Un momento del Giubileo dei Giovani a Tor Vergata (3 agosto 2025) Un momento del Giubileo dei Giovani a Tor Vergata (3 agosto 2025)

Commissione Teologica: la relazione è il futuro della umanità, non la tecnologia

Pubblicato il documento “Quo vadis, humanitas?” che riflette sulla “sfida epocale” dell’antropologia cristiana nell’era dell’Intelligenza Artificiale. I rischi della “infosfera” e la crisi della democrazia; l’importanza della storia per combattere “l’amnesia culturale”; le derive della “urban age” che trasforma le soglie in confini. Realizzare sé stessi non significa auto-potenziarsi, ma accogliere liberamente il dono della vita e dell’amore di Dio come Maria

Isabella Piro – Città del Vaticano

Quo vadis, humanitas? – Dove vai, umanità?”. Il titolo del nuovo documento della Commissione Teologica Internazionale (CTI) – approvato da Leone XIV lo scorso 9 febbraio e pubblicato oggi, 4 marzo - ne racchiude pienamente le ragioni di fondo e lo scopo finale: oggi, di fronte a un’accelerazione tecnologica senza precedenti, la teologia vuole offrire “una proposta teologica e pastorale” che intende la vita umana come “vocazione integrale” e “co-responsabilità verso gli altri e verso Dio”, alla luce del Vangelo. Centrale il riferimento alla Costituzione conciliare Gaudium et spes, pubblicata quasi 61 anni fa: il documento della CTI ne mutua infatti sia il dialogo “aperto” tra la Chiesa e il mondo contemporaneo, sia il concetto dell’essere umano “integrale, nell’unità di corpo e anima, di cuore e di coscienza, di intelletto e volontà”.

Lo sviluppo tra transumanesimo e postumanesimo

Il primo dei quattro capitoli del testo è dedicato allo sviluppo, caratterizzato da due poli: il transumanesimo e il postumanesimo. Il primo racchiude la volontà di migliorare concretamente, attraverso la scienza e la tecnologia, le condizioni di vita dei popoli, superando i loro limiti fisici e biologici. Il secondo vive il “sogno” di sostituire addirittura l’umano, enfatizzando il cyborg, ovvero l’ibrido che rende fluido il confine tra l’uomo e la macchina. Tra questi due poli, si pone la fede cristiana che “spinge a cercare una sintesi” delle tensioni umane in Cristo, il Figlio di Dio fattosi uomo, morto e risorto.

Il digitale come ambiente di vita

Dopo un rapido excursus sul rapporto tra sviluppo e tecnologia nel magistero più recente – da san Giovanni XXIII a Francesco –, il documento si sofferma in particolare sulla tecnologia digitale, alla luce delle riflessioni di Leone XIV. “La tecnologia digitale – si rimarca - non è più solo uno strumento, ma costituisce un vero e proprio ambiente di vita”, in quanto struttura le attività umane e le relazioni. Ecco perché l’era digitale ha inaugurato “un nuovo orizzonte di senso”, cambiando anche la nozione di “universale” con cui oggi intende “ciò che è condiviso nella connessione globale”, piuttosto che “una natura comune”.  

Il debito ecologico e la solitudine del virtuale

Ne conseguono diversi rischi: in ambito ambientale, l’espansione del mondo artificiale comporta un’economia basata sullo sfruttamento illimitato delle risorse, in nome del massimo profitto. “Tragica conseguenza” ne è il debito ecologico tra Nord e Sud del mondo, l’urbanizzazione “selvaggia e abusiva”, le politiche estrattive inquinanti. Nel rapporto con gli altri, la rivoluzione del digitale può portare il singolo a sentirsi insignificante e perso in un flusso ingovernabile e destabilizzante di informazioni, tra contatti meramente virtuali, senza tempo né luogo.

La crescita di potere dell’IA

Dunque emerge sempre più il potere dell’Intelligenza artificiale, sia quella intesa in senso stretto (IA), sia quella generale (IAG). La prima può elaborare velocemente grandi quantità di dati, in un modo non sempre controllabile dall’uomo, dalle aziende o dagli Stati, risultando quindi inaffidabile. La seconda, molto più pervasiva, in futuro sarà in grado di sostituire tutti gli aspetti dell’intelligenza umana, sia computazionali che operativi, con conseguenze profonde e radicali. In un mondo così iper-connesso – si legge nel documento – le dinamiche economiche, politiche, sociali o militari rischiano di diventare “incontrollabili e quindi ingovernabili” e cresce il pericolo di “controllo sociale e manipolazione”.

La perdita di neutralità nei mass-media

Anche la comunicazione subisce le ricadute di questo scenario: pur sottolineando i vantaggi dello sviluppo tecno-scientifico in tale ambito – come ad esempio “una cittadinanza attiva”, “un’informazione diretta e partecipata” e “un’informazione indipendente” che consente, ad esempio, di denunciare la violazione di diritti umani -, la CTI mette in guardia da “un mercato infinito di notizie e dati personali, non sempre verificabili e tante volte manipolati”. In sostanza, oggi i mass-media non sono “mezzi neutrali” e pertanto la loro influenza sull’etica e la cultura interpella l’antropologia.

L’infosfera e la crisi delle democrazie occidentali

In questa “infosfera”, l’individuo è sempre più incerto della propria identità e per questo motivo invoca il riconoscimento da parte degli altri: un riconoscimento che va conquistato persino “falsando la realtà” o affermando i propri diritti “contro l’altro”. Da qui derivano i conflitti sociali che spesso divengono conflitti identitari. E sempre da qui scaturisce anche “la crisi in atto nelle democrazie occidentali”, inconsapevoli della “fatica crescente” nel riconoscere, in modo condiviso, “ciò che ci accomuna come esseri umani”. Inoltre, quando l’opinione viene omologata dai like, il dibattito politico si “tribalizza”, ovvero si frammenta tra gruppi fortemente polarizzati che si confrontano in modo “conflittuale e violento”. In sostanza – sottolinea la CTI – viene a mancare quel “dialogo sociale” che costruire il consenso dal basso, sulla base di “legami solidali”.

Lo human enhancement e la ricerca di equilibrio tra tecnologia e umano

La rivoluzione dell’informazione cambia anche il modo di percepire la conoscenza, il cui orizzonte potrebbe essere ridotto solo a ciò che l’IA può elaborare. I principi della filosofia, della teologia o dell’etica potrebbero quindi essere considerati questioni soggettive o “di gusto” personale. Lo stesso potrebbe avvenire per la corporeità: se, da un lato, sono apprezzabili i progressi delle biotecnologie per la salute e il benessere di diversi popoli, dall’altro il documento mette in guardia dalla diffusione del “culto del corpo”, soprattutto in Occidente, dove si tende alla “figura perfetta, sempre in forma, giovane e bella”. Parimenti rischioso è lo human enhancement: di per sé, esso indica tutte quelle tecnologie biomediche, genetiche, farmacologiche e cibernetiche volte a migliorare le capacità dell’essere umano. Ma se tale concetto viene inteso “senza limiti e cautele”, allora urge una riflessione sulla necessità di equilibrio tra “il tecnicamente possibile e l’umanamente sensato”.

Il rapporto tra digitale e religione: luci e ombre

Ampia, poi, la riflessone sul rapporto tra tecnologia digitale e religione: anche in questo ambito, esistono aspetti sia positivi - come la facilità di conoscenza e informazione –, sia negativi. Tra questi, la creazione nel web di “un gigantesco ‘mercato religioso’ che offre una scelta à la carte secondo gli interessi individuali” o anche una certa comunicazione cristiana che, nei social network, viene usata per “alimentare polemiche e persino distruggere la buona fama di altre persone”. Non solo: in questa “metamorfosi nel modo di credere”, la tecnologia stessa finisce per fungere da “guida spirituale e mediatrice del sacro”, con casi estremi di “benedizioni ed esorcismi virtuali e spiritualismo digitale”.  Non mancano neppure forme di “neo-gnosticismo” che, in nome di un’umanità libera da ogni limite, comunità e storia, vedono nella religione solo un ostacolo alla ricerca e al progresso.

La cultura dell’anamnesi e l’amnesia della cultura

Il secondo capitolo del documento è incentrato sulla vocazione integrale: l’esperienza umana va considerata nelle categorie concrete di tempo, spazio e relazione. Oggi, spiega la CTI, si è perso il senso della storia, tutto è ridotto a un “presente chiuso in sé stesso” e “la cultura dell’anamnesi” ha ceduto il posto alla “amnesia della cultura”. Non esistono tradizioni vissute, bensì dati elaborati che possono essere richiamati in qualsiasi momento da un pc. La tecnologia rende tutto contemporaneo, ma “un presente che non conosce più un passato non ha più alcun futuro”, né alcuna speranza. Ciò può comportare “forme di revisionismo e negazionismo”, nonché “false culture (dello spreco, dei muri, dell’isolamento) o “populismi”. Di fronte a tutto questo, il Vangelo si presenta invece come una “controcultura” per due motivi: perché valorizza e promuove tutte le dimensioni autenticamente umane e perché, “nell’accelerazione orizzontale” che subisce la storia, il Verbo le offre un senso, ovvero Gesù Cristo, punto di incontro tra il tempo dell’uomo e l’eternità di Dio.

Il fenomeno della “urban age”

Ugualmente ampia la riflessone sullo spazio, soprattutto di fronte al fenomeno della “urban age”, ovvero la formazione di regioni metropolitane che uniscono centri e periferie in spazi immensi, non privi di problemi, come la mancanza di servizi essenziali. Inoltre, la cultura globale e la facilità nella mobilità rendono sì l’uomo “cittadino del mondo”, ma anche “nomade” errante in non-luoghi anonimi e uniformi come gli aeroporti e centri commerciali. “Si smarrisce così la figura del pellegrino”, evidenzia il documento, ovvero di colui che, senza perdere il rapporto con la propria terra, si mette in viaggio per rispondere alla chiamata di Dio.

La differenza tra confine e soglia

Lo spazio globale non rende più ospitali e aperti all’altro. Al contrario, porta a “reazioni identitarie forti”, fa crescere “sentimenti di invasione” che vedono nell’altro una minaccia, crea confini là dove invece i cristiani vedono “soglie”, ovvero “zone che mettono in contatto” con il prossimo. Cristo, infatti, “dischiude lo spazio dei popoli e delle persone”, rendendolo un luogo ospitale, senza muri né chiusure, in un presente salvifico, in cammino verso un futuro trascendente.

Le relazioni come argine alla globalizzazione uniformante

Quindi la relazione, l’intersoggettività intesa come appartenenza dell’uomo a una famiglia, a un popolo e a una tradizione. Tali appartenenze, evidenzia il documento, plasmano l’identità personale e costituiscono “quasi un argine al dilagare della globalizzazione uniformante”. Il nucleo familiare, infatti, soprattutto nel “farsi uno di uomo e donna nella fecondità del figlio”, esprime “pienezza e promessa” del dono della vita. Allo stesso modo, il popolo si realizza “nella condivisione” di una cultura e di una terra, opponendosi così a una visione “cosmopolita, anonima e globalizzata” che annulla le differenze e le identità precipue. L’unità nella diversità è, invece, il principio richiamato dalla CTI in nome della “fraternità” e della “amicizia sociale”. In tale ambito si colloca anche il “popolo di Dio che è la Chiesa”, il cui cammino è fondato sulla fede e aperto alle differenze per un “progetto unitario più grande”.

I poveri non sono “danni collaterali” della tecnologia

Centrale, in questo secondo capitolo, anche il principio del bene comune, con un richiamo alle istituzioni finanziarie affinché siano “attente all’economia reale più che alle logiche del profitto” e non perdano l’approccio etico e la solidarietà nei confronti dei più fragili. Anche perché “il mistero della Croce” richiama l’attenzione sul punto di vista delle vittime; pertanto, senza giustizia né considerazione per i più deboli, non ci può essere “un compimento umano” della storia. Al riguardo, un punto specifico del documento esorta anche a volgere lo sguardo ai più poveri che, a causa del potere tecnologico, rischiano di diventare “danni collaterali” da spazzare via “senza pietà”.

La dignità infinita di ogni vita umana e la preghiera

La vocazione integrale dell’essere umano è anche alla realizzazione nell’amore: la vita di ciascuno è frutto “dell’amore creativo del Padre” che lo ha amato prim’ancora di formarlo. Ciò significa che “ogni esistenza umana ha valore infinito in sé stessa” e l’uomo non può essere sottoposto ad alcuna misura - politica, economica o sociale – che ne sminuisca “la dignità infinita”. La percezione della vita come dono fa sì anche che nessuno si debba sentire “superfluo” al mondo, perché tutti siamo chiamati a rispondere a un progetto pensato da Dio per noi, che siamo suoi figli e che ci rivolgiamo a Lui nella preghiera. Atteggiamento che “qualifica l’umanità”, l’orazione esprime infatti l’umanità che si affida oltre, senza dissolversi né auto-progettarsi.

La cultura della non-vocazione toglie speranza ai giovani

Purtroppo oggi, soprattutto in Occidente – rimarca il documento – si favorisce una “cultura della non vocazione” che priva i giovani di un’apertura al senso ultimo dell’esistenza, nonché alla speranza. Il futuro, allora, si riduce alla scelta del lavoro, al guadagno economico, all’appagamento di bisogni materiali. Al contrario, la “cultura della vocazione” è quanto mai necessaria per consentire il giusto processo di maturazione dell’identità della persona e dei popoli.

L’identità matura nell’amore

Ed è proprio l’identità il tema del terzo capitolo: “Nessuno essere umano può essere felice se non sa chi è”, afferma la CTI; quindi ciascuno deve assumersi “il compito” di diventare sé stesso e di trasformare il mondo secondo il disegno di Dio. Inoltre, in quanto figli amati del Signore, gli esseri umani maturano la propria identità soprattutto nell’amore. Ma esistono altri fattori – culturali, naturali, sociali e religiosi – che rendono l’identità particolarmente complessa. Per questo, essa va cercata soprattutto nel cuore, “il centro della persona” in cui si crea unità e si costruiscono legami autentici, in un giusto rapporto con il mondo.

Corporeità e disabilità

Per plasmare la propria identità è necessario inoltre “accettare il corpo sessuato, visto come un dono e non come una prigione che ci impedisce di essere veramente noi stessi, o come materiale biologico da modificare”. In questo contesto assume valore rilevante pure la disabilità: “Fermo restando che le disabilità congenite non sono direttamente volute da Dio”, spiega il documento, occorre difendere la dignità infinita di ogni persona, abbracciando la sua “condizione particolare”, perché anch’essa “può essere occasione di bene, di saggezza e di bellezza”.  

Le relazioni interpersonali e con il cosmo

Dal testo emerge con chiarezza l’importanza delle relazioni interpersonali perché più l’uomo le vive “in modo autentico”, più matura “la propria identità personale”. Essere un dono per gli altri diviene quindi il modo in cui la persona risponde alla chiamata di una “comunione sociale” che si realizza nella “capacità di accogliere gli altri, stabilendo legami solidi”, basati sul dialogo, l’ascolto, e il diritto di essere sé stessi e di essere diversi. Un’ulteriore riflessione viene offerta sulla relazione tra l’umanità e il cosmo. Esso non può essere ridotto a mero “oggetto” – si sottolinea – né può essere “umanizzato”, come accade soprattutto in Occidente con gli animali domestici. Piuttosto, gli esseri umani devono assumersi il ruolo di “amministratori responsabili” del Creato, divenendo agenti dell’evoluzione dell’universo fisico, “ma sempre nel rispetto delle sue proprie leggi”.

Le tensioni polari dell’identità umana

Il quarto e ultimo capitolo del documento analizza la condizione drammatica del processo di realizzazione dell’identità umana, il quale passa attraverso diverse “tensioni o polarità” tra materiale e spirituale, maschio e femmina, individuo e comunità, finito e infinito. Tali tensioni, si spiega, “non vanno interpretate in una logica dualista, ma come ‘unità dei due’”, così da mostrare “il giusto e irrinunciabile valore della differenza”. Il rimando è alla “vita trinitaria”, in virtù della quale la relazione tra due non si chiude su sé stessa, né annulla l’altro, ma “si apre al compimento nel terzo”. Soprattutto, attraverso le opposizioni polari “rimane intatto il dono originario che precede e fonda”. La “armonia perfetta” tra le Persone trinitarie richiama alla fraternità universale ed è espressa in modo culminante nell’Eucaristia che “rigenera le relazioni umane e le apre alla comunione”.

Maschio e femmina sono un dono di Dio, non una variabile contingente

Due, in particolare, le sottolineature: nella tensione tra maschio e femmina, si rimarca che l’identità dell’uomo e della donna “non è una variabile contingente” plasmabile indipendentemente o in contrasto con il suo significato “originario e permanente”; né è “una proprietà da gestire” in modo soggettivo. Al contrario, tale identità è un dono di Dio. Di conseguenza, la tendenza attuale a “negare o voler ignorare questa differenza naturale” diventa “un modo pericoloso di cancellare l’identità corporea reale”, a vantaggio di una “endogamica auto-contemplazione”. Nell’ottica teologica, invece, la tensione uomo/donna trova la sua prospettiva adeguata nella vocazione all’unità dei due “con identica dignità”.

Le origini della crisi ecologica

La seconda sottolineatura riguarda la polarità tra materiale e spirituale: quando si perde “l’armonia” tra queste due dimensioni, tutte le cose non sono più “segni di un mistero più grande”, ma si riducono a “materiale da manipolare in modo arbitrario in vista solo del profitto”. E questo è “alla radice della crisi ecologica attuale”, la quale si riverbera anche nelle relazioni tra le persone e tra i popoli, in una “espansione della conflittualità umana”. Così, la fraternità universale, “iscritta nella comune origine”, non è più riconosciuta, anzi è “costantemente offesa”. Dal punto di vista teologico, invece, la tensione tra materiale e spirituale trova il suo “significato pieno” nella resurrezione: grazie ad essa, l’essere umano viene salvato fino in fondo, in corpo e anima.

L’esempio della Vergine Maria

In conclusione, il documento della CTI rimarca con chiarezza che “il futuro dell’umanità non si decide nei laboratori di bioingegneria, ma nella capacità di abitare le tensioni del presente”, senza smarrire il senso del limite e dell’apertura al mistero di Cristo risorto. Esempio mirabile ne è la Vergine Maria: colei che ha accolto liberamente il dono di Dio diviene “il paradigma” dell’essere umano che si realizza in pienezza. La “vera umanizzazione, allora, sarà il lasciarsi “divinizzare” da un Amore che “ci precede e ci fa diventare protagonisti di un’umanità nuova”.

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui

04 marzo 2026, 12:05