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Pasolini: vita libera è amare sempre e attraversare il dolore senza esserne vinti

Il Vangelo ci abilita “ad un cammino di purificazione e conversione che ci conduce alla libertà dei figli di Dio”: così il predicatore della Casa Pontificia conclude la quarta ed ultima meditazione di Quaresima di oggi, 27 marzo, nell’Aula Paolo VI, alla presenza del Papa. Il cappuccino rilegge l’ultimo tratto di vita e la morte di san Francesco, che “ha imparato ad accettare la propria fragilità”, scoprendo che la libertà più grande è mettersi al servizio della Chiesa e del mondo con generosità

Alessandro Di Bussolo - Città del Vaticano

La riscoperta delle ultime tappe del cammino terreno di san Francesco d’Assisi, che impara “ad accettare la propria fragilità” e piccolezza e che nulla, nemmeno il rifiuto, la malattia o la morte, può mai separarci dall’amore di Dio. È il percorso di riflessione offerto dal predicatore della Casa Pontificia, padre Roberto Pasolini, nella sua quarta ed ultima meditazione di Quaresima sul tema: “La libertà dei figli di Dio. La perfetta letizia e la morte come sorella”, questa mattina, 27 marzo, in Aula Paolo VI, alla presenza di Leone XIV.


LEGGI QUI IL TESTO DELLA QUARTA MEDITAZIONE DI PADRE ROBERTO PASOLINI 

Il padre cappuccino ricorda che in questi quattro appuntamenti, sul tema "Se uno è in Cristo, è una nuova creatura", la scelta è stata quella di lasciarsi guidare dalla figura del poverello “nel cammino di conversione al Vangelo”. Il frutto più maturo della sua esperienza sarà infine “la libertà dei figli di Dio”.

Padre Pasolini si appresta ad iniziare la sua meditazione in Aula Paolo VI
Padre Pasolini si appresta ad iniziare la sua meditazione in Aula Paolo VI   (@Vatican Media)

Francesco guidato da Dio nella povertà della sua vita

Sottolinea che Francesco è diventato santo perché ha imparato “a lasciarsi guidare da Dio dentro la concretezza e la povertà della sua esistenza”, e quindi, come alter Christus, ad accogliere lo Spirito Santo con disponibilità. Verso la fine dei suoi giorni, ricorda Tommaso da Celano, si era “trasformato in preghiera vivente”, cioè “tutto il suo modo di vivere era diventato come una continua preghiera”.

Il cammino della perfetta letizia

In quegli ultimi anni però, prosegue il predicatore, Francesco ha attraversato la “grandissima tentazione” di una crisi profonda: l’Ordine dei Frati Minori “è cresciuto e si è trasformato”, e lui “si sente messo da parte, quasi inutile, persino considerato un ‘idiota’ “. A frate Leone, con lui a Santa Maria degli Angeli, il poverello racconta la parabola della “vera e perfetta letizia”, chiedendogli di elencare cose belle “che potrebbero rappresentare un vanto per lui e per la Chiesa”. Alla fine gli chiede di scrivere che “in tutte queste cose non è perfetta letizia”, e gli spiega che “la gioia autentica si manifesta quando il rifiuto, l’umiliazione e l’incomprensione non riescono a toglierci la pace”. La letizia vera, commenta padre Pasolini, sta nel modo “in cui reagiamo nelle circostanze avverse, quando siamo rifiutati ed esclusi”.

La felicità non è proteggersi dalla realtà, ma imparare ad accoglierla anche quando ferisce, senza esserne sopraffatti. È lì che la vita cristiana diventa concreta e noi impariamo a custodire una gioia che non dipende da come vanno le cose, ma da come scegliamo di viverle.

La prefetta letizia, quindi, non è “assenza di ferite”, ma “libertà di non lasciarsi definire da esse. È una libertà che non cancella il dolore, ma gli impedisce di avere l’ultima parola”.

Le Beatitudini, promessa di vita piena

È Gesù, nel Vangelo, a mostrare che “questo modo di vivere – liberi persino di fronte all’odio e alla persecuzione – è la forma compiuta della vita nuova nel suo nome”. Lo fa all’inizio del suo ministero pubblico, con le Beatitudini, che non sono una legge, ma una promessa, “non un programma di perfezionamento morale, ma la rivelazione di una felicità già all’opera nel cuore della realtà”.

Le Beatitudini non invitano a fuggire dalla realtà né a rimandare la felicità a un futuro lontano. Chiedono di abitare più a fondo ciò che viviamo, anche quando si mostra fragile e incompiuto. Annunciano che la strada verso una vita piena passa dentro la nostra esperienza concreta, dentro ciò che siamo e ciò che stiamo attraversando.

Un momento della meditazione di padre Pasolini
Un momento della meditazione di padre Pasolini   (@Vatican Media)

La libertà nuova, non dipendere da condizioni esterne

Ci dicono, quindi, “che questa vita, così com’è, è già il luogo in cui possiamo assaporare pienezza della vita”. Non tracciano, sottolinea il predicatore della Casa Pontificia, un cammino eroico, “ma ci abilitano a offrire un consenso umile a ciò che ci è dato vivere, anche quando costa fatica, solitudine e persecuzioni”. Affermano che la realtà, così com’è, può diventare un luogo di felicità.

Questo significa che la vita non va rimandata né idealizzata, ma accolta nella sua tragica e sublime concretezza. La gioia evangelica non elimina le ferite, ma le attraversa e le trasforma, aprendoci all’amore più grande, quello che perdona. È proprio in questa adesione al reale che si apre una libertà nuova, capace di non dipendere più dalle condizioni esterne.

Le stimmate: conseguenze dell’amore

La meditazione tocca quindi il tema dei fenomeni mistici nei quali “il mistero della sofferenza di Cristo si riflette nel corpo del credente”, come nell’evento delle stimmate di Francesco sul monte della Verna. Dio non ha “bisogno del nostro dolore per essere soddisfatto o glorificato”, e quando “tocca un uomo in profondità, non sta dunque aggiungendo dolore, ma sta trasformando e trasfigurando quello che è già presente nella sua storia, facendolo diventare un segno e una conseguenza dell’amore”. Francesco sale alla Verna con il corpo provato, gli occhi segnati da una malattia che lo stava conducendo verso la cecità, e l’anima segnata dalla “grande tentazione” di sentirsi messo da parte, in un Ordine che cresceva oltre misura. E qui Dio interviene non “aggiungendo nuove lacerazioni, ma trasformando quelle che già abitano la vita”.

Le sofferenze di Francesco – il fallimento dei suoi progetti, l’incomprensione dei fratelli, la solitudine di chi si è consegnato senza riserve – smettono di essere un peso trattenuto dentro e diventano luogo di relazione. Ciò che sembrava separarlo dagli altri si converte in ciò che lo unisce a Cristo e, di conseguenza, lo riconcilia con i fratelli.

Padre Roberto Pasolini espone la sua quarta meditazione di Quaresima
Padre Roberto Pasolini espone la sua quarta meditazione di Quaresima   (@Vatican Media)

Il dolore non scompare, ma non ha più l’ultima parola

Le stimmate, ricorda padre Pasolini, sono così “il segno visibile di una trasformazione interiore”: Francesco scende dalla Verna “con il corpo segnato e il cuore libero”. Il dolore non scompare, ma non ha più l’ultima parola. E questa è una buona notizia anche per noi. La sofferenza non sparisce, “ma non ha più il potere di chiuderci. Nel fondo del cuore scopriamo di avere una pace che niente e nessuno ci può togliere”.

I dolori della vita lasciano in noi segni che non sempre comprendiamo e che spesso facciamo fatica ad accettare. Sono ferite che restano aperte a due possibilità: possono chiuderci nel risentimento o nella fuga, oppure diventare spazi di crescita e di libertà.

Sorella morte, ultima occasione di conversione

Nell’inverno della vita, nei mesi che precedono la morte, Francesco “compie il gesto più difficile: impara a mendicare”, non il pane, ma “consolazione, vicinanza, tenerezza. Impara a ricevere”. Accetta di essere curato in un luogo protetto, il palazzo del vescovo di Assisi: è “la povertà di chi sa di avere bisogno degli altri sia per vivere che per morire”. E quando chiama la Morte sorella, questa parola “non è una metafora consolatoria”, piuttosto “il frutto di un lungo cammino di riconciliazione”. Perché, come dice la lettera agli Ebrei, il diavolo ci tiene schiavi tutta la vita per paura della morte.

Ma quando l’amore di Cristo riesce a plasmare in noi una vita nuova, quella paura si scioglie lentamente, e la morte cambia volto, trasformandosi nell’ultima e definitiva occasione di conversione: il momento in cui si lascia andare tutto ciò che ancora si trattiene e ci si consegna, senza riserve, allo sguardo giusto e misericordioso del Padre.

Francesco, sentendo la fine vicina, si fa portare alla Porziuncola, il luogo a lui più caro al mondo. Qui riceve la visita dell’amica romana Jacopa dei Settesogli, a cui chiede di portare i dolcetti che amava molto. E’ l’ultimo atto della povertà evangelica di Francesco, “quella di chi accetta di essere visto nella propria fragilità”. E muore così, dopo aver imparato “che ricevere è la forma più pura del dono, e che lasciarsi amare fino alla fine è la più grande delle libertà”.

Papa Leone XIV ascolta la meditazione quaresimale di padre Pasolini
Papa Leone XIV ascolta la meditazione quaresimale di padre Pasolini   (@Vatican Media)

Nudo sulla terra nuda

Il Poverello, ricorda il predicatore, muore da uomo bisognoso, non da eroe cristiano: si fa deporre nudo sulla terra nuda. E’ il compimento di un’intera esistenza, perché “la spoliazione era stata il filo rosso di tutto il suo cammino”. Quando si era tolto ogni abito in piazza ad Assisi “aveva indossato il saio come si indossa una libertà. Ora, al termine del suo pellegrinaggio, anche quell’ultimo abito non serve più”. Ha combattuto la buona battaglia della fede: è diventato un figlio di Dio autentico. Nella Scrittura, nella Genesi, per il primo uomo e sua moglie “all’inizio la nudità è trasparenza, anzi è la condizione di chi vive senza difese perché riceve tutto come dono. È il serpente a introdurre il sospetto, insinuando che la vita debba essere posseduta e protetta”. Da quel momento la nudità diventa vergogna.

Cristo porta questa storia al compimento sulla croce, nudo, esposto, mentre continua a benedire. È lì che Dio raggiunge l’uomo nel punto più fragile della sua esistenza e spegne definitivamente il sospetto sulla vita e sulla morte. L’antidoto alla paura non è una difesa più forte, ma il contrario: smettere di difendersi, allargare le braccia e imparare a ricevere.

Per Francesco, sottolinea padre Pasolini, “la nudità finale della Porziuncola non è soltanto la coerenza di un cammino ascetico: è la riconciliazione di un uomo con se stesso”. Ed è pere questo che la Chiesa lo riconosce santo.

Ha imparato ad accettare la propria fragilità, a vivere come figlio e come fratello, senza più vergognarsi della propria piccolezza. E proprio in questa piccolezza accolta ha trovato la libertà più grande: quella di mettersi a servizio della Chiesa e del mondo con generosità, senza misura, senza calcolo e senza difese.

Un cammino che ci conduce alla libertà dei figli di Dio

Il cammino di Francesco d’Assisi, conclude il predicatore, non è un’eccezione riservata a pochi, “ma la forma piena di ciò che il Vangelo promette a ogni battezzato: una vita libera, capace di amare fino alla fine e di attraversare il dolore senza esserne vinta”. Una testimonianza di fronte alla quale, il compito dei pastori è molto delicato.

Non possiamo adattare il Vangelo alle nostre paure, ridurlo a una proposta rassicurante o a un insieme di pratiche religiose che ne conservano l’apparenza ma ne svuotano la vera forza spirituale. Offrire un cristianesimo a buon mercato, più facile ma meno esigente, significa privare gli uomini e le donne di ciò di cui hanno davvero bisogno: un cammino in grado di condurre i nostri passi dentro la vita eterna.

Il Vangelo annunciato da san Francesco, conclude padre Pasolini, non offre scorciatoie, ma “ci abilita a un cammino di purificazione e di conversione che conduce alla libertà dei Figli di Dio”. È compito dei pastori della Chiesa “custodire questa verità senza attenuarla, indicando percorsi che dischiudano le porte verso la piena maturità in Cristo”. Nell’anno in cui contempliamo Francesco, facciamoci “inquietare dal desiderio che ha guidato ogni passo della sua vita: conoscere Cristo”.

Il ringraziamento di Papa Leone XIV a padre Roberto Pasolini per le sue meditazioni di Quaresima
Il ringraziamento di Papa Leone XIV a padre Roberto Pasolini per le sue meditazioni di Quaresima   (@Vatican Media)

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27 marzo 2026, 10:00