Sal Da Vinci, vincitore di Sanremo 2026 con la canzone "Per sempre sì" Sal Da Vinci, vincitore di Sanremo 2026 con la canzone "Per sempre sì"

Il canto della soglia

"Per sempre sì" e la Poetica della "Una Caro" a Sanremo 2026

di Antonio Staglianò *

La vittoria di Sal Da Vinci al Festival di Sanremo 2026 con Per sempre sì non è un semplice evento musicale, ma un fenomeno culturale che merita di essere letto in controluce. In un'epoca che celebra la frammentazione affettiva e la "liquidità" dei legami, il trionfo di un inno alla monogamia potrebbe apparire un'anomalia, un residuo nostalgico. Eppure, se assumiamo come chiave ermeneutica il recente documento del Dicastero per la Dottrina della Fede, UNA CARO – Elogio della monogamia, la canzone si rivela per quello che è: un potente, e forse inconsapevole, veicolo di una verità antropologica profonda, un'autentica "resistenza poetica" all'ideologia dominante. Per sempre sì non è solo una ballata, ma la messa in scena di quel mistero nuziale che il documento vaticano descrive come "una sola carne".

Il ritorno all’ "Inizio": la monogamia come profezia e non come precetto

UNA CARO si apre con un'analisi del racconto della creazione in Genesi, sottolineando come la monogamia non sia un'imposizione secondaria, ma un dato iscritto nell'atto creativo stesso: "per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne". L'atto di lasciare per unirsi non è una rinuncia, ma il compimento di un desiderio. È la ricerca di quell''ēzer kenegdô, quell'"aiuto che gli stia di fronte", un volto unico e insostituibile.

Per sempre sì canta esattamente questo movimento. Non è l'elogio astratto dell'istituto matrimoniale, ma la celebrazione di una scelta che si compie davanti a un volto- non ha paura di dire “davanti a Dio”. Il "sì" della canzone è la parola che sigilla un'esplorazione, che pone fine al vagabondaggio non per costrizione, ma per la pienezza della scoperta. Il brano non parla di un dovere, ma di un compimento; non di una catena, ma di una casa. Come scrive il documento citando la poesia, è il "ritorno a casa ancora una volta, noi due" di Wisława Szymborska. Sal Da Vinci, con la sua melodia avvolgente, traduce in esperienza emotiva questo dato teologico: la libertà non è l'illimitato errare, ma la capacità di riconoscere il luogo – o meglio, la persona – in cui finalmente sostare. La monogamia, in questa luce, cessa di essere un "precetto" da manuale e diviene, come vuole UNA CARO, una "profezia": la rivelazione che l'amore umano, quando è pieno, tende per sua natura all'esclusività e alla definitività.

La forza debole dell'unicità: contro il "Mito di don Giovanni"

Viviamo nell'epoca del "poliamore" e delle unioni "fluide", dove la qualità di un legame sembra misurata dalla sua capacità di non impegnare. UNA CARO legge in questa tendenza una moderna declinazione del "mito di Don Giovanni": l'illusione che la moltiplicazione dei volti possa accrescere l'intensità dell'esperienza amorosa. Il documento è chiaro: "il numero dissolve il nome". L'infinito quantitativo, inseguendo l'ebbrezza della novità, uccide la profondità qualitativa della conoscenza personale.

Per sempre sì è la negazione performativa di questa logica. La canzone non celebra l'amore in generale, ma l'amore per quella persona. Il suo linguaggio è quello dell'unicità, che riecheggia i versi di Pablo Neruda citati in UNA CARO: "La quinta cosa sono i tuoi occhi, / Matilde mia, beneamata". L'amore vero non si posa su occhi generici, ma su quegli occhi, irripetibili, che diventano il centro del mondo. Sal Da Vinci canta questa "miopia dell'amore", che non è un difetto, ma la sua stessa essenza: la capacità di vedere nell'unico il tutto, di riconoscere nell'altro un valore assoluto e insostituibile. La sua vittoria è il trionfo della qualità sulla quantità, del nome sul numero, della profondità di uno sguardo sulla superficialità di mille like. È la prova che, nonostante le narrazioni dominanti, il cuore umano continua a desiderare non una moltitudine di ombre, ma un unico volto da contemplare. 

Il superamento del dualismo: una spiritualità incarnata

Uno dei meriti più significativi di UNA CARO è il suo sforzo di superare una certa visione "manichea" che ha talvolta afflitto il pensiero cristiano, separando un amore spirituale "puro" da una sessualità considerata "sporca" o meramente biologica. Il documento, richiamando San Giovanni Paolo II e la sua "teologia del corpo", insiste sull'unità della persona: il corpo non è un involucro, ma la modalità relazionale dello spirito. L'atto sessuale, vissuto nella verità del dono reciproco, è un linguaggio che esprime e alimenta la comunione totale.

Per sempre sì incarna perfettamente questa visione integrata. La canzone parla di "sguardi, mani, pelle, silenzi", tessendo insieme dimensione spirituale e fisica in un unico racconto di passione. Non c'è traccia di dualismo: l'amore che canta è un amore che si esprime nel desiderio del corpo dell'altro, perché quel corpo è la persona amata. Come afferma UNA CARO, la sessualità non è un problema da controllare, ma un "linguaggio", la "parola incarnata" di una promessa. Il piacere stesso, lungi dall'essere demonizzato, viene riconosciuto come parte della dignità dell'amore coniugale, citando persino Karol Wojtyła a difesa di una "gioia conforme alla dignità delle persone". La melodia avvolgente e l'interpretazione appassionata di Sal Da Vinci ci restituiscono proprio questa gioia: non un'esaltazione astratta, ma il calore di un amore che si fa carne e che nella carne trova la sua più autentica espressione di tenerezza e appartenenza.

Curatori di una nostalgia profonda

Perché un brano così radicato nella tradizione del sentimento amoroso ha potuto vincere nell'Italia del 2026? La risposta, forse, la fornisce ancora UNA CARO, laddove riconosce che "nell'immaginario collettivo sopravvive la nostalgia per un legame totale, esclusivo, che dia senso alla vita". Il documento suggerisce che la Chiesa non debba limitarsi a condannare le derive, ma porsi come "curatrice di quella nostalgia", offrendo una narrazione più bella e più umana.

Sal Da Vinci, con la sua voce e la sua canzone, si è fatto inconsapevolmente portavoce di questa nostalgia profonda. In un panorama musicale e culturale spesso cinico e frammentato, il suo "sì" ha risuonato come un richiamo a qualcosa di primordiale: il desiderio di stabilità, di fedeltà, di un amore che non si arrende alla prima difficoltà. Non è, come qualcuno potrebbe obiettare, un semplice rifugio nel passato, ma la riaffermazione di un bisogno antropologico insopprimibile. La sua vittoria è la prova che il "grande mito" dell'amore romantico ed eterno, seppur messo in crisi dalle mode culturali, continua a vivere nel cuore delle persone. Il pubblico, decretando il suo successo, ha premiato non una canzone, ma la promessa di senso che essa veicolava. Ha scelto di farsi curare da quella nostalgia, riconoscendosi in un desiderio di pienezza che la realtà quotidiana spesso nega.

La monogamia come opera d'arte: educare alla profondità

Infine, UNA CARO ci ricorda che la monogamia non è un dato istintivo, ma una "conquista culturale", un'opera d'arte che richiede educazione, pazienza e, soprattutto, uno sguardo capace di cogliere la bellezza. Come si educa alla fedeltà in un mondo di relazioni "usa e getta"? Il documento risponde: non con le regole, ma "facendo innamorare dell'ideale" attraverso la bellezza stessa.

In questo senso, Per sempre sì diventa uno strumento educativo potente. La canzone è una piccola "palestra per la profondità". Allena l'orecchio e il cuore a nominare emozioni complesse, a sostare nella promessa, a immaginare un futuro condiviso. Essa non definisce l'amore in modo astratto, ma lo circonda, lo evoca, lo rende un'esperienza desiderabile. Come scrive Emily Dickinson, citata in chiusura del documento: "That Love is all there is / Is all we know of Love" ("Che l'Amore sia tutto / è tutto ciò che sappiamo dell'Amore"). Per sempre sì non ci dice cos'è l'amore, ma ci fa intravedere la sua possibilità, la sua totalità. Ci invita a non accontentarci di surrogati, ma a desiderare la pienezza di un "sì" che non ha paura del tempo. In un'epoca di relazioni liquide, la canzone di Sal Da Vinci ha avuto il coraggio di essere solida, e per questo è stata premiata.

Il viaggio poetico del "Noi"

In definitiva, la lettura di Per sempre sì alla luce di UNA CARO ci restituisce il senso più autentico della vittoria di Sanremo. Non è stato il trionfo del perbenismo, ma quello di una visione antropologica profonda e necessaria. La canzone ci dice che la monogamia non è un "arroccamento retrogrado", ma l'ultima forma di resistenza contro la banalizzazione dell'incontro umano.

Scegliere di diventare "una sola carne", come suggerisce il titolo del documento, non è obbedire a un comando. È, per usare una metafora cara al Dicastero, "comprare un biglietto per un viaggio poetico". È il viaggio che, attraverso la ripetizione quotidiana dei gesti d'amore, la fatica del perdono e la gioia della scoperta continua, trasforma due "io" solitari in un "noi" fecondo, capace di accogliere il mondo e di generare vita, in tutte le sue forme. Per sempre sì è l'inno di questo viaggio. E Sanremo, per una notte, è diventato il palco da cui è risuonata, forte e chiara, la sua bellezza.

* Presidente della Pontificia Accademia di Teologia 

 

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01 marzo 2026, 17:30