Czerny ricorda i martiri cechi Bula e Drbola: accettarono il destino con fede incrollabile
Francesco Ricupero - Città del Vaticano
«Hanno saputo trasformare il buio dell’odio e il freddo di un patibolo nel luogo del loro incontro definitivo con il Signore» i venerabili servi di Dio Jan Bula e Václav Drbola, sacerdoti cechi della diocesi di Brno che saranno beatificati il prossimo 6 giugno. Lo ha detto il cardinale Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, ieri pomeriggio, mercoledì 20 maggio, durante la conferenza sul tema “Beati martiri del comunismo”, organizzata dall’ambasciata della Repubblica Ceca presso la Santa Sede. I due furono imprigionati e uccisi tra il 1951 e il 1952, a causa della persecuzione compiuta nei confronti della Chiesa cattolica dal regime insediatosi nel Paese nel dal 1948, nel secondo dopoguerra.
Non una sconfitta ma un'aurora
Nel suo intervento il porporato gesuita ha sottolineato come nelle vite dei due preti «non celebriamo una sconfitta, ma il trionfo della vita; non commemoriamo una tomba, ma un’aurora. Contempliamo lo splendore del chicco di grano che, dopo essere rimasto per decenni nascosto nel solco della terra boema e morava - protetto dal grembo di una storia difficile e fecondato dal sacrificio - adesso germoglia davanti ai nostri occhi. Questo germoglio, che ha bucato la terra gelida dell’ateismo e dell’oppressione, ha ricordato, è la prova vivente che nessuna violenza può soffocare la vita di Dio in chi si consegna a Lui. Celebrare la beatificazione di Jan Bula e Václav Drbola significa immergere le mani nelle piaghe vive della Chiesa e del popolo ceco per toccare con mano quanto sia reale la promessa del Signore: “Io sono con voi tutti i giorni”. Questa promessa sembra scritta col sangue e con la gioia di questi due sacerdoti».
Bula fu arrestato il 30 aprile 1951, vittima di una congiura della polizia segreta statale e, nonostante fosse in prigione, venne accusato di aver ispirato l’attentato col quale, il 2 luglio 1951, a Babice, furono uccisi alcuni funzionari del Partito al potere. Processato e condannato a morte, fu impiccato il 20 maggio 1952 nel carcere di Jihlava. Drbola venne arrestato con l’inganno il 17 giugno 1951 e pure imputato per l’attentato di Babice, avvenuto mentre anche lui si trovava detenuto. Condannato a morte, fu giustiziato il 3 agosto 1951 a Jihlava.
Non fanatismo, ma una vita offerta per amore
Entrambi raggirati e imprigionati a seguito di una trappola ordita da falsi testimoni, subirono violenze e torture che portarono a una distorsione degli avvenimenti e alla forzata firma di false confessioni di colpevolezza. «La Scrittura ci dice che “le anime dei giusti sono nelle mani di Dio”. Ma queste mani - ha spiegato il cardinale Czerny - non sono un rifugio astratto. Per Jan e Václav, le mani di Dio sono state le sbarre della prigione di Jihlava, sono state la polvere dei lunghi interrogatori, sono state la dignità mantenuta intonsa sotto le umiliazioni più abiette».
Quindi il prefetto si è soffermato sul loro martirio. «Non è stata una morte cercata per fanatismo, ma una vita offerta per amore. Jan Bula aveva solo 31 anni quando fu condotto al patibolo. Un giovane sacerdote, pieno di sogni e di zelo pastorale, accusato ingiustamente di complicità in un attentato che era, in realtà, una macchinazione dei servizi segreti per decapitare la fede del popolo. Václav Drbola, poco più anziano, fu arrestato con la medesima violenza. Quanto devono aver pianto nel buio delle loro celle, sentendo il peso dell’ingiustizia e il dolore per le proprie famiglie e parrocchie!».
Una fede incrollabile
Nonostante tutto, consapevoli dei pericoli che correvano nel drammatico contesto di avversione alla Chiesa, nonostante la durezza della prigionia e le torture subite, Bula e Drbola accettarono il destino con fede incrollabile e fiducioso abbandono alla volontà di Dio. «Ma “Dio li ha provati come oro nel crogiuolo” dice la Scrittura. Il fuoco del regime — ha sottolineato il porporato — non ha consumato l’oro della loro fede; ha bruciato solo le scorie dell’umana paura, lasciando risplendere un’adesione a Cristo che lascia attoniti. Si racconta che don Jan, nelle ore precedenti la morte, conservasse una pace soprannaturale, una serenità che non appartiene a questo mondo. Questo è il martirio: non un atto di eroismo umano, ma il lasciarsi invadere dalla grazia di Dio finché non rimane più spazio per l’io, ma solo per il “Noi” della Chiesa e per il “Tu” di Dio. “Se il chicco di grano non muore,” dice il Vangelo di Giovanni, “rimane solo”. Jan e Václav — ha aggiunto — avrebbero potuto scegliere la sicurezza, il rifugio del silenzio complice. Invece, hanno accettato di essere “masticati” dalla storia e sono diventati, in parole di Tertuliano, seme di nuovi cristiani in questa, la loro terra, e misteriosamente in tutto il mondo».
Secondo il cardinale Czerny, il sangue dei due sacerdoti «non è un grido di vendetta, ma un seme di libertà interiore. È stato solo l’amore di Cristo che li ha protetti dal cappio, dalla calunnia o dalla solitudine estrema. Essi hanno trasformato il tribunale in un pulpito e la prigione in un altare. Non erano uomini d’acciaio; erano uomini di preghiera. La loro forza non risiedeva nei muscoli, ma nelle ginocchia piegate davanti al Tabernacolo prima dell’arresto, e nel cuore unito a Maria durante il supplizio».
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui