiede loro di parlare.
«Ripetete con me», dice, mentre li guida lungo il corridoio. Alcuni piangono, altri si aggrappano al suo abito. Le parole sono semplici, cadenzate: una preghiera, una frase di conforto, qualcosa che tenga insieme il respiro. In quel momento la guerra non scompare, ma cambia suono. Non è più solo esplosione: è voce condivisa.
È in questa immagine del 1983, custodita da suor Nazha tra i suoi ricordi più preziosi, che si comprende quando e come, in Libano, una donna possa iniziare a ricucire un conflitto: quando la parola non cancella la paura, ma la attraversa e la trasforma in relazione. Oggi, mentre il Paese attraversa l’ennesimo venerdì santo della sua storia, suor Nazha, superiora generale delle suore Antonine Maronite, continua a essere un punto di riferimento in una Beirut ferita, coordinando con coraggio e lucidità le missioni nel Sud, a Rmeich, Debel e Nabatieh. La sua è una storia di «adattamento e resistenza», radicata in quella che lei stessa definisce un «Eden conteso»: «un giardino di ulivi e vigne» dove la pace resta un bene fragile, da difendere con ostinazione contro ogni logica di sopraffazione.
La sua capacità di tenere insieme nasce lontano dal fronte. Nazha è nata in un villaggio nel nord del Libano, a Kfarchekhna, il cui nome in siriaco significa "dimora della calma". È cresciuta in una famiglia maronita all’interno della quale la parola non era mai vana, ma missione quotidiana. Suo padre era il sacerdote del villaggio, un uomo pio che considerava i parrocchiani come propri figli; sua madre una donna saggia, silenziosa ma dotata di una determinazione incrollabile. «La Messa quotidiana era parte integrante della nostra vita familiare. Ammiravo l'impegno di mio padre e la fede di mia madre. Per entrambi, la parrocchia veniva prima della famiglia», racconta la suora.
Questa eredità spirituale l'ha preparata a un'esistenza non facile, in cui la parola è stata spesso soffocata dal rumore delle armi. Nel 1967, i primi bombardamenti israeliani nel sud; nel 1973, gli scontri tra milizie palestinesi ed esercito libanese, che le impediscono di sostenere gli esami di maturità; nel 1976, la prima fase della guerra civile che coincide con la sua prima missione a Nabatieh, dove rimane intrappolata. «Tra il 1977 e il 1989, quando ero studentessa a Beirut, camminavamo sotto le bombe. Un mio compagno fu ucciso da un cecchino proprio all'ingresso dell'università. Dovevamo passare nel fango dei giardini per evitare i tiratori scelti», dice. È in questo fango, metaforico e reale, che suor Nazha impara a neutralizzare la violenza attraverso la propria dedizione alla Parola di Dio. «Ho sempre detto a me stessa: “Se il Signore mi vuole ancora, mi proteggerà”. Non ho mai fallito in nulla per paura. Ero sempre certa che ciò che mi veniva chiesto fosse per la gloria di Dio e la salvezza dell’umanità».
Nel 1983, come direttrice degli studi nel Collegio Notre Dame di Hazmieh, questa pratica diventa quotidiana: la sua voce diventa lo strumento per ritessere quotidianamente un tessuto sociale che la guerra cercava di sfilacciare.
In quelle stanze chiuse, le sue parole non organizzano soltanto: ricompongono. Tengono insieme studenti e insegnanti, restituiscono continuità a una comunità che la guerra civile tentava di frammentare.
«Dovevo creare l'orario delle lezioni ogni giorno in base alla presenza o meno di studenti e insegnanti. Quando c'erano bombardamenti, portavo i bambini nei sotterranei. Si sentivano al sicuro vicino a me e facevamo lezione lì». La sua parola non è mai stata uno strumento di potere, ma un generatore di senso. Oggi, come superiora, quel suo ruolo si è esteso ad abbracciare tutto il Libano: Nazha coordina, ascolta, sostiene, usa la parola per custodire le sue consorelle che hanno scelto di non abbandonare la linea del fronte.
«Le suore di Nabatieh sono state costrette a lasciare la scuola. Hanno aperto le finestre per sfuggire alla pressione delle bombe e hanno chiuso le porte in lacrime», racconta Nazha con voce ferma. «Per quanto riguarda le sorelle a Debel e Rmeich (nell’estremo sud del Paese), le chiamo ogni mattina e ogni sera. Appena leggo di un bombardamento, compongo il numero. Le affido al Signore e ringrazio per la loro incolumità. Ricordo loro sempre di essere prudenti e sagge». Questa rete invisibile di telefonate, di sussurri e preghiere, è un atto di resistenza pura: una voce femminile che, nonostante l’isolamento, conferma all'altra che la vita continua a essere generata.
Suor Rita Eid, suor Gerard Merhej, suor Josephine Khachan e suor Joumana Samara, sono rimaste nel sud sotto i bombardamenti più pesanti e l’isolamento completo dal resto del mondo in seguito alla distruzione dei ponti che permettevano il passaggio sul fiume Litani. La loro giornata non replica il rumore della guerra; genera invece silenzio e riflessione attraverso la lettura spirituale, il Rosario, l’adorazione del Santissimo Sacramento.
La presenza delle Suore Antonine Maronite al sud è molto importante per i suoi abitanti, perché li fa sentire più sicuri. «Condividiamo le loro gioie e i loro dolori e partecipiamo alla messa parrocchiale con loro. Continuiamo a monitorare da vicino i progressi accademici dei nostri studenti attraverso lezioni online tenute dai nostri insegnanti, garantendo la continuità del loro apprendimento nonostante le circostanze difficili», raccontano le sorelle, «ci sentiamo isolate perché i villaggi circostanti si sono svuotati e temiamo che la strada verso Beirut venga bloccata completamente. Troviamo la situazione insopportabile, ma abbiamo scelto di restare qui, in parte per obbedienza e in parte perché gli abitanti sono qui, e noi siamo in missione per loro e con loro. Restiamo insieme e condividiamo il loro destino». Dopo l’ultima escalation tra Israele ed Hezbollah, infatti, i villaggi cristiani di confine sono rimasti completamente isolati. Queste donne oggi compongono un mosaico di resistenza di cui suor Nazha si prende cura da Beirut.
Quando la sera suor Nazha spegne il telefono, quel filo non si spezza. Continua in una preghiera più personale, quasi una conversazione: «Mi rivolgo a Dio in base ai miei sentimenti, specialmente quando sono preoccupata per i miei cari». Ancora una volta, è con le parole che attraversa il conflitto.
Il Libano, per queste religiose, è «come un cedro»: non muore, e se muore, risorge come la fenice dalle sue stesse ceneri. In questa immagine c’è una promessa, ma anche una pratica quotidiana: ricucire senza clamore, tenere insieme ciò che si lacera.
La loro parola, capace di disarmare l'odio e generare resilienza, è la forza che impedisce a questa terra di farsi deserto. «Se morirò fuori dal Paese, voglio che le mie ceneri siano sparse in Libano. Porto il Libano dentro di me», sussurra ancora suor Nazha.
In questa fedeltà ostinata non c’è solo resistenza. C’è un lavoro continuo, quasi invisibile, di ricomposizione. Queste donne non possono fermare la guerra. Ma, parola dopo parola, impediscono che diventi l’unico linguaggio possibile.
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