Teilhard de Chardin e la profondità mistica della materia
di Silvia Guidi
Un bimbo piccolo e sua mamma sono a casa, seduti davanti al camino; la mamma sta tagliando i capelli al piccolo e getta distrattamente i riccioli che ha tagliato nel fuoco. In pochi istanti, tutto sparisce, consumato dalla fiamma. Il bimbo guarda il fuoco, cerca di capire cosa è successo e inizia a piangere disperatamente, senza riuscire a smettere. «Avrò avuto cinque, sei anni; probabilmente sono state le lacrime più amare di tutta la mia vita» scrive Pierre Teilhard de Chardin, il celebra gesuita e paleontologo che ha dato un contributo fondamentale alla scoperta del Sinantropo, raccontando il primo impatto del se stesso bambino con la mortalità e l’impermanenza delle cose.
Il piccolo Pierre realizza improvvisamente che il suo stesso corpo è qualcosa destinato a perire, che tutto quello che vede può essere distrutto. Anche lo splendido paesaggio dell’Alvernia, dove è nato. Il ferro diventa in fretta ruggine, il volto di chi amiamo è destinato a cambiare; nel piccolo Pierre questi pensieri sono il seme di una duplice vocazione, di sacerdote e di scienziato, come spiegano Frank e Mary Frost parlando del documentario che hanno prodotto nel 2023, Teilhard visionary scientist, presentato a Roma, nel pomeriggio del 20 aprile presso la Filmoteca Vaticana. «Il suo concetto di noosphera — sottolineano i Frost — ha anticipato di decenni il mondo interconnesso in cui viviamo oggi».
Durante l’adolescenza cresce l’amore per la natura e si fa sempre più profonda la consapevolezza della chiamata alla vita religiosa; nel 1899 entra nel noviziato dei gesuiti ad Aix-en-Provence per una formazione che, come per tutti gli appartenenti alla Compagnia di Gesù, durerà 13 anni. Incaricato della cattedra di fisica e chimica nel collegio dei gesuiti al Cairo, inizia a dedicarsi alle sue prime ricerche sul campo. «E fu l’Oriente intravisto e bevuto avidamente nella sua luce, nelle sue forme e nei suoi deserti — scrive l’uomo che i suoi amici musulmani chiamavano Sidi Marabout una persona protetta da Dio — il mondo si crea ancora e in lui è il Cristo che si compie. Quando ebbi capito e compreso questa parola, contemplai, e mi accorsi come in un’estasi che attraverso tutta la natura mi ero tuffato in Dio».
Ordinato sacerdote ad Hastings nel 1911 scrive: «Con tutte le mie forze, in quanto prete, voglio essere il primo a prendere coscienza di quanto il mondo ama, persegue e soffre…..Più profondamente umano, più nobilmente terrestre di ogni altro servitore del mondo». La sua passione per la paleontologia lo porta a studiare a Parigi dal celebre scienziato Marcelin Boule; la prima guerra mondiale, vista da vicino come portaferiti, approfondisce la sua fede e la sua passione per la conoscenza, come si legge nelle lettere che durante tutto il periodo bellico invia alla cugina Margherita. Nel documentario molto spazio viene dedicato alle donne che hanno stimato e sostenuto il lavoro di questo sacerdote innamorato della vita e della conoscenza. In Cina, dove vivrà per venti anni, Teilhard diventa amico della scultrice Lucile. Per evitare ambiguità e fraintendimenti, in una bellissima lettera a Lucile spiega la definitività misteriosa della sua vocazione: «Non posso appartenere interamente a nessuno perché non appartengo più a me stesso». Pochi mesi prima di morire in una lettera indirizzata a una conoscente scrive: «Se non ho preso abbagli, chiedo al Signore di morire il giorno di Pasqua». Il 15 marzo 1954, durante un pranzo al Consolato di Francia, confida ai parenti: «Desidererei morire il giorno della Resurrezione». L’anno seguente, il 10 aprile, muore a New York, dopo aver assistito alla solenne funzione della Pasqua di Resurrezione nella cattedrale di Saint Patrick.
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