Libano, il nunzio ancora al Sud fino alla blue line con Israele: "Portiamo aiuti e speranza"
Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano
“Zone deserte senza un’anima viva”, “molte macerie”, “un silenzio doloroso interrotto solo da colpi di mortaio”. Il nunzio apostolico in Libano, monsignor Paolo Borgia, descrive in modo plastico le scene di devastazione che gli si sono parate dinanzi agli occhi nel suo viaggio di ieri, lunedì 16 marzo, da Beirut al sud del Paese, fino alla blue line, la linea di confine che separa il Paese dei Cedri da Israele.
Fino al confine
L’arcivescovo è arrivato fino a lì per portare aiuti umanitari, oltre ad un “messaggio di vicinanza, di pace e di speranza”, come racconta ai media vaticani. È la seconda volta nel giro di pochi giorni che il rappresentante pontificio si reca nei villaggi cristiani, ma anche quelli misti e musulmani, attualmente sotto il fuoco incrociato di Israele ed Hezbollah. Rmesh, Debel e Ain Ebel, le tappe percorse in questa missione dove è giunto un convoglio umanitario di Caritas Solidarity - L’Œvre D’Orient: sei camion con aiuti di vario genere e medicinali. Anche il nunzio stesso, come già venerdì scorso a Qlayaa e Deir Mimas, ha aiutato a scaricare e trasportare pacchi e buste a questa povera gente sfiancata da bombe e paura.
La vicinanza del Papa e della Chiesa universale
“Ho incontrato le comunità cristiane – racconta al telefono - ho visitato alcuni centri di ricovero di profughi provenienti dai villaggi vicini, per portare prima di tutto un messaggio di vicinanza. Innanzitutto una vicinanza del cuore, di vicinanza del Santo Padre, della Chiesa universale, della Chiesa libanese e di tutti coloro che oggi si stringono attorno alla popolazione libanese che vive questo momento di guerra”.
Un “messaggio di pace”, pure, quello che il nunzio ha voluto consegnare nelle varie tappe del viaggio: “Ho menzionato le parole dell’appello del Papa domenica scorsa all’Angelus”, spiega, “Leone XIV ha dato voce al grido per la pace dei cristiani del Medio Oriente e di tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Infine, ho portato un messaggio di speranza, quella fiamma che illumina anche i momenti di oscurità come questi”.
In mezzo ai profughi
Di ritorno verso Beirut, monsignor Borgia si è fermato in quella Tiro di memoria biblica insieme a Sidone per far visita a sheikh Rabbi Akhbeisi, un’autorità religiosa sciita, e ad un gruppo di profughi ospitati presso una comunità religiosa maronita: “Anche a loro ho voluto esprimere la nostra solidarietà. La guerra ha infatti gravi ripercussioni per i villaggi tanto cristiani quanto misti o musulmani. Sono tanti coloro che hanno dovuto lasciare i villaggi”. Le ultime stime parlano infatti di circa un milione di profughi costretti a partire dallo scoppio di questa nuova ondata di violenze in Medio Oriente, deflagrate dall’attacco di Usa e Israele all’Iran.
Al Sud più Sud
Borgia ha poi visitato Ain Ebel, dove di recente un drone israeliano ha ucciso tre uomini che si trovavano sul posto per delle riparazioni all’esterno, e Rmeish, il viaggio al Sud più Sud del Libano dove è parroco il coraggioso sacerdote maronita, padre Toni Elias, e dove la gente, altrettanto coraggiosa, non ha voluto abbandonare la propria terra anche nelle fasi più cruente della guerra dello scorso anno. Certo ora si assiste ad una recrudescenza di attacchi e bombardamenti, il pericolo aumenta come anche la paura per un futuro sempre più incerto.
“Questa è la guerra”, commenta con amarezza il nunzio.
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