Padre Candiard e la felicità nella relazione con la Parola e con l'altro
Martina Accettola - Città del Vaticano
Non è un manuale né una ricetta. L’ultimo libro di Adrien Candiard, Quando arriva la felicità. Un viaggio nella Bibbia per chi ha smesso di crederci, Libreria Editrice Vaticana, 2025, è piuttosto un invito a interrogarsi, a lasciarsi ferire, a cambiare prospettiva sul concetto di felicità. Questo il nucleo dell’incontro di presentazione del volume, ospitato nella sala conferenze della Comunità di Sant'Egidio, che ha riunito voci diverse: Armando Matteo, segretario del Dicastero per la Dottrina della Fede; Igiaba Scego, autrice e saggista; e Marco Impagliazzo, presidente della Comunità, in dialogo con il domenicano francese.
Non un manuale per diventare felici
Nella sua introduzione Marco Impagliazzo ha richiamato il fondamento biblico della riflessione: «La Bibbia ci dice tanto sulla felicità. Ci si arriva con la ricerca e con lo studio delle parole del Signore. Ma, come dice Isaia, "i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie - oracolo del Signore” (Is 55, 8-9). Quindi la nostra felicità non coincide con la visione di Dio, ma lui ci vuole felici». Una precisazione decisiva anche per comprendere il senso del libro: non un manuale per “diventare” felici, ma un aiuto a leggere cosa sia la felicità secondo Dio. Su questa linea si è inserito lo stesso padre Candiard, mettendo in guardia da ogni tentazione di ridurre la vita spirituale a mera tecnica: «Il Vangelo parla a tutti noi. Ma la Bibbia non è un manuale per essere felici, non c’è un metodo. I consigli su come essere felici, che ci danno, non funzionano di solito su di noi perché siamo diversi. La Bibbia offre dei consigli, delle storie e dei comandamenti: non c’è un metodo. Chi dice metodo dice fallimento».
L'inferno e il sentimento di amarezza
Il rischio, oggi particolarmente avvertito, è quello di trasformare la felicità in un dovere. «Siamo obbligati a essere felici - ha osservato il domenicano francese - e in questo modo sentiamo una pressione e una responsabilità, soprattutto tra i giovani. “E se poi non riesco a essere felice? È colpa mia perché dovevo riuscirci e sono stato ostacolato”». Una logica che finisce per deformare anche le relazioni: «Se cerco di essere la versione migliore di me stesso, gli altri diventano o un ostacolo o uno strumento». Da qui nascono solitudine e isolamento, fino a quella condizione estrema che padre Candiard ha così definito: «La voglia di essere da soli, secondo la teologia cattolica, è l’inferno; è il contrario della felicità». Ed è qui che emerge l'importanza però della Bibbia, che «offre una via per riuscire a vivere anche davanti alla sofferenza, anche davanti alle difficoltà, con gli altri».
Curare il proprio cuore e le relazioni
All’origine di questa chiusura c’è spesso un sentimento di amarezza, che appare giustificato ma che, in realtà, irrigidisce il cuore. Il libro insiste infatti sul tema della “sclerocardia”, la durezza del cuore, evocata anche attraverso un’immagine potente del profeta Geremia: «Egli sarà come un tamerisco nella steppa, quando viene il bene non lo vede» (Ger 17, 5). Monsignor Matteo ha precisato: «Forse potremmo usare più l'espressione del narcisismo, della chiusura in sé stessi, questa illusione che abbiamo oggi, e che anche il mercato in qualche modo alimenta, di poter bastare a noi stessi. Ecco, padre Candiard insiste sul fatto che la felicità è soprattutto qualcosa che ci viene dagli altri, dalla relazione. Per cui, curare il proprio cuore, cioè riconoscere che la felicità è sempre un dono, mi sembra un passaggio essenziale per mettersi sui passi giusti affinché la felicità possa accadere anche nella nostra vita».
Rendere felici gli altri
In questa prospettiva, anche le ferite assumono un significato importante, come una soglia da attraversare necessariamente. «È facile sapere quando si può essere felici nel tempo della difficoltà, nella valle di lacrime - è intervenuto Armando Matteo -. Ora siamo però nel benessere rispetto a prima: e quando accade allora la felicità?». Se nel dolore è più immediato riconoscere il bisogno dell’altro, oggi la sfida è riscoprire la relazione come via alla gioia. «Di fronte alla difficoltà sappiamo come stare insieme: “Felice l’uomo che ha cura dei deboli” (Salmo 41,2). Rendere felici gli altri è un passo per la felicità». Dello stesso avviso la scrittrice e saggista Igiaba Scego che ha dichiarato: «La felicità è un dono, è un viaggio, non è una meta, ma è qualcosa che a volte è dentro di noi. Si può arrivare a questa felicità con la preghiera, con il pensiero, con l'abbraccio degli altri. Ho lavorato purtroppo sul trauma, perché sono di origine somala, e proprio perché abbiamo subito trenta anni di guerra civile, siamo alla ricerca di una felicità, di una cura, che non è una felicità grossa, ma è proprio negli affetti e nella relazione».
La partecipazione come dono
Nel corso della presentazione, Igiaba Scego ha insisito sul valore della partecipazione, evocando un’immagine artistica: il Miracolo della Croce caduta nel canale di San Lorenzo, dipinto da Gentile Bellini. In quella scena, mentre una reliquia viene recuperata dalla laguna, «tutti si aiutano e pregano». E in un dettaglio, tanto marginale quanto centrale, «c’è un ragazzo nero, nell’angolo a destra, che vuole buttarsi perché vuole aiutare e fare parte». È qui che si rivela il legame tra felicità, cura ed esistenza: «La partecipazione è la felicità, nel nostro benessere ma anche quello per gli altri e che condividiamo con gli altri». La felicità non si conquista da soli né si costruisce come un progetto individuale perfetto e obbligatorio: è piuttosto un dono da accogliere, una relazione da vivere e una ferita da non negare.
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