Parolin: a Trump e Israele direi di finirla al più presto, il rischio escalation è alle porte
Salvatore Cernuzio e Tiziana Campisi - Roma
Se si trovasse faccia a faccia con il presidente statunitense Donald Trump, il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin gli direbbe “di finirla al più presto perché veramente il pericolo è di una escalation alle porte. Direi di lasciare stare il Libano…”. Lo stesso messaggio, il cardinale dice che andrebbe “rivolto anche agli israeliani” perché davvero cerchino di “risolvere i problemi che ci possono essere, o che ritengono esserci, attraverso le vie pacifiche della diplomazia e del dialogo”.
Il porporato ha condiviso il suo pensiero sullo scenario internazionale rispondendo alle domande dei giornalisti alla Camera dei Deputati, a margine della presentazione di Leone XIV. Chi dite che io sia? Sono un figlio di Sant’Agostino, libro edito da Cantagalli a firma del vaticanista Ignazio Ingrao e dell’agostiniano padre Giuseppe Pagano.
Il lavoro a fianco a Papa Leone
E proprio di Papa Leone ha parlato il cardinale con i cronisti che lo interrogavano su come sia lavorare accanto al primo Pontefice statunitense della storia: “È molto facile – ha spiegato – c’è un bel dialogo, un bello scambio. Lui ascolta molto e c’è un buon rapporto”. Della capacità di ascolto del Papa, il segretario di Stato ha parlato pure durante il suo intervento dal banco dei relatori, dove - moderati dalla vaticanista di Associated Press, Nicole Winfield - sedevano anche padre Joseph L. Farrell, priore generale dell’Ordine di Sant’Agostino; Pierferdinando Casini, presidente del Gruppo Italiano dell’Unione Interparlamentare; Elena Beccalli, rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Pace disarmata e disarmante
“Ascoltare è un atto di grande rilievo ecclesiale, che il Papa si ponga in ascolto è una grande lezione per tutti. Dentro e fuori la Chiesa”, ha affermato Parolin, indicando tre “punti fondamentali”, diversi ma collegati, che aiutano a tracciare il profilo della persona e del ministero del 267.mo Successore di Pietro. Anzitutto “la pace disarmata e disarmante”, quell’appello “penetrante” che il neo eletto Pontefice ha fatto risuonare l’8 maggio 2025 dalla Loggia delle Benedizioni. Una formula che “continua a risuonare con insistenza pacata e ferma ogni domenica con l’invito a deporre armi, a seguire altre logiche che non siano quelle del profitto e del potere”. Una parola “necessaria” di fronte “a eventi drammatici che stanno incendiando il Medio Oriente” e altri conflitti che sembrano non spegnersi.
Questo anelito alla pace pone Leone in linea con tutti i Papi dell’ultimo secolo, ha rilevato il cardinale Parolin: da Benedetto XV che invitava le nazioni a non dichiarare quella Prima Guerra mondiale che lui poi stigmatizzò come “inutile strage”, a Pio XI strenuo “oppositore” di tutti i totalitarismi, e Pio XII che scongiurò i potenti delle nazioni a “non mettere a repentaglio l’umanità” con la Seconda Guerra mondiale. E ancora, Giovanni XXIII con la sua storica Pacem in terris e Paolo VI con la Populorum Progressio in cui affermò che “lo sviluppo è il nuovo nome della pace”.
Oggi, in questa “destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità”, mentre crescono le spese militari e si registra l’“irrazionalità” di un rapporto tra popoli basato su paura e dominio della forza, “il Papa propone ascolto, dialogo e amore”, ha rimarcato Parolin.
L'impegno per l'unità
“Unità della Chiesa”, il secondo punto da lui evidenziato. “Oggi ci sono tante ragioni che spingono a dividere il corpo ecclesiale”, ha osservato il segretario di Stato: da una parte chi “in nome di una apertura indiscriminata” rischia di ridurre la Chiesa alle logiche politiche del mondo; chi, in nome della tradizione, “nega ogni progresso” presentando la Chiesa come “fortezza assediata”. Per questo Leone XIV insiste “sulla testimonianza forte dei suoi membri e delle sue membra: tutti siamo chiamati a costruire questa unità”.
“Per custodire la comunione a tutti i livelli, il Papa mostra di preferire la via del dialogo attraverso un ascolto paziente delle ragioni di tutti”. È “la via più lunga” ma è quella che “prova a sciogliere i nodi”, ha affermato il porporato. Leone XIV “ha mostrato di non temere il confronto, nella certezza che l’apertura al dialogo riapra vie di incontro e di pace”.
Stile sinodale
Ed è questo aspetto che introduce il terzo elemento, ovvero “lo stile del pontificato”. Uno stile improntato sulla sinodalità che per Papa Francesco è “volto” della comunione nella Chiesa. L’allora cardinale Prevost, ha ricordato Parolin, ha partecipato alle due sessioni del Sinodo sulla Sinodalità e ha offerto il suo contributo ad “una Chiesa dell’ascolto”. Ora, sul Soglio di Pietro, “sta mostrando di assumere il tema della sinodalità come stile di governo. Non fa mistero di prediligere le decisioni condivise”. Ne è dimostrazione il Concistoro con i membri del Collegio cardinalizio del gennaio scorso o l’altro Concistoro in programma per giugno, con “la richiesta ai cardinali di riflettere su come la sinodalità può costituire un aiuto al Papa nell’esercizio del suo ministero”. “Non è una forma debole del primato”, ha chiarito il segretario di Stato: “Coinvolgere, rendere partecipi, è segno di una comprensione del governo nel segno del servizio e non del potere”.
Una parola, da parte del cardinale Parolin, anche sullo “stile disarmato e disarmante” di Papa Leone nelle parole “sempre misurate nel tono e nei contenuti in un tempo in cui la ragione è di chi grida più forte e più volte senza argomentare le proprie dichiarazioni”. “Qualcuno – ha aggiunto – vuole contrapporlo allo stile di Papa Francesco più forte, diretto, incisivo. Ma se guardiamo al cammino della Chiesa, nessuno dei Pontefici ha esercitato il ministero in modo uguale. Tutti hanno raccolto l’eredità dei predecessori sviluppando il proprio servizio alla Chiesa. In questo modo si stabilisce una continuità”.
L'intervento di padre Farrell
Dettagliato e innervato anche da ricordi personali, dati dalla vicinanza e dalla conoscenza di lunga data, l’intervento di padre Farrell che ha voluto sottolineare il ricco background di Robert Francis Prevost: “La sua esperienza come missionario, priore provinciale, priore generale, vescovo, cardinale e ora Papa ci permette di vedere come Dio ha operato in lui e attraverso di lui”, ha affermato. “È una realtà che merita la nostra riflessione personale e comunitaria”.
Ai presenti il priore degli agostiniani ha assicurato che “abbiamo ancora tantissimo da imparare da Robert Prevost, Papa Leone. In linea con il suo stile di vita e di leadership, avremo molte occasioni di vederlo crescere nel ruolo che gli è stato affidato. Come abbiamo già sentito e ripetuto più volte, è un uomo metodico, come un bravo matematico: prima ascolta, poi analizza a fondo l’idea o l’argomento in questione, si consulta con gli altri e infine prende una decisione”. Da qui, l’invito “continuare a pregare” per il Papa “tanto quanto, o anche più delle volte in cui chiediamo a lui di pregare per noi”.
Pace ed educazione
Nel suo intervento, Casini ha voluto invece evidenziare il legame tra Leone XIV e il suo predecessore a farsi voce di pace in un’epoca dilaniata dalla guerra: “In un mondo attraversato da oltre 50 conflitti, Leone ha raccolto l’eredità di Francesco e ha rilanciato con forza l’appello alla pace nella convinzione che la Chiesa esiste per offrire al mondo un orizzonte di riconciliazione”. Da parte sua, Becalli si è soffermata sul tema dell’educazione nel magistero di Papa Leone: non “una semplice trasmissione di saperi tecnici”, bensì “un processo di formazione integrale dell’anima” che trova “radici profonde nel pensiero di Sant’Agostino”. Il vescovo di Ippona era infatti convinto “che ogni atto educativo sia, in ultima istanza, un cammino verso la verità”. E così anche Leone XIV.
Ultimo aggiornamento alle ore 19.00 di mercoledì 18 marzo 2026
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