Nelle periferie di Luanda in attesa delle parole di pace e riconciliazione del Papa
Tiziana Campisi – Inviata a Luanda
Le strade polverose e sterrate, a tratti semideserte. Qua e là costruzioni fatiscenti o esercizi commerciali di vario genere: autoricambi, generi alimentari, fast food, rivendite cinesi, negozi di materiale edile, agenzie funebri. E poi ci sono loro, uomini, donne e ragazzi ai bordi dei guard rail e sul ciglio della carreggiata, venditori ambulanti improvvisati: di cibo, oggetti usati, deodoranti per autoveicoli, lampadine, abiti e qualunque altra cosa consenta di ricavare qualche spicciolo da portare a casa. Le periferie di Luanda sono così, agglomerati sperduti, poche infrastrutture, tanta povertà. Solo a qualche chilometro lo scenario cambia; nella capitale angolana palazzi, grattacieli, il bel lungomare con le palme e la pista ciclabile, centri commerciali. Ma qui, chi ha fame, si cela in ogni angolo delle vie e punta volti nuovi e sconosciuti per chiedere soldi e da mangiare.
Nella parrocchia dove il Papa incontrerà il clero
E allora da Leone XIV, che visita dal 18 al 21 aprile l’Angola, terza tappa del viaggio apostolico in Africa, ci si aspetta un “richiamo alla responsabilità” per “tutti quanti”: politici, clero, religiosi, “e tanta gente, perché ognuno di noi può fare il bene indipendentemente dalla propria condizione sociale”, dice ai media vaticani padre Silva Antonio, frate minore cappuccino della comunità francescana della parrocchia Nostra Signora di Fatima, a Luanda, dove vive insieme ad altri nove religiosi. Nella Chiesa fervono i preparativi per l’arrivo del Papa, perché qui, il 20 aprile, incontrerà vescovi, sacerdoti, consacrati, consacrate e operatori pastorali e ascolterà alcune testimonianze, e durante una pausa il sacerdote spiega quale realtà sociale ed ecclesiale incontrerà il Pontefice.
Le scuole e il contributo della Chiesa
Padre Silva è originario della provincia di Uíge, a circa 200 chilometri da Luanda, ha studiato in Italia, alla Pontificia Università Urbaniana, e racconta che nelle zone di periferia della capitale non c’era nulla fino agli anni ‘50. Ad esempio, si deve ai cappuccini, nel quartiere Nelito Soares, dove si trova la parrocchia Nostra Signora di Fatima, la prima scuola per i bambini angolani, la San Domenico, e il Seminario Sant’Antonio. Il sistema educativo, infatti, prima si basava sul modello importato dai colonizzatori portoghesi, e gli unici plessi scolastici erano quelli per i loro figli e per quelli dei cosiddetti “assimilati”, coloro, cioè, che avevano dimostrato di essersi adattati alla lingua e alla cultura portoghese. Sono stati i missionari a fondare scuole e istituti. Nazionalizzati, poi, durante il regime marxista, soltanto nel 1992, dopo la visita di Giovanni Paolo II nel Paese, il governo ha cominciato a restituirli alla Chiesa.
La realtà della periferia
Nella parrocchia intitolata a Nostra Signora di Fatima, che abbraccia circa 300mila fedeli, oltre alle attività pastorali e all’assistenza ai malati, vengono offerti diversi servizi, corsi di formazione - come quelli di inglese, informatica, cucina, pittura - e progetti volti alla promozione umana. “È un modo per consentire alle persone di avere una preparazione e la possibilità di trovare un lavoro” dice padre Silva. Per prendere parte ai corsi si chiede una cifra simbolica, allo scopo di pagare poi i formatori, che in questo modo hanno un’occupazione. Ma in parrocchia non si dimenticano gli ultimi e così i cappuccini hanno dato vita pure a una mensa per i poveri. “Vengono ogni giorno alle undici prendono quello che devono mangiare a pranzo e dopo portano qualche cosa a casa per la cena”, spiega il francescano.
L’attesa del Papa
Qui Papa Leone è atteso “con tanta gioia”, “perché è sempre una gioia ricevere il Papa”, afferma padre Silva, per i cristiani, per la loro vita di fede. L’Angola è stato il primo Paese del sud del Sahara che ha ricevuto il Vangelo e i cristiani, sentendosi parte della Chiesa universale, vogliono crescere, dunque aspettano “con tanta gioia il messaggio del Papa, che sicuramente sarà un messaggio di pace, riconciliazione e speranza”. Ovviamente, prosegue il religioso, ci sono quelli che vivono questo momento con più emozione e quelli che dicono: “Viene il Papa, ma che cosa cambia? E dopo?”. Per padre Silva occorre avere uno sguardo più ampio e guardare a quello che il Papa dice ai cristiani e -come in molti documenti della Chiesa - a tutti gli uomini di buona volontà, quindi c'è chi aspetta di ascoltare il suo messaggio di pace, di riconciliazione e di bene.
Terra di missione
A proposito della realtà ecclesiale nel Paese, padre Silva riconosce: “Noi siamo, come si dice, una terra di missione. L'Angola è un Paese, diciamo, nuovo, in crescita, non soltanto socialmente, ma anche nell’ambito della Chiesa”. Allora, prosegue il cappuccino, c’è “ancora bisogno di persone che si impegnino nella pastorale, perché la gente ha proprio bisogno di noi, della mano di coloro che possono portare anche un messaggio di gioia, speranza e pace”. Quanto a ciò che il Pontefice può dire alla Chiesa angolana, padre Silva conclude che vescovi, sacerdoti e religiosi, riuniti nella parrocchia intitolata a Nostra Signora di Fatima, aspettano un richiamo, perché non ci si possa dimenticare della nostra propria identità. Perché a volte quando si fanno tante cose si pensa che si stanno facendo bene, “ma quando ascoltiamo un'altra voce che ci ricorda la nostra identità, e ci invita a non dimenticare che quello che si fa scaturisce da ciò che si è, allora, sicuramente, c'è un rinnovamento interiore che spinge ad impegnarsi ancora e aiuta capire in che direzione bisogna muoversi”.
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