Particolare de "Il Cristo Risorto" di Salvator Rosa Particolare de "Il Cristo Risorto" di Salvator Rosa  (© Musée Condé di Chantilly)

“Donne Chiesa Mondo”: l’occhio di Dio, un racconto di Resurrezione

Sul numero di aprile del mensile de L’Osservatore Romano, in uscita il giorno di Sabato Santo, una serie di storie e immagini che, alla luce del mistero della Pasqua, parlano di vite nuove che rinascono e di morti che smettono di esserlo perché li amiamo, anche se non smettono di mancarci

di Antonella Cilento

Per Anna Toscano, amica indimenticabile e poeta.

Papà mi prende una mano e la tiene. Non è mai stato affettuoso in modo fisico ma ora, che il tempo si avvicina, appena mi siedo mi prende la mano. Sono azzurro-grigi i suoi occhi, lo stesso colore delle vene in evidenza sulle mani smagrite. Sta diventando blu nel senso che la parola ha in inglese, malinconico, triste. Chiede il cuscino per le emorroidi, ce ne stiamo sul divano, la tv spenta, lui col fiato corto.

Papà ha paura di morire, come tutti, ma tiene botta, un po’ perché è invitto e scherzoso di natura, un po’ per l’educazione a reprimere le emozioni della sua generazione: è malato di questo, la pancia gli si gonfia per tutte le emozioni trattenute, le decisioni non prese, gli errori che a bocca stretta ha espiato.

Come un fantasma la famiglia si aggira per casa, si parla a bassa voce, come fosse già una veglia.

La decadenza di papà spaventa chi è abituato a vederlo forte. Toccherà anche a noi, bisbigliano.

Se saremo fortunati, penso io, capiterà anche a noi di diventare vecchi e morire nel nostro letto fra persone amate. O moriremo in corsa, giovani, com’è successo ad Anna.

Anna mi ha chiamato prima di farsi addormentare: abbiamo fatto tante belle cose insieme, volevo dirtelo a voce. Abitare in città lontane, morire a distanza. Dirsi addio alle tre del pomeriggio, fra un convegno e una lezione, senza preavviso, mentre un ragno, come ogni anno, posa una corona di fiori sulla madonna Immacolata in piazza del Gesù.

Foto, televisioni, il sindaco, i turisti.

Uscivo da un palazzo del Quattrocento, dove s’era parlato di alberi e di erba.

Abbiamo contratto un patto con la terra. Lasciamo che l’erba faccia il suo lavoro.

Due settimane prima Anna mi aveva detto: prendo un treno e ci vediamo a Natale.

Le ho creduto, ho voluto che accadesse. Poi, Natale è venuto e Anna aveva già preso il treno, uno di quelli che passano fra pianeti e galassie, come nei cartoni animati di quand’eravamo bambine.

In casa di papà, mentre mi tiene la mano, la famiglia è intenta alla sua routine: ripetere l’errore. Ciascuno il suo: un figlio che si nasconde come faceva il padre, una figlia dà ordini come faceva sua madre. Siamo sempre qui a ripetere l’errore: esorcizza la morte, evita l’evoluzione. Rinnovare il blocco, tenere la maschera crediamo ci allunghi la vita. Altrimenti, come nei videogiochi, se liberi una strada, tutto si scioglie e la partita finisce: nella stanza di mio padre nessuno vuole che la partita finisca.

Io, per esempio, scrivo perché la partita non finisca.

Per timore della morte e perché la vita non ci raggiunga.

Anna è morta da tre mesi, fra un po’ sarà il turno di papà.

Il lutto a volte è concentrico: non fai in tempo a vedere il primo cerchio che già un secondo si allarga.

Sono andata dalla mia omeopata, che ha ottant’anni, le ho detto: piango sempre, che faccio?

Lei mi ha sorriso. Sono uscita con la prescrizione della fava di Sant’Ignazio.

Contiene molta stricnina: un veleno per cacciare un altro veleno, la tristezza.

Adesso, Anna, sei nella verità? Adesso ci vedi e vedi tutto quel che siamo, le nostre menzogne, le modeste bugie dette per quieto vivere?

Sei nelle nuvole, nei fiori o in quel quadrato di marmo su un’isola in mezzo al mare?

Vieni quando starò meglio, mi hai detto al principio.

Nessuno vuol farsi vedere mentre muore, gli animali si nascondono, muoiono soli.

Avrei dovuto disubbidire, venire e basta, prendere un treno, attraversare il mare e farmi trovare alla porta.

Verrò in pellegrinaggio sull’isola dove riposi: tu eri sempre pellegrina di tombe abbandonate o diserte. Poete, scrittrici, fotografe. 

Avevi paura d’essere dimenticata.

Un giorno, mi hai chiesto se valevi davvero qualcosa: sono scoppiata di stupore.

Tu vali moltissimo, sorella mia, tu sei preziosa, sei d’oro, trabocchi talento e gentilezza.

Ti voglio bene e lo penso, è oggettivo.

Sarà, mi hai risposto. Col tuo sorriso di sempre, però in dubbio.

Quando ti ho conosciuta, tanti anni fa’, era ancora viva la tua famiglia.

In poco tempo, però, la più amata, la nonna, passato il secolo aveva rinunciato alle sue minigonne, una sorella abitava dall’altro lato del pianeta, la madre di cui tanto ti lamentavi l’hai dovuta accompagnare altrove e del tuo papà t’erano rimasti gli occhiali.

Ti commuovevano le case dei vecchi e i vecchi che ci abitavano.

Scrivevi sempre della morte che aleggia dietro la vecchiaia, come una portinaia che dice: s’è fatta ora, e intanto spazza, sorride, confabula, ascolta. Porta pazienza.

Volevo solo invecchiare, m’hai detto, una delle ultime volte.

Volevi invecchiare con lo stesso desiderio con cui alcuni vogliono avere figli.

Vedi adesso, Anna, papà qui, con la mano nella mia, è vecchio, eppure è anche e ancora ragazzino, orfano a diciott’anni, vuole ancora giocare. Perché non mi hai fatto i nipotini, s’è lamentato una volta, con timore e rabbia. Perché non era il mio destino, ho risposto. Bambini che vogliono altri bambini da guardare mentre si muore.

Spesso mi è parso che la tua gioia, che era inarrestabile e contagiosa, avesse dietro una botola: eri luminosa, abile, sorridente e poi delusa, tradita, arrabbiata.

La rabbia l’abbiamo condivisa: eravamo le non riconosciute, le cancellate, le sbiadite e a turno cercavamo di porre riparo a questo svanimento.

Ci ho messo giorni, poi settimane, a cercare di accettare che te ne fossi andata.

Intanto mi rincorrevano ricordi pubblici, articoli, la socializzazione della morte.

Abbiamo contratto un debito con la terra, lasciamo che l’erba faccia il suo lavoro.

Sono tormentata dalle cose belle che mi regalavi.

Una collana di vetro a grandi calamari, come anfore senza fondo o boccioli di fiori.

Un orecchino a forma di medusa di vetro rosso. Una spilla a forma di vaso: è ancora sulla giacca che indossavo l’ultima volta che t’ho vista, a Milano. Un catalogo di carte d’artista, le opere di Alberto, morto prima di te: noi due nel suo negozio quando era ancora vivo, le illusioni di acqua e inchiostro, Fate Morgana in stile giapponese, la tua Venezia che è sempre sasso sabbia vetro fuoco e acqua, tanta acqua, acqua dipinta.

La bellezza resta. Tu e Alberto a fare origami insieme in paradiso, adesso.

Insomma, Anna, non si va via così, all’improvviso: scusate, mi addormento e vado via.

Ma se ho ancora un manoscritto qui da commentarti, ché da ammalata non ti volevo affliggere con indicazioni, riscritture, figuriamoci.

La vita mentre accade, mentre se ne va, mentre si ripete noiosa e indispensabile.

L’anima stanza dell’eco di tutti i discorsi di sempre, i tuoi maestri, le antologie, i ricordi comuni e quelli raccontati, i pranzi e le cene insieme in almeno tre città.

Tutto è diventato eterno: adesso esisti dentro di me come la casa di mia nonna che è scomparsa, ristrutturata, venduta, irriconoscibile.

Abbiamo avuto nonne centenarie, noi, due nonne così diverse che più non s’immagina: la mia era preistorica, una bambina di pietra; la tua una signorina sprint, moderna, anticonvenzionale. Come te. Si sono fatte il secolo, tu hai scelto per la metà del tempo: le vie brevi, i capelli corti, più corti ancora.

Tu preferivi i cani, io i gatti.

Questo l’hai letto? No? E leggilo.

Ti è piaciuto il pezzo? Bello, bellissimo. Capisci, non me l’hanno preso. E perché? Perché va così. Ecco.

E adesso che quasi ho fatto pace almeno con il pensiero del tempo verbale con cui pensare a te, ecco mio padre. Nella stanza che odora di detersivo, pappe frullate, frutta cotta e caloriferi, lui mi tiene ancora la mano e qualcuno mi sta parlando: papà tuo, mamma mia.

Ho l’allergia a queste forme di proprietà affettiva che compromettono perfino la grammatica. Infantilizzazioni, copertine usate. Vecchiaia, ultima porta delle abitudini peggiori.

E poi, stamane, al Lago d’Averno, dove Virgilio immagina s’entrasse all’Ade, fra le folaghe e i germani reali, fra i gabbiani e i gatti, t’ho vista.

Leggera, scattavi foto, sorridevi.

E ho capito perché t’ho conosciuta in questa vita.

E t’ho sorriso, senza più lacrime o rimpianti.

Una gatta tricolore m’è venuta accanto sulla panchina a farsi accarezzare.

Occhi negli occhi, eravamo tutte insieme, io, te, la gatta.

L’occhio di Dio, dentro di noi, guardava la natura quieta, il lago, le colline, i fiori sbocciati, le tue parole, l’eternità.

E hai smesso di morire.

Sono tornata dall’omeopata che m’ha detto: la morte? Io a morire non ci penso proprio, io sono immortale. E di colpo, amica mia, abbiamo riso, io e te.

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui

02 aprile 2026, 13:44