Tempo di un mondo nuovo, le donne al Concilio
Giulia Galeotti - Città del Vaticano
«La loro presenza non si ridurrà a puro simbolo. A loro, fuori aula, saranno richiesti pareri dalle commissioni conciliari e potranno spontaneamente far prevenire punti di vista, suggerimenti e osservazioni»: è l’ottobre 1964 quando, dalle pagine de “L’Avvenire d’Italia”, l’allora vescovo della diocesi di Vittorio Veneto esprime il suo entusiasmo per la decisione di Paolo VI di ammettere le donne al Concilio Vaticano II. La storica decisione di Montini trova dunque il plauso di Albino Luciani (che di Paolo VI sarà poi il successore), favorevole all’ingresso del femminile nell’assise più importante della Chiesa, annunciata il mese prima, precisamente l’8 settembre 1964, nell’aula delle udienze di Castel Gandolfo.
Al Vaticano II presenti 23 madri conciliari
«Crediamo che sia venuto - aveva detto infatti Papa Montini in quell’occasione - il giorno in cui occorra mettere in più alto onore e in maggiore efficienza la vita religiosa femminile; e che questo possa avvenire perfezionando i vincoli che la uniscono a quella della Chiesa intera. Vi faremo a questo proposito una confidenza: Noi abbiamo dato disposizioni affinché anche alcune Donne qualificate e devote assistano, come Uditrici, a parecchi solenni riti e a parecchie Congregazioni generali della prossima terza Sessione del Concilio Ecumenico Vaticano Secondo». Certo, le donne - saranno ventitré le designate - non potranno prendere la parola nell’Assise, ma la rottura con i secoli passati è comunque netta. Le ventitré entrano solo alla terza sessione del concilio, anzi, per la precisione, diversi giorni dopo. Quando, infatti, il 14 settembre, Paolo VI le saluterà ufficialmente, le donne non saranno ancora fisicamente presenti: per un disguido, le lettere di invito verranno spedite solo qualche giorno dopo. Parteciperanno dunque alla terza e quarta sessione (dal settembre 1964 al luglio 1965): sono dieci religiose e tredici laiche – di cui nove nubili, tre vedove e una sposata, con marito al seguito. Se pensiamo che, durante la prima sessione conciliare, alle pochissime giornaliste presenti fu addirittura proibito di ricevere l’eucarestia - una guardia svizzera lo impedì, ad esempio, a Eva Fleischner del «Grail Notes», pioniera del dialogo tra ebrei e cattolici (lo racconta Carmel McEnroy in Guests in Their Own House, 1996) - capiamo la portata del passaggio voluto da Paolo VI. Alle ventitré vanno aggiunte una ventina di esperte, scelte per le loro competenze; tra loro ricordiamo l’economista e giornalista inglese Barbara Ward, specialista dei temi legati alla fame, e la pacifista e attivista non-violenta Eileen Egan.
I criteri per la scelta delle uditrici
La scelta dei nomi delle uditrici avverrà sulla base di criteri di internazionalità e rappresentanza: appartenenza a istituti religiosi di diversa vocazione o ad altri riti, origine territoriale, legami personali con Paolo VI. La lista, chiaramente, fu oggetto di dibattito. Il cardinale Ildebrando Antoniutti, ad esempio, giudicò poco adeguati i nomi delle rappresentanti di Libano ed Egitto in quanto «a capo di piccoli istituti». Gli fu spiegato, però, che suor Marie de la Croix Khouzam aveva svolto il suo mandato di generale per ben quindici anni, in un momento particolarmente delicato (tra conflitto anglo-franco-israeliano, nazionalizzazione del canale di Suez e guerra del Sinai). Mentre suor Marie Henriette Ghanem aveva fondato, oltre all’assemblea delle superiori maggiori del Libano, l’Istituto di Scienze superiori di Beirut in vista della formazione teologica di religiosi e clero. Fra le uditrici laiche e consacrate la sintonia sarà immediata: rapidamente infatti si formò un gruppo di lavoro su questioni teoriche e procedure concrete per realizzarle. Pur nell’emozione, a unirle era lo scopo comune e condiviso: ridare voce alle donne nel mondo e nella Chiesa. A fine lavori, tante uditrici presero molto sul serio la consegna del silenzio. Così, la sola a lasciarci le sue memorie conciliari sarà Costantina Baldinucci, superiora generale dell’Istituto Maria Bambina, l’unica religiosa italiana presente: pubblicato nel 1967, Il postconcilio e la suora aiuta a entrare nel Vaticano II cogliendolo dalla prospettiva della vita consacrata. «Sembra stia morendo un mondo – scrive Baldinucci – e se ne costituisca uno nuovo». La Madre racconta di essersi rammaricata non poco avvertendo come alcuni vescovi non considerassero importanti i problemi delle religiose, o ne mortificassero la partecipazione (come accadde quando Antoniutti impedì alle uditrici di lavorare nella commissione sullo schema della vita religiosa). Confrontandosi di continuo con il gesuita Paolo Molinari, madre Baldinucci presenterà a Paolo VI il lavoro svolto dalle suore italiane, ricevendone il consenso a coinvolgere altre religiose sulle questioni più urgenti da sottoporre ai padri conciliari.
Riflessi conciliari nel mondo
Se non con memorie scritte, alcune delle ventitré testimonieranno comunque il Concilio in Paesi lontani. Sarà il caso dell’argentina Margarita Moyano, trentottenne al tempo del Vaticano II, chiamata sia in veste di rappresentante delle donne latinoamericane, sia in quanto presidente della Federazione mondiale della gioventù cattolica femminile. Molto vicina a Roger Schutz, priore di Taizé, tornata in Argentina Moyano parteciperà attivamente alla conferenza di Medellín (1968) e a Puebla (1979), impegnandosi per la Chiesa dei poveri. Il suo bilancio sarà ambivalente: se le sue grandi aspettative conciliari furono deluse, lo sforzo di solidarietà, libertà e responsabilità che lì imparò segnerà tutto il suo futuro impegno. È aperto il dibattito sull’importanza concreta della presenza delle uditrici al Concilio. V’è chi la riconosce: entrate in sordina, il loro contributo si rivelerà superiore a quello che si sarebbe pensato, e che di solito si pensa ancora. Parteciparono ai lavori delle commissioni e dissero la loro: tutt’altro, insomma, che passive spettatrici. Dall’altro canto, però, v’è chi pone l’accento sul significato prettamente simbolico della loro presenza, affacciate mute alla tribuna di Sant’Andrea. Sicuramente commuove pensare all’ingresso di questo drappello di donne, vestite di nero e con il velo in testa, in uno spazio fino ad allora rigorosamente riservato agli uomini. Del resto, negli anni Sessanta non esistevano assemblee mondiali di vertice in cui fosse assicurata una presenza femminile: la prima a farlo è stata dunque la Chiesa cattolica. Anche se oggi può legittimamente apparirci insufficiente, all’epoca l’apertura fu un gesto coraggioso da parte di Montini. Un gesto che ha sicuramente prodotto molti effetti nel lungo periodo, sia negativi che positivi.
Una presenza che ha prodotto molti effetti
Iniziando dagli effetti negativi, molte delle ventitré pagarono caro il loro coinvolgimento. La francese Sabine de Valon, ad esempio, sessantacinquenne all’epoca, superiora generale della Società del Sacro Cuore e presidente dell’Unione internazionale delle superiori generali (dunque di tutte le case religiose nel mondo), nominata coordinatrice del drappello femminile, dovette mediare i provvedimenti sulla vita consacrata con le congregazioni femminili. Ebbene, non resse allo stress e fu costretta a ritirarsi da tutte le cariche. Vi furono poi uditrici, come l’uruguayana Gladys Parentelli e l’olandese Marie (Rie) Vendrik, che - a lavori conclusi - presero posizioni estremamente critiche verso la Chiesa, colpevole a loro avviso di perseverare nell’esclusione femminile dal sacerdozio. È indubbio, infatti, che questa prima apertura ufficiale della Chiesa alle donne abbia portato alla luce molti problemi, rischiando in particolare di provocare una rottura proprio su questo tema. Al contempo, però, sono stati molti gli effetti positivi che la presenza delle uditrici al Concilio ha prodotto nel lungo periodo. La condizione delle donne nella Chiesa, infatti, è cambiata dopo il Vaticano II innanzitutto grazie alle riforme che hanno ampliato la partecipazione dei laici. Se si è trattato di una possibilità riconosciuta a tutti e tutte, sono state però soprattutto le donne a cogliere la nuova opportunità. Pensiamo, ad esempio, al libero accesso agli studi, in particolare a quelli di teologia. «Siamo oggetti da parte di Dio di un amore intramontabile. Sappiamo: ha sempre gli occhi aperti su di noi, anche quando sembra ci sia notte. È papà; più ancora è madre»: sono queste le celebri parole che Giovanni Paolo I - successore di Montini - dirà il 10 settembre 1978 durante l’Angelus in piazza San Pietro. Ora sappiamo che non fu un caso se il Papa dei trentatré giorni pronunciò, a sole due settimane dall’elezione, una frase così potente. Di puri simboli non era davvero più tempo.
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