Le voci delle donne oltre le regole
di Emilia Palladino*
Il nostro mondo fa paura. Abbiamo paura. Noi donne, forse, un po’ di più. La paura è un’emozione originaria, fa parte delle sei primarie, con gioia, tristezza, rabbia, disgusto, sorpresa e disprezzo e, come tutte, non è appresa, ma è adattiva, cioè serve a qualcosa. La paura prevalentemente a difendersi quando si è in pericolo, attraverso risposte immediate e istintive con le quali ci si allontana, correndo, nascondendosi, rifugiandosi.
Tutto ciò che è mistero, visibile o invisibile che sia, prima di tutto spaventa, fa paura. La tensione che emerge in ognuno e in ognuna dal vivere in un mondo profondamente segnato dal mistero, dall’inspiegabile, dall’incapacità di controllare totalmente gli eventi e l’avanzare del tempo, ha trovato la sua casa nella spiritualità. Essa consente di dare nome a un segno costituente dell’essere umano: il desiderio e la spinta interiore di andare oltre la realtà oggettiva che vede, per ricomprenderla alla luce del mistero che ci circonda e della profonda coscienza di essere più di quello che si sperimenta, si sente, si pensa. E consente anche di fuggire per certa parte da quella forma di paura atavica, ancestrale, sempre presente e a tratti incontrollabile, di non sapere cosa ci riserverà il futuro.
Indubbiamente, aderire a una religione, il cui sistema di credenze e riti regola la spiritualità che la nutre e, legittimamente, aiuta a riferirsi ad un altrove che ordina in qualche modo l’immateriale che abitiamo, è un potente rimedio alla paura. In effetti, la contiene, la dirige, la motiva, proprio perché non la ridimensiona e non la nega; ne neutralizza il potere distruttivo e ne esalta l’aspetto adattivo, che funziona anche da leva per il cambiamento, tanto individuale, quanto comunitario.
Eppure, per quanto riguarda in particolare la spiritualità cristiana e la religione cattolica, si potrebbe dire che il loro legame inscindibile si è rotto da almeno due secoli. Oggi forse è possibile usare questo verbo disturbante, rompere, senza accusare a turno qualche gruppo umano di esserne causa, come ad esempio le donne e il fatto che lavorassero fuori casa, o qualche aggeggio moderno, come ad esempio gli smartphone e l’accesso ai social, ragionando invece su un dato più profondo e di matrice squisitamente culturale: l’insofferenza attuale per le norme eterodirette. Ad esempio, un aspetto su tutti che forse contribuisce a drenare l’adesione al cattolicesimo è l’idea che sia più importante obbedire a regole e dottrina, invece di affinare e approfondire la sensibilità e il dialogo con Gesù. Alla lunga un tale svuotamento spirituale potrebbe motivare parte dell’allontanamento religioso a cui si assiste da tempo. In ogni caso, un dato evidente è che per molti e molte di noi è impossibile vivere senza animare una spiritualità interiore che sia rimedio alla paura e ragione superiore per l’esistenza.
A ondate, negli ultimi decenni, si è parlato di ritorno alla spiritualità, di ritorno al sacro. Questo tempo attuale vede senz’altro un’onda lunga di tale ritorno: in effetti, il fenomeno della spiritualità in Italia è studiato da alcuni decenni con affondi che provengono dalle discipline umanistiche, in particolare proprio dai sociologi e dalle sociologhe della religione. Fra queste spicca Stefania Palmisano, docente all’Università di Torino che ha pubblicato pochi anni fa insieme a Nicola Pannofino, il libro Religione sotto spirito. Viaggio nelle nuove spiritualità (Mondadori università, 2021): un tentativo di mappare modalità e luoghi delle tendenze spirituali presenti in Italia che non si riconoscono nelle religioni maggiori, pur in parte ispirandosi a esse. Ne esce un affresco estremamente variegato, a tratti inquietante, che però raccoglie in un unico contenitore di significato persone, gesti, situazioni, natura, comunità, ricerca, accompagnamento. E la cifra comune di ognuno dei fenomeni descritti nel volume è il rifiuto di regole imposte da altri, che pretendano di rinchiudere bisogni, gesti e direzioni delle spiritualità individuate, in una rete di liturgie già scritte, già stabilite, percepite come immobili e non in sintonia con il movimento del mondo, lo scorrere del tempo, l’urgenza dell’attualità, l’onore che si deve al mistero.
La conformazione a una dottrina che diventi automaticamente prova della fede ha esautorato il desiderio di un oltre inconoscibile, misterioso e sempre nuovo, differente da qualunque persona o cosa fosse presente e descrivibile sulla Terra. La ricerca di una voce altra, oltre e altrove, che non sia un banale megafono di norme scritte da altri (e quasi mai da altre), ma sia segno tangibile di una differenza che salvi dalla paura, dal buio, dal terrore e dalla percezione di un futuro morente, allaga la mente di chi crede, spingendola verso orizzonti che sembrano sconosciuti all’interno delle stesse religioni che li dovrebbero aprire e che, in realtà, saprebbero come farlo.
Non di rado questa voce altra, oltre e altrove che fa ed è differenza, sembra sia proprio quella delle donne.
Le donne, infatti, per la loro esperienza storica e sociale di esclusione e di silenzio, hanno forse imparato a dire l’inconoscibile, a vedere oltre la prigione della realtà, a prendere le parti di chi non può, avvicinandosi così a un certo tipo di spiritualità che viene da una consuetudine di vita vissuta dolorante e, non rare volte, umiliante.
Se una parte dei motivi per cui si ricorre al sacro, alla spiritualità, ad altro oltre sé è data dai tentativi di sfuggire alla paura, di sopportare le guerre dei violenti e dei superbi, di far fronte all’orrore e alla blasfemia che in questi giorni paiono inseguirci, le donne sanno riconoscerli e onorarli. Sembra non ci siano, infatti, regole valide a tutti i costi, dottrine che debbano essere rispettate, norme che spieghino e definiscano, che sappiano convincerle a non rivolgere lo sguardo verso l’alto, a non piangere di fronte a una tomba.
Le donne recuperano il sacro per parlare a Dio con franchezza, con onestà e con sfacciataggine; il giudizio di uomini impettiti e sicuri del loro potere spirituale le colpisce e le ferisce, ma non impedisce loro di fuggire, per quanto possibile, a ciò che è scontato che facciano. La rivoluzione inizia dal non voler obbedire, ascoltando il proprio bisogno di altro, oltre e altrove, anche in silenzio.
I simboli e i riti che le donne hanno immaginato e immaginano al di fuori dei simboli e dei riti delle religioni maggiori – seguendo l’inchiesta di Palmisano e Pannofino – agganciano in particolare il corpo, il sangue e il verde. Da una parte sembra possa individuarsi un sacro che si allaccia a tutto ciò che è stato, ed è, offeso, umiliato e deturpato – i corpi colpiti e violentati, il sangue (mestruale, ma anche versato dalle vittime innocenti), la natura calpestata e usata come profitto di pochissimi. Dall’altra, sembra riconoscersi, per le stesse categorie, la spinta a un loro nuovo inizio, attraverso forme di purificazione auto-costruite che richiamino ad una sorta di salvezza dei corpi, di guarigione del sangue, di liberazione della natura.
In questo passaggio da ciò che è morto a ciò che è vivo, i cui riti richiamano inevitabilmente quelli che ruotano intorno alla storia di Gesù, si può placare la paura, osservare di nuovo l’orizzonte e ridire la speranza. Se, dunque, il ritorno alla spiritualità fa crescere sentimenti e azioni di accoglienza, pace, rispetto per tutti i viventi e se questo possa rappresentare una via di fuga da un mondo in fiamme, allora forse è bene che prima si pensi al ritorno, e poi alla messa a norma dei suoi modi.
*Docente presso la Facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università Gregoriana di Roma
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